lunedì 6 maggio 2019

Il caput mortuum

Leggo un vecchio articolo di Leiris (Michel); vecchio perché risale al 1930 e il 1930 è molto lontano, e molto lontano dovette apparire anche al medesimo Leiris che destinò lo scribillo a una raccolta, a una raccolta come Brisées (che è del 1966), poco prima di morire. Zébrage esce postumo nel 1992. Qualcosa su questi titoli: non sono ‘fenomenali’? Certo Brisées richiamerà alla mente di qualcheduno, alla signorina Teotista, la pasta; e Zébrage quegli stracci per far pulizia di Roberto Cavalli… Ma che sto dicendo? L’articolo che leggo si intitola così: ‘Le caput mortuum ou la femme de l’alchimiste’. Leiris vi racconta il suo incontro con W.B. Seabrook, scrittore, esploratore, occultista e cannibale americano morto suicida il 20 di settembre del 1945. Né l’occultismo (praticato) né il fatto che The Magic Island, il suo libro su Haiti, abbia introdotto nella cultura americana (e quindi non solo americana) lo zombi depongono a suo favore: di Willi intendo, il Richard Halliburton (il tizio che rifece Annibale traversando le Alpi su un elefante) dell’occulto, come scriveva il «Time» il 9 settembre del 1940. L’appuntamento è a Tolone, dove Seabrook soggiorna, presso un piccolo caffè in faccia al suo hotel, nei pressi del Teatro Odéon. Leiris ne apprezza la cordialità, le maniere accattivanti e rudi (o giacché rudi); e dietro o dentro tutto – aspetto, maniere… – sospetta un’altra cosa ancora: «un élément vraiment ‘humain’». Che detto di un preteso o sedicente cannibale… Soprattutto si trovano d’accordo su alcune ‘verità’ filosofico-morali, forse socioantropologiche, forse geschichtsphilosophische. Per esempio questa: che una delle poche missioni encomiabili dell’uomo sarebbe quella di sopprimere in un modo qualunque – e ovviamente col misticismo, la follia, la poesia, l’erotismo, l’avventura – il dualismo di anima e corpo o di materia e spirito. (Muchachos, sto traducendo). Segue, un istante dopo, il nome di Marcel Jouhandeau: ciò che stupisce solo la signorina Teotista. Più interessanti le considerazioni sulla maschera e sul volto caché: «Dalla più semplice parure, gusto della toilette, delle uniformi, fino ai travestimenti totemici, ai tatuaggi e alle tinture passando per i costumi e le maschere del teatro, i travestimenti carnascialeschi, gli oripeaux clowneschi, il trucco femminile, il cappuccio dei penitenti, pare che l’uomo, appena presa coscienza della propria pelle, abbia subito voluto mutarla […] rivestendone un’altra». Di qui – ciò che non è scontato e nemmeno conseguente – l’attenzione per il dettaglio, per quel dettaglio étrange: giarrettiera, sospensorio, mitra, pantofola poco importa, ché qui si concentra tutto il feticismo religioso e reliquiario, erotico, sadico… Obbedienza a un principio acrocratico dove ciò che sporge o sta in cima o si dà a vedere (ἄκρος), fosse pure accessorio, ornamento, fronzolo, sta per il tutto (par pro toto). Questa parte più forte, che s’impone, che attira l’attenzione, Leiris la paragona a uno schema: «[….] come uno schema è più forte dell’oggetto che rappresenta»; e anche più perturbante, più espressivo. (Ora, ritrovo questa stessa parola, la parola schema, schéma, all’inizio dei Fragments d’un discours amoureux di Barthes, a designare la parola-figura, la parola-gesto, coreografica, ginnica, sportiva, dell’innamorato, del suo discorso, dis-cursus, andare e venire, intrigare… Faccenda da approfondire). A Leiris, Seabrook spedisce poi, in altra occasione, alcune fotografie di una donna mascherata: e cioè di una maschera di cuoio concepita da lui stesso e fatta confezionare a New York. Spedisce una fotografia un po’ come Bobi Bazlen spedisce una fotografia, delle gambe di Dora Markus a Montale? (Fotografia celebre questa delle gambe di Dora Markus e sui si è scritto un po’ dopo Montale. Vedi p.e. il F. Rella, Dall’esilio: la creazione artistica come testimonianza, Milano, Feltrinelli, 2004, o F. Coscia, I sentieri delle ninfe, Exorma, Roma, 2019). Non lo sappiamo. Certo anche la maschera di cuoio contribuì alle riflessioni dello scribillo. Che Leiris chiude citando nientepopodimeno che Hegel. Siamo sempre attorno alla maschera, allo schema (schéma), a ciò che attira, attrae (fanale, ornamento, punta, sporgenza… ἄκρος): «Residuo supremo che possiamo tingere del valore più ideale così come di quello più sordidamente materiale, la cosa in sé – enigmatica e ‘attraente’ come una sfinge o una sirena – è la grande matrice universale cui il vecchio Hegel […] diede il nomignolo di caput mortuum…». Bisognerebbe domandarsi che cosa Leiris avesse compreso del § 44 della Scienza della logica hegeliana, ma il fatto che tirasse giù sul piatto solo quel che aveva intenzione di consumare è abbastanza evidente. Gli è che l’astratto, il totalmente astratto e vuoto, non comprende nulla di determinato, nessuna rappresentazione o sentimento; nessuna avventura, nessuna poesia. E, insomma, dubito che Leiris volesse andare a letto con Kant.

martedì 19 marzo 2019

Per una storia della coglioneria


Thomas Bossard
Una storia della coglioneria? «Parecchie volte, nel corso dei secoli, gli uomini intelligenti hanno avuto l’idea di scrivere una storia della stupidità. Ma l’idea si è alterata e guastata durante la fatica di attuarla: e invece di una storia della Stupidità, abbiamo avuto una storia della vitalità-umana, un saggio sopra gli errori degli antichi, una storia del commercio e delle guerre ecc.». Questo è Vitaliano Brancati e mi viene da aggiungere, sommessamente, ma perché poi sommessamente?, che ha ragione. Ho rinvenuto tuttavia – meglio sarebbe dire che ne ho avuto notizia – una Introduzione alla storia della stupidità umana di Walter Pitkin edita da Bompiani negli anni Trenta. Un giorno la leggerò e vi saprò dire. — Avrei potuto dirvelo prima. Oggi, pomeriggio del 18 marzo 2019, mi trovo in un mercatino delle pulci. Sapete che ci si trova in un mercatino delle pulci. Al primo piano di questo edificio una montagna divecchi libri. Il primo pensiero? Una storia della stupidità non può prescindere dai libri. Siamo abituati a pensare, almeno fino ai dodici anni di età, e talvolta anche dopo, che i libri racchiudano una qualche forma di saggezza. Uno come Harold Bloom, per esempio, non ha dubbi: Where shall wisdom be found? Nei libri. E però esistono anche i libri stupidi. Ne parlava Flaiano quasi mezzo secolo fa (ma lo sa anche Harold, Harold che snocciola all’istante i suoi primitivi criteri, nel numero di tre, per cernere…). Sono i libri che, per il solito, «centrano un falso problema, una situazione, un punto di interesse e di attualità». — Per il solito. Ignoro, per esempio, quanto questo libro qui di Arthur H. Chapman intitolato Manovre e stratagemmi dell’inconscio, e pubblicato da Rizzoli nel 1970 (tit. or. Put-Offs and Come-Ons: Psychological Maneuvers and Stratagems, Putnam, 1968) centrasse un falso problema o un punto di attualità di quegli anni lì; quel che è certo è che è un deposito di luoghi comuni, di idées reçues, di œillères, che solo ai nostri giorni, ma non troppo, possono anche apparire stravaganti. Il dott. Chapman scrive dunque un libro intitolato Manovre e stratagemmi ecc. e lo dedica «alla memoria di un amico che seppe eludere tutte le manovre e tutti gli stratagemmi»: e cioè a Charles Hyde Warren, preside di facoltà e direttore del Trumbull College della Yale University. Lo dedica, pare, all’unico uomo non stupido della sua cerchia di amici. Perché per il resto della séance il dott. Chapman non vede che manovre e stratagemmi; principalmente nella vita di coppia e dando per certo che una coppia sia tutte le volte eterosessuale e matrimoniale. Non vede che quelli e imbecilli che vi ricorrono senza rendersene conto. Ecco una paradigmatica manovra (sempre a giudizio del dott. Chapman): piagnucola e rifiuta. Chi? La lei della coppia ovviamente. Scrive: «È una manovra cui ricorrono sporadicamente le donne frigide. La moglie che prova ripugnanza per il rapporto sessuale e si accorge che il marito ha l’intenzione di proporglielo, dà l’avvio a una discussione su un argomento che costituisce uno dei punti dolenti del matrimonio». Poco più sotto: «Mentre continua ad avanzare cautamente nell’argomento spinoso, il marito comincia a uscire in qualche rilievo dettato dalla collera montante. A questo punto la moglie si mette a piagnucolare». Tre righe dopo piange «senza ritegno» mentre il marito è preda di «un parossismo di rabbia repressa» privato com’è della «soddisfazione sessuale» (pp. 13-14). Bene, credo di poter chiudere qui con il dott. Chapman e con il suo libro che abbandono alla polvere della bibliotecuccia in cui alloggia. Il libro di Chapman sta tra il Trattato sulla natura umana di Hume e l’Emilio di Rousseau. Si sa dei rapporti tra Hume e Rousseau; di Arthur H. Chapman non si sa nulla. — Ma ora vorrei passare oltre; e mi basta scostare lo sguardo. L’automobilista e la morale cristiana (tit. or. L’Automobiliste et la morale chrétienne, J. Duculot, 1967) di Hubert Renard è un librino di centosettantatré pagine pubblicato da Cittadella editrice nel 1969. Un catechismo per gli automobilisti! Ci credereste? E poi: faccenda di attualità? D’altra parte Hubert Renard è, all’epoca, un abatino di trentaquattro anni residente in Béthune, nella Francia settentrionale. Scrive: «Le norme della circolazione stradale derivano dal quinto e dal settimo comandamento di Dio: non uccidere e non rubare, e sono promulgate per la sicurezza degli utenti della strada» (p. 98). Un altro passaggio (p. 120): «I vescovi svizzeri, ricordando il problema della circolazione stradale, richiamavano questa frase di Pio XII: ‘Quando tutti gli uomini si lasceranno guidare nella loro vita di ogni giorno dal sentimento della loro dignità e del loro fine soprannaturale…, soltanto allora, sia nelle loro parole che nelle loro azioni» ecc. ecc.. Tutto ciò perché la circolazione automobilistica determina normalmente «un sentimento di giustizia ostile agli altri». Precedentemente l’abate s’era concesso crucciose osservazioni socioantropologiche di una franca misogina confortato da Lombroso (p. 63): «Se l’uomo si irrita di fronte a certi modi femminili di guidare, è perché ha l’impressione che le conducenti prendano decisioni senza riflettere, senza aver analizzato la situazione. Gli sembra che si muovano talvolta con disinvoltura ai margini della catastrofe, tanto più quanto più la loro guida diventa esitante appena la situazione diventa complicata». Ancora, due righe sotto: «In un ingorgo, in una circolazione intricata l’uomo, più riflessivo, più logico, valuterà tutti i dati […] la donna invece rischia di non superare la propria emozione». — Alè, finiamola qui!

sabato 16 marzo 2019

Un ponderoso libro sulla connerie

In Francia, riferisce Paolo di Stefano sul «Corriere», un ponderoso libro sulla connerie, sulla stupidità, diventa un best-seller e la cosa è (o gli appare) assai interessante. Intanto qualche notizia. È un volume collettaneo, è curato da Jean-François Marmion, che è psicologo e giornalista, collaboratore di «Sciences Humaines» (vi rimando al seguente url: https://www.scienceshumaines.com/); raccoglie trentadue (li ho contati) contributi, compreso l’avertissement di Marmion, di altrettante teste o capoccioni: e cioè filosofi, neuroscienziati, psicologi, sociologi…; fra i nomi Edgar Morin, Pierre Lemarquis, Delphine Oudiette, Emmanuelle Piquet, Ewa Drozda-Senkowska, Antonio Damasio… (qui lo ‘spasso’, si fa per dire, è scoprire se questi nomi li abbia estratti a caso dall’elenco o con un qualche criterio; potrei dire: in maniera stupida o in maniera intelligente); trecentottantaquattro le pagine; lo edita Sciences Humaines e costa diciotto euro; titolo (quasi dimenticavo): Psychologie (Psycologie per il «Corriere») de la connerie. — Come Paolo di Stefano non l’ho letto né l’ho acquistato; e tuttavia condivido le sue considerazioni sulle ragioni dell’interesse del pubblico dei lettori per il libro o per l’argomento. — Dico che non l’ho letto ma, a dire il vero, ne ho sbirciato due contributi e mezzo disponibili in rete. Dico anche che non sarebbe male tradurlo in italiano. Dall’avertissement traggo il seguente assioma: «Si è sempre lo stupido di qualcuno ma troppo raramente lo si è di/per sé stessi» (p. 10). Altra osservazione condivisibile e condivisa: riassumo (p. 11): lo stupido vi condanna senza appello sulla sola fede delle apparenze che intravede attraverso i suoi pregiudizi, luoghi comuni (œillères). Ancora (traduco e riassumo sempre, p. 12): la stupidità (connerie) pare in costante crescita e anzi in crescita esponenziale; e tuttavia questa è una vecchia protesta, e dacché ci si è messi a scrivere o scribacchiare lo si è sempre pensato (e scritto o scribacchiato). Se c’è qualcosa di nuovo, annota Marmion, se qualcosa è cambiato oggidì, avverte Marmion, questo qualcosa è il fatto, prima inconcepibile, che un cretino e un bottone rosso bastino a sradicare la stupidità – e però assieme a tutto il resto. Infine (p. 13), la sua, della stupidità, gregarietà e visibilità: altra caratteristica dei nostri tempi, s’intende. È il volàno dei social, suggerisce Paolo di Stefano, e qui veniamo alle sue considerazioni, è questo volàno, forse, probabilmente, a rendere l’idiozia così opprimente da attirarle l’attenzione preoccupata dell’opinione pubblica. E forse qui «sta una delle ragioni del successo del libro». — Dico che condivido l’opinione di Paolo di Stefano ma, per farla breve, ho qualcosa da aggiungere. Questa preoccupazione sarà pure in parte quella della pubblica opinione per l’alluvione di fake news che quotidianamente la travolge e magari anche quella che ciascuno nutre per sé medesimo: e cioè, intendo, per il proprio stato o condizione, stadio o quoziente di stupidità; ma c’è dell’altro. Mi pare di poterlo suffragare coi giudizi dei lettori su Amazon. Un anonimo (lettore), per esempio, scrive (riassumo anche qui): essere stupidi è un diritto e non un obbligo; ecco perché questi libri sono fuorvianti e contro tutte le ideologie contrarie c’è la vita con le sue contraddizioni. Un secondo lettore, che si firma Michel Popolov, scrive invece che solo il titolo gli pare allettante essendo il resto déplorable. Trattasi, infatti, a giudizio suo, di fumisterie universitarie utili al completamento dei curricula. Non aleggia qui la parola ‘professorone’ che oggi gli ottusi sillabano come un’ingiuria? Bene, ecco con l’anonimo e con Popolov due acclarati e preclari esempi di connerie: la prima cognitiva, la seconda da ressentiment. Ma in ambo i casi alla mente dei due non affiora il sospetto di essere sufficientemente stupidi per trovare posto nel libro. Forse sto psicologizzando ma non ha importanza…
— Saro stupido? Gli è che, dice Edgar Morin, «giudicare della stupidità degli altri presupporrebbe che si sia spogli di ogni stupidità. Dunque l’uso deve incitare a un autoesame preliminare. E a domandarsi se non sia esagerato impiegare la parola stupidità» (p. 44). Prudenza dunque nel giudicare della stupidità altrui (anche di Popolov, anche di W.R. Hearst) e delle sciocchezze (cazzate) che gli altri dicono o commettono. — Mi sovviene (si dice ancora così), e mi domando il perché, una vecchia battuta di Groucho Marx. A E.B. Withe che lo canzonava amabilmente sostenendo che assomigliasse a Raymond Duncan, Groucho rispose: «Mi rincresce di somigliare a Raymond Duncan ai suoi occhi, ma d’altra parte, se questo è vero, dovrà ammettere che anche lui assomiglia a me» (Le lettere di Groucho Marx, Adelphi, Milano, 1992, p. 145). Perché mi viene in mente questa battuta? È la mia intelligenza o la mia stupidità a farla spuntare? Oppure si tratta, per dirla con George Steiner, delle simultaneità polifoniche del pensiero, dell’immaginazione controfattuale? Provo a sostituire Raymond Duncan con lo stupido e la frase cambia così: «Mi rincresce di somigliare a uno stupido ai tuoi occhi, ma d’altra parte, se questo è vero, bisognerà che ammetti che anche lui, lo stupido, assomiglia a me». Somigliare, essere simile a, essere prossimo, essere come non significa identità, e fin qui siamo nell’ovvio; inoltre la somiglianza è rilevata da un terzo (quand’anche fossi io, per così dire, allo specchio) e questo terzo che rileva ciò in cui somiglio a un altro potrebbe ingannarsi; infine potrei io stesso ingannarlo, il terzo, camuffandomi, simulando, fingendo. Ingannato o ingannatosi, costui finirà per passare (essere) davvero per stupido (con) e senza accorgersene. Si è sempre lo stupido di qualcuno ma troppo raramente lo si è di/per sé stessi. E se, come dice Jean-François Dortier nel suo bell’intervento, «uno stupido non può evidentemente riconoscersi per tale» (p. 35), un libro sulla stupidità rappresenterà per il medesimo stupido un’occasione irrinunciabile onde dimostrare la propria intelligenza.

mercoledì 13 marzo 2019

Verso il bianco di Paolo Miorandi


Delicato e malinconico questo librino di Paolo Miorandi su Robert Walser intitolato “Verso il bianco”. Più che un saggetto o una biografia è un diario di viaggio o di pellegrinaggio nei luoghi walseriani, dove Walser impresse le sue memorande impronte.
 
Delicato e malinconico questo librino di Paolo Miorandi su Robert Walser. Più che saggetto o biografia, diario di viaggio o di pellegrinaggio nei luoghi walseriani, dove Walser impresse le sue memorande impronte. Arricchito di nove fotografie (inevitabile quella del corpo di Walser riverso nella neve); composto di sette capitoli titolati che compaiono in ordine inverso, dal settimo al primo, come in un conto alla rovescia; centoventi le pagine (comprensive di uno scarno apparato bibliografico). Titolo: Verso il bianco. E poi racchiude la ‘topografia’ walseriana, un ritaglio: Herisau (in Svizzera ovviamente), il manicomio dove trascorse gli ultimi ventitré anni della sua vita e tutto quel percorso che oggi si chiama Robert Walser Pfad; il lago di Bienne che gli diede i natali e al cui centro affiora la riante isola di Saint-Pierre, l’isola-asile di Rousseau, e in cui Rousseau avrebbe desiderato autoconfinarsi tutta la vita; la clinica psichiatrica Waldau, nelle vicinanze di Berna; Berlino, menzionata di sfuggita, giacché Walser, che vi soggiornò, vi pubblicò I fratelli Tanner (e altro e come dimenticare le Bedenkliche Geschichten che parimenti appartengono al periodo berlinese?). — Ma poiché, come s’è accennato sopra, quello Miorandi è un diario, un taccuino di appunti, ecco anche l’isola di Patmos, l’isola di Giovanni l’evangelista, dove Miorandi compone alcuni versi «al termine di una lunga notte di espiazione» (p. 21). (Ma su Patmos, e sulla sua cupola, alla mente dello ‘scrivente’ affiora d’emblée, e vorrà scusarlo il ‘leggente’, una ilare pagina arbasiniana). Ecco ancora altri luoghi della memoria (conoscete espressione più ‘vessata’?) e senza nome, luoghi biografici. Infine, i nomi dei lettori rispettabili, dei lettori-chiosatori: Agamben, Canetti, Jaeggy, Kafka, Sebald, Seelig (ovviamente).
Ma la malinconia (che finisce per comporre una specie di endiadi con la delicatezza)? Del libretto di Miorandi, sicuramente, come s’è detto; e pure di Walser, verrebbe da aggiungere, giacché lo si legge spesso a proposito di Walser: Melancholie, malinconia; e però si legge anche ironia (Ironie); ed anche: «Walser spricht oft über Gefühle mit großer Innigkeit und zweifelt sie tief an, geradezu besessen davon, in ihnen ihr Gegenteil bloßzulegen» (enunciato di Brigitte Kronauer che trascrivo qui solo perché mi pare particolarmente fantasioso). Il lettore dello Jakob ricorderà poi una bella frase del medesimo Walser, una frase a cui crederà e non crederà nel medesimo tempo: «Del resto anche la malinconia mi è tanto cara, tanto preziosa: perché educa» (Jacob von Gunten, Adelphi, Milano, 1970, p. 137-138). — Infine, l’angoscia: «In Walser […] un assoluto pudore nei confronti del linguaggio impedisce all’angoscia di esprimersi» (questo è Cacciari, ma Canetti diceva un po’ la stessa cosa); «[…] l’essenza dell’opera [sua, però] non è l’angoscia» (Cacciari, Dallo Steinhof, Milano, Adelphi, 1980, pp. 185-186).
Dunque ripeto: perché soprattutto la malinconia nel librino di Miorandi? Perché, per impiegare un’espressione medica, perché questo «fenomeno di rebound»? (Chi era più questo? Arbasino?). — Ma prima ancora: perché il funambolo? Certo qualcuno lo vide un giorno, Walser, camminare sulla spalletta di un ponte (p. 47), ma fu mai Walser un ‘funambolo’ nella vita e nella letteratura? C’è per di più nei Fritz Kochers Aufsätze un frammento dove il Nostro menziona il funambolo (Seiltänzer): «Sarebbe bello fare il saltimbanco. Un famoso funambolo, con i fuochi artificiali sul dorso» (Adelphi, Milano, 1978, p. 44). Seelig (Carl) gli attribuisce le seguenti parole il 27 giugno 1937 nel corso di una passeggiata tra il Buchberg e il Rorschachberg: «La felicità non è un buon materiale per gli scrittori» ecc., «la sofferenza, la tragedia e la commedia» invece… «bisogna solo sapergli dar fuoco al momento giusto [e] allora salgono come razzi fino al cielo e illuminano tutto il paesaggio» (Passeggiate con Walser, Adelphi, Milano, 1981, p. 21-22). Eppure prendere sul serio Fritz/Robert e immaginarlo come un «vero funambolo» e cioè come un Robledillo (o un Colleano o un Petit) che si rifiuta «di eseguire esercizi che non prevedano la possibilità di cadere [per] non fare un torto alla propria arte» (p. 48), di cadere e di accopparsi, non significa vedere dell’enfasi e magari le airs penchés laddove c’è dell’ironia, del comico, dello humour?
E dopo comunque l’evidenza che Walser, accantonate le ambizioni ‘pubbliche’, si ritira a vita ‘privata’ in manicomio. «Lavora alla propria invisibilità» (p. 66), chiosa Miorandi, nel «reparto degli uomini silenziosi» (che è poi il titolo del quarto capitolo dell’opuscolo). Ecco via via invisibilità e silenzio, la sua maniera – mathesis singularis, ma anche caso unico (direbbe Cacciari); progressiva rimozione delle tracce: «Penso ai microgrammi e vedo la scrittura che rimpicciolisce mentre le voci si zittiscono» (p. 67). Ma i microgrammi, scarabocchiati con un mozzicone di matita su foglietti volanti e con una grafia minutissima e indecifrabile, sono ancora tracce, benché da occultare un po’ ovunque. È a Herisau che Walser non scrive più. In fondo senza mostrarsi e senza nascondersi, perché questo significa non scrivere più.
Si incappa tuttavia in una seconda evidenza, e qui il ‘fallo’ non è imputabile a nessuno (non a Walser, non a Miorandi…): nonostante gli sforzi Walser, com’è noto, non riuscì scomparire. Il tragitto verso il bianco non cancellò l’opera, e i microgrammi sono oggi, da un po’, oggetto di ‘acribica’ (acribico non esiste, attesta Bartezzaghi) decrittazione. Gradito agli scrittori, ai critici, ai filosofi… ne è sortita dall’opera sua e dalla sua personale vicenda, dal suo caso, una messe di studi. E qualcosina anche sulla sua storia clinica e infine sulla sua morte, documentata dalle notissime fotografie. Fra le cose più belle che ha scritto Beppe Sebaste nel suo Panchine (un libro peraltro quasi modesto) questa: «Una foto [invero sono più d’una] lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato nella neve» (Beppe Sebaste, Panchine, Laterza, Bari, 2008, p. 57). Riecco l’allegoria più volte percorsa della pagina bianca e dei segni della matita: un’immagine cui sembra difficile sottrarsi benché o forse proprio perché la leggibilità del mondo è sempre già data. E cui corrisponde la speculare allegoria della passeggiata o del camminare, del flâner, come gesto della scrittura.
Già, ma dove s’incontrano (il libretto di) Miorandi e Walser? Nessun dubbio sul fatto che il nostro autore gli voglia bene, sul fatto che sia toccato, candidamente toccato, dalla sua umana vicenda. Il Walser di Miorandi però è il Walser di Miorandi (ah, la forza della tautologia!); e forse qualcuno, magari più d’uno, questo Walser non lo riconoscerà interamente. (Sulla potenza della tautologia, abbiate pazienza se infilo qui una chioserella, Edward W. Said, in un bel libro pubblicato da Feltrinelli nel 2008 ‹Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi›, menziona i signori Peter Stansky e William Abrahams, autori di un libro intitolato The Unknown Orwell in cui compare la seguente frase: «Orwell apparteneva alla categoria di scrittori che scrivono»). Di qui la malinconia e le meditazioni cimiteriali. Dicendo di sé (Miorandi): «Chiedevo alle parole di arginare la paura che provavo di fronte allo scomparire di ciò che mi era caro» (p. 48). E però rovesciare un ‘pensieretto’ produce un altro ‘pensieretto’: «Ci sono parole di polvere e di fumo. Si bruciano lettere senza destinatario, assieme ai resti di ogni vita. Il vento ne disperderà la cenere, Ognuno lo farà per l’altro. Sarà il nostro perfetto gesto di compassione» (p. 108). Giustissimo. Ma non è così o, per meglio dire, non è sempre così; ed è così forse solo nel commiato funebre, dove talvolta si finisce per far festa, come sanno tutti. Non c’è bisogno di attendere questo momento per ricominciare a raccontare o per cessare una volta per tutte di farlo. Un riferimento a Thomas Mann, ma non troppo gentile: «Fortunati gli alberi che ogni anni possono fruttificare» (Seelig, op. cit., p. 117). Impressione che per Miorandi in primis valgano le seguenti parole di Rosny senior: «Per quanto mi riguarda, da molti anni la morte deteriora ogni gioia» (cit. in E. Morin, L’uomo e la morte, Erickson, Trento, 2014, p. 274).
 
Paolo Miorandi, “Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser”, Exorma, Roma 2019, pp. 120, 13,50 €.
 
Giudizio: 4/5
 


martedì 5 marzo 2019

Il pantarèi di Ezio Sinigaglia


Daniele Stern, il protagonista de Il Pantarèi di Ezio Sinigaglia, è un aspirante romanziere che sbarca il lunario esercitando l’abicì del lavoro editoriale – e, potete scommetterci, molto altro ancora. Un giorno gli viene assegnato il compito di compilare la sezione di un’opera di divulgazione (un’enciclopedia) dedicata al romanzo novecentesco (quindi di ‘curare gli interessi’ di Proust, di Svevo di Kafka… di Robbe-Grillet). Ora che ne direbbe il lettore amico se, con la complicità dell’autore, questo Daniele Stern si ritrovasse un po’ a raccontare e un po’ (a essere) raccontato alla maniera di Joyce, Proust, Cèline, Svevo ecc? Certo, spesso anche a bighellonare alle svolte della storia… Bene, questo è, a dirla in soldoni, Il pantarèi. Aggiungo solo che ne sortisce una biografia dei saperi del suo autore.

 Parliamo de Il Pantarèi, il romanzo di Ezio Sinigaglia, novità editoriale di Terra Rossa Edizioni nella collana ‘Fondanti’ diretta da Giovanni Turi (veste grafica accattivante e curatissima; in copertina una Olivetti su fondo seppia; prefazione dell’autore).


Un paio di avvertenze. La prima: Il Pantarèi è bensì una novità editoriale ma ebbe una prima e (ahimè!) sfortunata edizione negli Ottanta. La seconda: quello di Sinigaglia è bensì un romanzo, ma riservandomi l’uso di un espediente grafico (non so quanto apprezzabile) potrei barrare la parola romanzo così: romanzo. Roger Caillois scrisse una volta che il romanzo, di questo stiamo parlando, «il croît comme une herbe folle dans un terrain vague», «cresce come un’erba matta in un terreno incolto» (Caillois, Puissances du roman, Sagittaire, 1942, p. 33). Le nuove tecniche narrative da un lato, lo scavo paziente dell’accademico dall’altro, e poi le ideologie o le fedi romanzesche – tutto ciò trasforma e sfigura e imbolsisce e impingua il romanzo. Quindi ecco il romanzo o un black hole o il πάντα ῥεῖ. Immagino di non scontentare nessuno saltando qui a piè pari tutto quel ragionamento, nemmeno tanto troppo recente, sul post-, neo-, sul romanzo-saggio, sul metaromanzo ecc. Oltrepassa i limiti di una recensione peraltro ordinaria come la mia. Infine non ci sentiamo in umore di avventurarci (è il plurale editoriale)... Beninteso, svariate osservazioni si possono fare in aggiunta. Ezio Sinigaglia non teme affatto di compromettersi, e sul romanzo, sulla sua metamorfosi, intende dire la sua senza infingimenti. La sua di giovane écrivain che si affaccia sulla scena letteraria. Sinigaglia tratta il romanzo directe et oblique. Un istante di pazienza…


Sinigaglia scrive un romanzo per parlare del romanzo dei romanzi. Daniele Stern, ne è il protagonista. Aspirante romanziere, compilatore di voci di enciclopedia – ciò che ne sminuisce il credito, ciò che ne svilisce le attitudini («[…] quegli anni alla macchina da scrivere gli avevano come graffiato lo stile» ‹p. 73›), Daniele Stern «non [ha] ambizioni» (p. 74) e c’è «qualcosa di senile in lui […] sfibrata stanchezza […] accidiosa indolenza» (op. 75); rivendica il diritto a «restare incompiuti» (p. 49) e un’immunità adattativa («Il mio non-senso della realtà può resistere a qualsiasi catastrofe» ‹p. 143›). Atteso antieroe, uomo senza qualità privo, almeno apparentemente, di un ubi consistam, forse, anzi quasi certamente un black hole (vedi la prefazione dell’autore), sulla scia della tradizione letteraria e romanzesca novecentesca, può stare degnamente per il punctum fictum (e quante volte immaginato!) da cui guardare al romanzo o ai romanzi.Guardare al romanzo. Che significa? Non ci sono che due vie per guardare al romanzo e verificarne così la sussistenza – la sopravvivenza o la supervivenza. La via diretta: scriverne uno che accolga la lezione più ‘recente’ (quella di Proust, di Joyce, di Musil, di Svevo, di Kafka, di Céline, di Robbe-Grillet), scriverlo fino a ritrovare la pagina bianca. Quella indiretta: atteggiarsi, ma sabiamente e senza disperare e semmai con un pizzico di ironia, a critico (scrivere sulla lavagna nera, per dirla con Gilbert-Lecomte)
. Sinigaglia e il suo doppio Stern, non scordiamo peraltro gli effetti di embrayage di taluni enunciati – Sinigaglia e il suo ‘doppio’ imboccano entrambe le strade. Ma la successione di sezioni narrative e di sezioni saggistiche è solo la soprafaccia di un corpo, il corpo del testo, che non cessa di (s)velare le proprie ambiguità: la propria natura ambigua o la propria natura androgina, la propria natura apolide. Il Pantarèi è un mostrum: coesistenza di intenzioni pluridiscorsive (socioletti, idioletti à la manière destilizzazioni parodiche e umoristiche sottilmente parricide) la cui norma generativa alberga proprio, nessuna sorpresa!, nel romanzo, nel romanzo dato per morto, dato così spesso per morto.

Perché darsi pena e pensiero per la sopravvivenza del romanzo? «Le più squisite e ‘intellettuali’ costruzioni romanzesche del novecento – scriveva Arbasino in quegli anni lì – al di là delle operazioni formali che ‘ci dicono tante cose’ sull’originalità creatrice e ‘fantastica’ di Proust e Mann e Musil e Hesse e Joyce e Gadda e Fitzgerald e Forster e Faulkner… ecco quante informazioni, proprio informazioni a proposito di epoche intere, e intere società» (Arbasino, In questo Stato, Milano, Garzanti, 1978, p. 100). Informazioni, proprio informazioni, che non ci dànno i romanzi realisti, o psicologici; informazioni che sfidano la sociologia e la psicologia ecc. (Alcuni degli autori citati da Arbasino sono gli autori di Ezio Sinigaglia, e anche qui nessuna sorpresa).

Stern – affidiamoci a Stern per il momento per la ragione espressa sopra, anzi, per le ragioni espresse sopra – è equivoco: da un lato «trova miracoloso che un uomo come Fabio, un ingegnere, scienziato e al tempo stesso manager, [consideri] la letteratura una cosa seria» (p. 73) – e dunque seria lo sarebbe in qualche modo; dall’altro, ma facciamo solo un passo di lato, «se non avesse ritenuto [Stern] lo scrivere un’attività troppo seria per le sue abitudini, avrebbe certamente scritto, pima o poi, un Elogio della frivolezza [poiché] la frivolezza [è] il prodotto più genuino dell’intelligenza. Le jeu pour le jeu» (p. 83). Equivoco Daniele Stern, conteur, autore di un torso di romanzo, compilatore di lettere e di racconti non scritti e nemmanco oralizzati (p. 218: «Anna mia, benché da alcune ore il mio cuore […] mi spinge di nuovo a parlarti, o per meglio dire a scriverti, senza foglio né penna»; p. 220: «[…] oppure posso, ecco sta’ a sentire, riattaccare il romanzetto che avevo cominciato [e tutto immaginato] proprio dal punto in cui l’ho interrotto»).


Perché darsi pena e pensiero eccetera? Čechov al fratello Aleksandr: «Mi compiaccio per il tuo esordio su ‘Tempo Nuovo’. Ma perché non hai scelto un tema serio? La forma è ottima, ma i personaggi sono legnosi, il soggetto poi, è insulso [...] Prendi qualcosa dalla vita reale, d’ogni giorno, senza trama e senza fine» (Čechov, Né per fama, né per denaro, Beat, 2015, p. 31). Che cosa significa un tema serio? Il segmento di una vita reale è forse un tema serio? E perché Daniele Stern archivia il suo abbozzo di romanzo dentro una cartelletta su cui traccia la parola eventualità? (Pavento in queste domande certo allegro malabarismo…). «Infine il suo malumore approdò a questa frase: ‘Vorrei scriverlo io un romanzo, ma non so proprio da dove cominciare’» (p. 199).  Stern per ora non completa il suo romanzo. Non sa davvero che scrivere? È sprovvisto di un argomento serio (e cioè di un frammento di vita senza capo né coda e tuttavia reale)? Prudente Stern che lascia maturare gli eventi, le eventualità. Chissà che le parole di Gottfried Benn non illuminino il percorso: «Misura con i passi il tuo circolo, cerca le tue parole, disegna la tua morfologia» (Benn, Replica a Alexander Lernet-Holenia, in Arte monologica, Milano, Adelphi, 2018, pp. 27-28). Così Sax, il protagonista del romanzo di Daniele Stern: «Avanti professore su venga al proscenio […] ci parli delle mani lungamente[,] dei polpastrelli[,] dei ghirigori oblunghi […] lo dica a cosa serve la sapienza […] se lo dicesse lei a tutti quanti che la sapienza è accarezzare a lungo[,] che i corpi sono pagine fruscianti» (p. 306).  Nelle anamnesi, nelle paramnesie, nei rimescolamenti del sangue, nel sesso, nell’amore, nell’allusione alla morbilità comune… nell’assunzione di tutto nella scrittura ecco quell’umano che permane nel romanzo, nel πάντα ῥεῖ.



Ezio Sinigaglia, “Il Pantarèi”, Terra Rossa, 2019, pp. 312, 15,50 €.
 Giudizio: 5/5 www.lorenzoleone.it 

giovedì 31 gennaio 2019

Diffidate della passione (soprattutto in politica)


Proposizione XXXII dell’Etica di Spinoza, parte quarta: «In quanto uomini sono soggetti alle passioni, non si può dire che concordino per natura». A tutta prima una frase sconcertante. Il senso comune, infatti, ci insegna che sono soprattutto le passioni condivise a unire gli uomini – e che le passioni sono vicine alla natura. Ma il senso comune fa spesso a pugni con la filosofia; oppure: la filosofia fa spesso a pugni con il senso comune. E questo è, in certa misura, il suo compito, della filosofia: strapazzare il senso comune, scuotere i luoghi comuni. Non dico nulla di nuovo e forse potrei aggiungere che il senso comune ha in odio la filosofia proprio per questa ragione: perché ne esce malmenato e deve ricorrere all’aspirina. (Sono un ottimista, lo so…). Anche qui non dico nulla di nuovo. Torniamo a Spinoza. Affermare che non è la passione a unire gli uomini ha precise conseguenze politiche – o sociali. Il convenire passionale degli uomini è un falso consenso – un fallace agire di consenso. Pensiamo per esempio al ‘sì di pancia’ di molti cittadini elettori. Ma perché la passione genererebbe un falso consenso? Perché attraverso la passione non se ne ha, per natura – si badi: per natura –, uno vero? È presto detto: la passione è manchevole o, per meglio dire, impotente. Leggiamo la proposizione III della parte terza: «Le azioni della Mente hanno origine dalle sole idee adeguate; le passioni invece dipendono dalle sole idee inadeguate». Le passioni sono idee inadeguate, mutilate, confuse; e lo sono – questo è il punto – perché non se ne comprende distintamente e chiaramente la causa (cfr. Def. I, p. III). La mente che accoglie queste idee inadeguate – queste passioni – è allora una mente «passiva» (Prop. I p. III). Se si troverà un accordo su questa base, esso accordo sarà un equivoco e un ritrovarsi nell’impotenza «o negazione», un concordare sul nulla o sull’aria fritta – come quando si afferma «che la pietra e l’uomo concordano [sul fatto che] sono finiti, impotenti […] superati dalla potenza delle cause esterne» (Scolio alla Prop. III, p. IV). Verrebbe da dire: un mal comune mezzo gaudio; e un condividere la scontentezza e la rabbia, e immaginare nemici molto potenti (senza sapere il perché o sapendolo male, facendosi la guerra l’un l’altro, azzannando i postini). Che Spinoza ci inviti ad agire cum grano salis, così e semplicemente? Direi che ci dice qualcosa di più: ci insegna a diffidare del collante della passione. Ma de hoc satis.

Spigolature (quasi una rubrica)

Thomas Bossard
Di Banana Yoshimoto ho recuperato presso il solito mercatino due librini: Kitchen (a) e L’abito di piume (b). Al prezzo di un euro l’uno mi spiaceva lasciarli dove stavano benché io sia quasi indigente – indigenza che è da un lato l’indigenza del corpo (come insegna Galimberti in un dei sui soliti libercoli sulla τέχνη) e dall’altro quella di un tizio che non può permettersi una vacanza al mare (che in questo momento non avrebbe granché senso). Di Banana ho letto però Lucertola (un euro al mercatino). L’ho letto tempo fa e non saprei dire nemmeno si mi sia piaciuto. Forse no considerata la resistenza a incominciare la lettura di a e b. Una cosina mi aveva però ‘intrigato’ (ma non troppo, per dirla con un’indicazione agogico-dinamica e musicale…). La protagonista va a un funerale e vi scopre una solennità e una comunione, una… mi sono distratto per mescolare il sugo… forse era partecipazione… «un’energia – cito – sperimentata solo nel sesso di gruppo». Questo accostamento stucca e poi è messo lì apposta per stupire e però, insomma, sopra ho detto che intriga. Vero è che, sull’argomento v’è, dice il filosofo Frank R. Wallace, «a wide range of reactions». L’argomento non è il funerale, va da sé… Mi sono perso; parlavo all’inizio di Banana Yoshimoto e, insomma, vi domando delle vostre esperienze…

Su Tinder non cucca a causa dei suoi 69 anni e allora Emile Ratelband, entertrainer, come si definisce (e cioè entertainer e trainer), imprenditore e politico, autore di libri, ovviamente, fra cui Somatology, che offre – offrirebbe – istruzioni per esaminare le caratteristiche fisiognomiche e per determinare come funziona una persona (tre i tipi di somatici: il cacciatore, il collezionista e il filosofo…), Emile Ratelband chiede al tribunale di Arnhem di levargli vent’anni dalla carta d’identità. E d’altra parte Emile Ratelband si sente sufficientemente in forma per averne 49. Ora, queste facezie di Emile Ratelband mi hanno richiamato altre facezie di Guido Ceronetti. Ricordo, per esempio, che tempo fa propose di estendere il servizio erotico volontario agli anziani. Quel medesimo articoletto si apriva con la parola «infallibile [che] ci dice l’essenziale di Sofocle: ‘La più grande sciagura per un uomo è una lunga vita’».

Fragilità della scrittura – o del pensiero. Ecco, infatti, ecco che una parolina, un pensierino si fanno strada timidamente, si aprono timidamente un varco e… finiscono in vacca (che è termine tolto dalla terminologia della bachicoltura – almeno secondo il Panzini o il Tommaseo). Il solito cicaleccio sulle scale, il solito squillo di tromba, la gatta gnaulante… Ma poi è tutta questione di volontà – di volontà, come sanno anche i bambini. «Avete mai letto Nietzsche?» chiede il filosofo a all’uomo che, al tavolo del bar, si accompagna a un bambino, al figlioletto. «No» risponde l’uomo; «Ebbene, leggetelo, riuscirete certamente anche voi a fare i gelati». La storiella la racconta Leo Longanesi in un libretto intitolato Parliamo dell’elefante. Fatto curioso: il gelato materializzato dal filosofo costa quattro volte quello del gelataio.  Ma vogliamo pagarla, e pagarla profumatamente, l’opera dello spirito? Mica semplice materializzare un gelato – un gelato: un pensiero, una parola, la parola che ci vuole in questo momento, au moment voulu

«La verità non è un pesce da tirare in faccia ma deve aiutare a fare chiarezza» dice Enrico Solmi, évêque de Parme. Allude al recente provvedimento di Pizzarotti, sindaco di Parma: al provvedimento di cui abbiamo letto sui giornali. Su Youtube trovo un breve filmato del nostro sopracciò dove il sintagma verbale ‘pescare’ torna con tanta insistenza da produrre un effetto comico irresistibile. Tutti conosciamo le complesse valenze simboliche del pesce e della pesca nella tradizione cristiana, ma questa insistenza di Solmi mi ricorda Tognazzi e quella sua passione per la maionese nel film tratto dal romanzo di Chiara.

Non so voi ma io non mi sorbirei il caffè Malongo alle cinque del mattino e nemmeno alle sei o alle sedici; e sì che non sono per nulla esigente in fatto di caffè.

Questo inchinarsi di fronte alla carnalità – anzi ai genitali tout court –, questo inchinarsi è tuttavia privo di passione, di gioia e persino di sofferenza. È un po’ l’omaggio che l’uomo comune, quello del bar (o del ‘bistro’, del ‘bistro’ considerato che siamo in Francia) tributa a ciò che enfaticamente potrebbe chiamare ‘il motore della storia’ se solo conoscesse questa espressione enfatica. È cioè un discorso un po’ sporcaccione e… e terra terra. (Quanto lontano il prodigioso Fourier che parla d’amore!). In quanto motore della storia, questo discorso incorpora tutta quanta la cultura o, per meglio dire, la racchiude nelle mutande. Se facciamo per esempio di Thomas Mann e di Marcel Proust i vertici della cultura rispettivamente tedesca e francese, vertici vertiginosi, raggiunti al termine di una scalata di otto secoli; se immaginiamo che Thomas Mann e Marcel Proust abbiano posseduto tutta la cultura del mondo e tutta l’intelligenza del mondo, ebbene, non possiamo trascurare gli organi genitali e il fatto che si fossero prosternati, con passione però, davanti agli organi genitali – non importa se femminili o maschili. E così nel movimento animale (per dirla garbatamente con Fourier) si sarebbe dissolta tutta quanta la civilizzazione europea. Presto, dunque, una ragazzina per Thomas Mann e una Rihanna (avete letto bene) per Proust! Ora dobbiamo prestare attenzione al fatto che l’uomo che fa questo discorso, questo discorso spropositato, le pilier de bar, è (anche) impotente; e che questo uomo (impotente) è forse, anzi, è sicuramente l’autore di Sérotonine. (Dedurne l’impotenza dei frequentatori di bar è forse un azzardo). Bene, non mi resta che ringraziare Jean-Marc Proust (parente?) che per primo – credo – ha ricondotto il romanzetto a una delle sue fonti discorsive: il bar.

C’è un’ansia bruciante – vi piace questo aggettivo? –, un’ansia bruciante che non riesci a spegnere e a nulla vale agghindarsi di frasche per somigliare a una pianta come pure qualcuno ha fatto, e come testimonia l’antropologia culturale, e scrutare il cielo nell’attesa delle nuvole cariche di pioggia. Certo quel qualcuno invoca davvero la pioggia, ma chi può negare sia parimenti bruciato dall’ansia? Se l’ansia è bruciante, nota Giordano Bruno da qualche parte, non ti si vincola facilmente e nemmeno Venere, se ti piace Venere, saprebbe soggiogarti. Che sia questo il vantaggio dell’ansioso sull’uomo pacifico? E d’altra parte è l’ansia a vincolarti…

Il padre di Joe Ackerley – lo racconta Joe Ackerley – era un bel tipo, di quelli garbati, di quelli che siedono in poltrona a leggere il giornale scaccolandosi svagatamente. A Joe Ackerley e a suo padre mi ci ha fatto pensare ieri il millesimo automobilista con l’indice dentro il naso – l’automobilista ha sempre un indice libero e disponibile per il disbrigo di questa faccenduola; un indice ritto e paffuto e sodo come quello dell’omino Bialetti. In ogni modo Joe Randolph Ackerley si rammaricava di questa imperfezione paterna, imperfezione che ne turbava il ritratto – sempre che un ritratto si lasci turbare. Gli è che un certo credito passa attraverso l’oblio di certe altre cerimonie corporee. Il professor *** che vedete spesso in televisione dissipò ai mei occhi, ai miei occhi giacché gli sedevo accanto, dissipò, dicevo, buona parte del suo credito allorché combinò un disastro ficcandosi incautamente il pollice (!) nel naso. Com’è che gli riuscì ancora di sincerarsi che in quel seminario ristretto avessimo letto tutti quanti il saggio sull’opera d’arte di Heidegger (quello sugli zoccoli di Van Gogh)? Stendendo un fazzoletto sul volto come Nerone. Il corpo del filosofo, di un filosofo, di un pensatore, di uno scrittore, di un intellettuale… questo corpo non dovrebbe sostanziarsi che nel corpo del testo; e, dato ciò per sicuro, è solo ruzzolando per la scala dell’essere, che altri chiama vita sociale, che saprebbe ritrovare la ‘biologia’. Quando gli avvenisse di ruzzolare, col dito nel naso, con le comparsate in TV (in veste di opinion maker), con la dubbia fama di molestatore di studentesse o di ragazzini, sarebbero guai e fazzoletti. (Dall’Iperuranio alla caccola sul dito non c’è che un passo). C’è anche la morte, alla fine, va da sé, ma questa toglie di mezzo l’ingombro, e cioè il corpo fisico, reale: ciò che ci si proponeva sin dall’inizio (e che Pitagora realizzò con mezzi modesti nascondendosi dietro una tenda). Capisco meglio quella frase di Derrida: «Ogni cogito ergo sum implica un ‘io sono morto’».
L’ho già detto che non tollero più l’aggettivo “potente” in ambito critico-estetico? Com’è come non è, ci pensavo a pranzo, mentre mi gustavo un piatto di agnolotti alla piemontese in brodo.
 Ah! Ma hanno buttato il sale per terra? In testa dovrebbero metterselo! Lo sa cosa dicevano i latini? Cum grano Salis, e cioè con il grano arriva la sapienza...
(Un tizio dalla capigliatura fiammeggiante, poco fa, dalle mie parti)

Fra i pregi dei cosiddetti social network il fatto che persone che non si sarebbero mai parlate si parlino. E questo fatto va collocato anche fra i difetti dei medesimi social network.

L’altro dì in pizzeria una famigliola di quattro, lui, lei e due figlioli; non uno che non allumasse lo schermo dello smartphone; e poiché s’era in pochi, loro ed io in un canto, imperava un silenzio assurdo e ferale. In ogni modo la paura di perdere il telefonino ha già un nome: nomophobia (no-mobile-phobia)

Parliamo invece di Filippo Facci. Filippo Facci è un uomo allampanato e pallido, con un viso asimmetrico e un prognatismo pronunciato. E questo è grossomodo tutto quello che sappiamo di Filippo Facci. Ci sono anche le sue idee, di Filippo Facci. Sue? Fra le idee di Filippo Facci questa: i gay e il PIL che non cresce sono una fotografia della nostra attuale situazione. Si è cercato un nesso tra il PIL e i gay e non lo si è trovato. Eppure il nesso è lì: il PIL che non cresce è come i gay che non si riproducono: fondamentalmente ‘infruttifero’. Filippo Facci non lo ammetterebbe perché non lo ha capito bene neppure lui ma è così; non ammetterebbe mai che le sue (pseudo)idee sono quelle di un neofondamentalista qualunque…

È una notizia sensazionale rimbalzata dagli USA e rilanciata su alcuni quotidiani nazionali cattolici e conservatori, neofondamentalisti; è una notizia destinata a sollevare molto scalpore in quegli ambienti lì, pro-life, e confezionata apposta per i pro-life zealots. La notizia è questa: lo stato di Nuova York ha (avrebbe) promulgato una legge che consente alle donne di abortire anche il giorno prima del parto. Ovviamente è una bufala, una fake-news. Non ti stupisce più di tanto che talune testate la rilancino – taluni giornali cattolici e conservatori, neofondamentalisti; non ti stupisce perché sei scafato. Invece – ma perché invece? – la bêtise dei lettori-commentatori ti scoccia, quella bêtise che somiglia a un’attività frenica, a un singhiozzo, e che non arretra nemmeno davanti alla traduzione parola per parola del comma incriminato della legge incriminata.

venerdì 14 dicembre 2018

Odiare la poesia di Ben Lerner


Nelle ottanta pagine di un libretto intitolato Odiare la poesia (Sellerio, 2017), Ben Lerner, poeta, scrittore e critico statunitense, riversa una tesi paradossale che credo di poter compendiare così: l’odio per la poesia non vuole la sparizione della poesia ma la sua sovversione; l’odio per la poesia è un appello a una poesia virtuale – o a una Poesia con la P maiuscola – che saprebbe essere oggetto d’amore. L’espressione ‘poesia virtuale’ proviene dritta dritta da Allen Grossman che la impiegava in un saggio dedicato a Hart Crane. Lerner non ha alcuna difficoltà a dichiarare il suo debito nei confronti di Grossman e, in particolare, nei confronti del suo saggio su Crane. Il seguente passaggio (non citato da Lerner) lo acclarerà: «La pratica di Crane rovescia il rapporto tra l’attuale e il virtuale o immaginario nella tradizione. In effetti, egli mette in questione la poesia con una seria interpretazione morale (un’interpretazione letterale) delle sue promesse. Egli cerca di identificare la poesia reale con la natura della poesia immaginaria o virtuale e di adeguare la prima (la poesia reale) alle caratteristiche supposte dell’ultima».[1] Può bastare. La trovata di Lerner nasce estendendo l’idea di una poesia virtuale cui la poesia reale – tutta la poesia effettivamente scritta – non riesce ad adeguarsi: e cioè «[dal]l’idea che le poesie reali siano per la loro stessa natura condannate al fallimento da una ‘logica crudele’ alla quale non ci si può sottrarre con nessun grado di virtuosismo». Corollario: «La poesia non è difficile, è impossibile»; e con ciò merita il nostro disprezzoa perfect contempt», con le parole di Marianne Moore) o il nostro odio (p. 14).
E così e per paradosso è (sarebbe) innanzitutto la poesia davvero pessima e insopportabile ad annunciare per contrasto la poesia virtuale. Lerner menziona un volume intitolato Pegasus Descending. A Book of the Best Bad Verse.[2] Pubblicato nel 1971 a cura di James Camp, X. J. Kennedy, e Keith Waldrop, l’antologia raccoglie il peggio della poesia inglese e non risparmia nessuno: con Sarah Taylor Shatford, Alfred Austin sono menzionati Milton, Keats e Wordsworth. (Lerner rammenta la pointe di James Wright a commento del volume: «Nothing mediocre!»). Ciò non significa che la poesia eccelsa sappia accedervi – accedere alla poesia virtuale: «Nessuna [poesia] ci dona la musica autentica» (p. 36); o, per dirla con Antonio Prete, che di queste cose si era occupato nel suo Il demone dell’analogia,[3] «l’altra lingua» è «lingua d’una festa cui i poeti sono ammessi, ma poi trattenuti sulla soglia, come accade al convitato della Ballata di Coleridge». Infine, Bataille: «Mi avvicino alla poesia: ma per mancarle».[4] E l’odio?
Ora, ricorda Lerner (p. 23 sgg.), è nella Repubblica di Platone che troviamo la più remota censura della poesia. In cosa consista questa censura è molto semplice da enunciare: i poeti sono tre volte lontani dalla realtà (Rep. X, 599a), e cioè dalla verità. La poesia è decettiva e dunque nessuna funzione paidetica le è accordata nella polis. Ma noi sappiamo bene (anche Lerner lo sa) che Platone non odia affatto la poesia. Nello Ione, per esempio, Socrate afferma che i poeti sono ispirati dalla Musa (Ion. 533e), quantunque chiarisca subito che proprio per ciò essi non hanno un’arte e somigliano ai coribanti che danzano fuori di senno (Ion. 534a). Fortuna lunga quella della ‘predica’ platonica sulla poesia. Ancora Caedmon, il primo poeta riconosciuto di lingua inglese, scrive Grossman nel suo My Caedmon: Thinking about Poetic Vocation, [5] è ispirato dall’alto, da una certa voce, e proprio perché ispirato compone «la sua poesia proprio impossibile [his precisely impossible poem]».[6] E ancora il nostro Leopardi, nel 1821, torna al rapporto tra poesia e filosofia opponendo il falso del bello della prima al vero della seconda.[7]
Forse è nello Shelley della celebre Defense of poetry che qualcosa davvero cambia rispetto alla ‘requisitoria’ platonica. Per Shelley, in effetti, si tratta di celebrare la poesia in questi tempi di «excess of the selfish and calculating principle»; di opporre la poesia all’ego e agli egoismi, all’utile, ai soldi (money). Scrive: «La poesia e il principio del Sé, di cui il denaro è l’incarnazione visibile, sono il Dio e il Mammona del mondo [Poetry, and the principle of Self, of which money is the visible incarnation, are the God and Mammon of the world]». Ciò che non toglie, chiosa Rafey Habib, che il Self trovi una trascendenza nella poesia (poetry) e un’incarnazione nel denaro (money).[8] E se la poesia è ancora qualcosa di divino («Poetry  is indeed something divine»), lo è quasi solo retoricamente; e piuttosto essa è «allo stesso tempo centro e circonferenza del sapere; ciò che comprende tutta la scienza, e ciò a cui ogni scienza deve riferirsi [at once the centre and circumference of knowledge; it is that which comprehends all science, and that to which all science must be referred]». Insomma, un focus imaginarius, virtuale. Ed ecco quell’idea di poesia moderna e romantica che Grossman individua ancora in Crane; idea di cui Lerner non ci dice abbastanza – non senza ammettere di bypassare la bella complessità della tesi grossmaniana (cfr. p. 14) e, più avanti, di rileggere la storia della poesia in modo discontinuo (cfr. p. 26). Questa idea di una poesia virtuale mi pare corrispondere a quello che Antonio Prete, nel suo vecchio saggio, ha chiamato ‘stato di poesia’ (cfr. Op. cit., p. 115 sgg). Lo ‘stato di poesia’ è la trasposizione tutta profana dello ‘stato di grazia’ in un mondo che ha perduto il senso del sacro – quel senso che faceva dire ancora al Platone dello Ione che i poeti sono gli interpreti degli dei. Ma questo stato non basta, questa virtualità non basta. Prete cita Valéry (p. 118): «Quand je suis ‘inspiré’ je m’interromps très vite, je crains les vitesses de cet état qui jettent dans l’absurde». Eppure questa virtualità accolta nell’ispirazione è la poesia ideale, la poesia come ideale; e cioè, scrive Lerner, «un modo di esprimere il nostro desiderio di esercitare quelle capacità immaginative, di ricostruire il mondo sociale» (p. 55).
L’odio per la poesia attinge dunque – per Lerner, non per Valéry – a una specie di ‘moralismo’ che la vorrebbe comunque da qualche parte nel cielo assiologico o nei meandri di una coscienza morale o innocente o fanciullesca; si tratti poi di un moralismo buono, progressivo, civico o di un moralismo cattivo, regressivo, nostalgico, del filisteismo tout court, di cattiva coscienza. Il moralismo condanna il poeta. Con parole perplesse e con l’atto di uno che trangugia un boccone amaro: «La crudeltà della logica poetica è tanto più dolorosa in quanto fin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti poeti in virtù del semplice fatto di essere umani» (p. 15). Il Nostro va dal dentista il quale sa di ficcare le mani in bocca a un poeta. Chiosa Lerner: «C’è imbarazzo nei confronti del poeta – non sei capace di trovarti un lavoro vero, lasciarti alle spalle queste bambinate?» (p. 16). La poesia e l’infanzia: ogni bambino è un poeta e viceversa: così vuole il locus commune; quasi che l’infanzia o la prima giovinezza, ancora fiduciose o virtuose o autentiche, siano un po’ la cifra dell’umano. Una «Repubblica dell’immaginazione», scrive Azar Nafisi, un bambino «ce l’ha sempre».[9] Ma l’adulto? Tra impegno e loisir, labor e ludus, l’attività del poeta suscita diffidenza (o disprezzo o odio). Opinione che anche il poeta condivide, va da sé. Secolarizzata, la poesia mantiene un suo status simbolico e l’odio per essa si nutre di questa sua dimensione immaginaria («Esiste una dimensione immaginaria dell’odio» diceva Lacan da qualche parte).
Ma, nelle ultime pagine del suo libretto, Lerner è capace di stupire ancora riallacciandosi all’assurdo di Valéry (quantunque né a Valéry né al suo assurdo faccia mai cenno). Menziona infatti alcune sue abitudini dell’infanzia, invero molto comuni: ripetere una parola udita per poi accorgersi che gli interlocutori ne ricavano un senso (sorta di allegoresi); ed anche «dedurre il significato di una parola osservando la reazione degli altri all’uso che se ne fa»; e la sensazione «che due persone [possano] costruire attorno a un vocabolo un mondo in cui qualunque uso [assume] un senso». (Valéry, citato da Prete: «Le vers attend un sens»; ed anche: «Le vers écoute son lecteur» ‹Op. cit., p. 130›). Infine, o ancora, pervenire alla saturazione semantica ripetendo ossessivamente un vocabolo. Instabilità linguistica, tragitto ambiguo verso un senso, suono, musica: «Per me questa è la poesia» (p. 77 sgg.) dice Lerner, la poesia con tutte le sue imperfezioni e forse da disprezzare.
 
Ben Lerner, “Odiare la poesia”, Sellerio, Palermo, 2017, pp. 83, 12,00 €.
 
Giudizio: 3/5
 
www.lorenzoleone.it
 
NOTE
 
[1] Allen Grossman, Hart Crane and Poetry: A Consideration of Crane’s Intense Poetics With Reference to ‘The Return’, in «ELH», XLVIII, 4, inverno, 1981, pp. 841-879, The Johns Hopkins University Press, p. 864, oggi in The Long Schoolroom: Lesson in the Bitter Logic of the Poetic Principle, University of Michigan, 1997 (trad. Mia).
[2] L’antologia di Camp & C. si rifà a un’altra famigerata raccolta uscita nel 1930 intitolata The Stuffed Owl: An Anthology of Bad Verse e curata da D.B Wyndham Lewis e Charles Lee.
[3] Antonio Prete, Il demone dell’analogia. Da Leopardi a Valéry. Studi di poetica, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 122.
[4] Georges Bataille, L’impossibile, in Tutti i romanzi, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, p. 334. Scriveva Bataille nella prefazione alla seconda edizione: «Ho pubblicato per la prima volta questo libro quindici anni fa. Gli diedi allora un titolo oscuro: L’odio della poesia. Mi sembrava che solo l’odio potesse accedere alla vera poesia. La poesia non aveva senso potente che nella violenza della ribellione. Ma la poesia non raggiunge questa violenza che evocando l’impossibile» (p. 217). Immagino che Ben Lerner ignori questo libro di Georges Bataille.
[5] Lerner accenna alla lettura gossmaniana ma di nuovo senza offrire riferimenti bibliografici.
[6] In The Long Schoolroom: Lesson in the Bitter Logic of the Poetic Principle, cit.
[7] Sul punto rimando a Prete, Op. cit., pp. 139-140.
[8] Rafey Habib, The Early T.S. Eliot and Western Philosophy, Cambridge University Press, 1999, p. 186.
[9] Azar Nafisi, La repubblica dell’immaginazione, Adelphi, Milano, 2015, p.
13.


lunedì 3 dicembre 2018

Visto in America...


Sì, certo, un marcato accento francese, ma nessuna difficoltà nel disbrigo delle faccende quotidiane, pensava Géraldine Smith seguendo Stephen, il marito, in North Carolina – il marito americano che tornava in America per andare a insegnare all’università di Duke, «un luogo di eccellenza accademica in uno dei più bei campus americani». L’impiego appunto prestigioso e Géraldine Smith che è giornalista ed è stata in Africa, due anni in Senegal, corrispondente di Jeune Afrique; e che alla svolta dei quarant’anni nutre il desiderio di dare una svolta, con l’illusone di viverne altrettanti; e Max e Lily, i figlioli di undici e nove anni, beneficiari del vantaggio di una doppia cultura: roba che, insomma, non capita tutti i giorni – e che non capita mai, almeno con garanzie di successo e danari se non hai garanzie di successo e danari. Uno spasso. Géraldine Smith già fu a New York parecchie volte, dove vi abitava una vecchia tante; nel North Carolina mai – nel North Carolina che è «rurale» e «futurista», qualunque cosa significhino questi aggettivi per Géraldine Smith. E probabilmente qualcosa significano. Per esempio dalle finestre dello studiolo scruta solo alberi ma ode il brusio delle automobili; altro fatto straordinario: «Un giorno puoi mangiare costine di porco abbrustolite in un capannone in mezzo alla foresta e l’indomani assistere a un concerto di Jordi Savall» (Jordi Savall che è, come sanno tutti, un gambista e un violoncellista spagnolo). Nessuna difficoltà quotidiana e però alcune difficoltà generali… In North Carolina, ma forse ovunque da quelle parti, in Nord America, le auto procedono pigramente; per uscire di casa uomini e donne indossano la prima cosa che capita loro a tiro ecc. ecc. Tralascio il seguito di questa introduzione, benché occorra ancora che menzioni i Cherokees nella loro riserva e gli chalets su palafitte vista oceano un po’ più in là… tralascio e proseguo, proseguo con quel bisogno di sicurezza o certezza di futuro di cui Géraldine Smith ci parla nel primo capitolo. Supremo problema: i formaggi… e per una francese… i formaggi: norme di igiene impongono quelle pastorizzazioni che allogano fuori legge il camembert. Apprezzabile invece l’usanza comandata di sternutire nel gomito ripiegato e tramutato in una tasca per la tosse (pochette pour la toux, cough pocket); meno apprezzabile la diffusione di gel alcolici per disinfettare le mani: salviettine, boccettine e dispenser un po’ ovunque; e un sacco di gente che si strofina le mani dopo averle strette al proprio interlocutore. Pullulano così i germofobici e gli emetofobici – e se scrivo germofobici ed emetofobici è perché devono aver impressionato Géraldine Smith. La quale d’altra parte sta esaminando i dati del National Institute of Mental Health (NIMH), sede Bethesda, Maryland; del National Institute of Mental Health che dichiara che l’otto virgola sette per cento degli americani, soprattutto donne, ha «fobie specifiche come la germofobia o l’emetofobia che si manifestano con attacchi d’ansia incontrollabili». Ecco, l’ansia, lo stress e le solite domande: perché sono le malattie dei ricchi? Stephen cerca casa e l’agente immobiliare gliene propone una in un quartiere – zona residenziale – con un numero bassissimo di pedofili. D’altra parte Barry Glassner – uno che scrive – «ha individuato le grandi paure dell’America, spesso frutto di eventi isolati trasformati in miti terribili: il bambino stuprato nei bagni di un distributore di benzina, l’aereo che si schianta, il rapimento nel parco giochi, l’assassino delle donne che praticano jogging, il virus esotico mortale, il nero incappucciato» e così via… «La Francia assomiglierà sempre di più all’America» conclude Géraldine Smith. E quando vi torna, in Francia, Géraldine Smith rileva una certa trasandatezza nell’abbigliamento e altri segnali assai preoccupanti. ‘Vu en Amérique... Bientôt en France’ (Stock, 2018, € 19,50) è il titolo del suo libro, di Géraldine Smith. ‘Vu en Amérique... Bientôt en France’ è un libro ‘spassoso’. Giulio Meotti dice apocalittico: «Offre – scrive – una descrizione quasi apocalittica del progressismo americano e che avrebbe contaminato la Francia». Ma, è noto, per lui tutto è apocalittico: dalle scorregge fetide al muggito di Tarzan… e per esempio questa supremazia del gender – ma la parola gender non compare che una volta nel libro e nell’espressione Global Gender Gap (che situa gli USA al quarantanovesimo posto nel mondo in quella sfera che chiameremmo delle pari opportunità). Negli USA, appunto, prosegue Géraldine Smith con indubbio acume, l’omofobia raggiunge ancora percentuali preoccupanti negli ambienti religiosi e conservatori; ma, avverte, i milieux liberal che abbracciano con entusiasmo la «fluidità del genere» (scritto genre!) non sono «necessariamente più rassicuranti». Per esempio, nel 2017, ci racconta Géraldine Smith, la madre di una ragazzina ha pubblicato sul «New York Time» una letterina intitolata: «Mia figlia non è transgender. È un ragazzo mancato». Adolescenti desiosi di bloccare la pubertà e di cambiare sesso ce n’è e questo è un problema secondo Ali (un amico pediatra endocrinologo di Géraldine Smith) – e secondo Meotti. Poi c’è il ‘separatismo’ americano: uomini e donne crescono in universi separati, in confraternite e sorority; una polo un po’ attillata fa esclamare «This is so gay!» i ragazzetti, ma «senza intenzione di nuocere» avverte Géraldine Smith. Bene, non credo che acquisterò il libro di Géraldine Smith (di cui ho letto una davvero cospicua anteprima); o forse sì.

giovedì 29 novembre 2018

Citizen. Una lirica americana di Claudia Rankine


Poetessa, saggista e drammaturga afroamericana, Claudia Rankine, con Citizen, una lirica americana, racconta l’impossibile conciliazione con la società razzista yankee e lo fa aggirando ogni forma di politically correct e incorrect, ogni banalità hughesiana (il riferimento è a Robert Hughes), con una scrittura-trappola che abbranca sempre il suo lettore.
 
Ai più, immagino, il nome di Claudia Rankine sarà ignoto. L’unico suo libro pubblicato in italiano, dall’editore 66th and 2nd nel 2017, è Citizen, una lirica americana. Citizen invero è un libro pluripremiato e, leggo su Wikipedia, «the only poetry book to be a New York Times bestseller in the nonfiction category». Nel 2016, proprio grazie a Citizen, Claudia Rankine consegue il MacArthur Fellowship, il premio istituito dalla John D. and Catherine T. MacArthur Foundation, che la incoraggia a fondare il The Racial Imaginary Institute (TRII).* Rankine è una poetessa, una saggista, una drammaturga e, fatto non trascurabile, una donna afroamericana. Così Ben Lerner nel suo stimolante volumetto intitolato Odiare la poesia, (Sellerio, Palermo, 2017, p. 65): «Claudia Rankine affronta – da donna afroamericana – l’impossibilità (e l’impossibile complessità) del tentativo di riconciliarsi con la società razzista in cui essere neri significa essere invisibili (esclusi dall’universale) o fin troppo visibili (in quanto vittima di sorveglianza e aggressioni razziste)». Uno ‘sfondo’ sociologico o psicologico-sociale, quello compendiato qui da Lerner, che diviene per Rankine una ‘poetica’ – e una poetica che ovviamente stabilisce le regole della sua scrittura.
 
Quando pensiamo alla lirica americana il primo nome che ci affiora alla mente è quello di Walt Whitman. Whitman è il cantore della democrazia americana che trascina (o vorrebbe trascinare) il suo lettore nel processo di democratizzazione della società. (Non dico niente di nuovo, non ha alcuna importanza). In ogni modo il programma di Whitman, annota Lerner (Op. cit. p. 51), non ha trovato la sua attuazione storica. (Nemmeno questa affermazione suonerà nuova). Ancora Lerner cita, senza però offrire riferimenti bibliografici, un passaggio che cava da un saggio di Claudia Rankine e Beth Loffreda. Si tratta in verità della prefazione a The Racial Imaginary: Writers on Race in the Life of the Mind (Fence Books, 2015). Il passaggio è interessante e preferisco tradurlo dalla fonte originale. Eccolo: «Quello che vogliamo evitare a tutti i costi è qualcosa che sembra quasi impossibile eludere nel discorso quotidiano: e cioè un’opposizione tra la scrittura che tiene conto della razza (e qui potremmo parlare anche di genere, sessualità, altri coinvolgimenti del corpo nella storia) e una scrittura ‘universale’. Se continuiamo a pensare all’‘universale’ come il modo migliore, come l’apice, rifiuteremo sempre la scrittura che non sembra universale perché tiene conto della razza o di qualche altra categoria umiliata. L’universale è una fantasia».** Qui chiaramente è l’universalità cui tende il programma whitmaniano a essere ‘confutata’. Si comprende forse così il paradosso dei due ultimi libri di Rankine: Don’t Let Me Be Lonely: An American Lyric (2004) e Citizen: An American Lyric (2014); testi dove la lirica è assente, dove la prosodia è assente, dove prevale la prosa, giacché la ‘faccenda’ non può essere afferrata da una ‘sommità’ lirica o epica.
 
 In Citizen – lo rileva anche Lerner (Op. cit., p. 69) – l’utilizzo dei pronomi svia. Un esempio: «Alcuni momenti pompano adrenalina nel cuore, prosciugano la lingua e intasano i polmoni […]. Quando è accaduto, sono rimasta senza parole. Non lo hai detto tu stessa? Non lo hai detto a un’amica intima che agli inizi della vostra amicizia, sovrappensiero, ti chiamava col nome della sua cameriera nera?». Quel tu che Rankine indirizza a se stessa e che introduce un diaframma interpella in qualche modo anche il lettore; ma il ‘contenuto semantico’ non è per nulla ‘universale’ e non consente l’immedesimazione del lettore o di ogni lettore. Infatti: «Ti senti offesa perché è il momento del ‘tutti i neri si somigliano’ o perché ti ha confusa con un’altra persona dopo che siete state intime?» (p. 7). Un secondo esempio: «[…] a dire il vero non puoi dominare i sospiri più di quanto non domini ciò che li suscita» (p. 59). Qui il tu potrebbe passare per un tu generico; sennonché, nelle pagine seguenti, a questo sospirare si sovrappone il ricordo delle amarezze e delle mortificazioni (personali?): «Il mondo sbaglia. Non puoi lasciarti il passato alle spalle» (p. 63); ed anche, nella chiusa del capitolo (il quarto): «Nessuno può lasciarsi alle spalle lo stato d’animo che ha causato un’interruzione della partita» (p. 65). La partita interrotta cui allude Rankine è quella in cui appare sullo schermo della TV una Serena Williams adirata (forse agli US Open del 2004 o forse agli US Open del 2009). E il lettore giunto sin qui sa che, a Serena Williams e alla sua collera, Rankine ha dedicato il secondo capitolo del suo libro. Un passaggio: «Che aspetto assume il corpo di una donna nera, vittoriosa o sconfitta, in un contesto storicamente bianco? Serena e sua sorella maggiore Venus Williams fanno tornare alla mente l’affermazione di Zora Neale Hurston: ‘Mi sento più nera quando vengo spinta contro un fondale di un bianco assoluto’» (p. 25).*** Un terzo esempio (nel sesto capitolo). Un uomo al volante della propria auto viene fermato dalla polizia, trascinato fuori dall’abitacolo, ammanettato e portato via; più tardi viene fatto spogliare; infine viene rilasciato. La storia è raccontata da un io narrante ma spesso questo io scivola nel tu. Nessuna allusione al colore della sua pelle ma una frase che ritorna come un refrain chiarisce tutto: «E non sei tu la persona e tuttavia corrispondi alla descrizione perché c’è un’unica persona che è sempre la persona che corrisponde alla descrizione» (pp. 105, 108, 109).
 
Forse le scelte ‘poetiche’ di Rankine trovano una delucidazione nelle parole di Judith Butler richiamate in un passo di Citizen. Eccolo: «Di recente ti trovi in una stanza dove qualcuno domanda alla filosofa Judith Butler cosa rende il linguaggio fonte di dolore […] Il fatto stesso di esistere ci espone al discorso dell’altro, risponde. Noi soffriamo la condizione di esseri cui gli altri si possono rivolgere. La nostra esposizione emotiva coincide con il nostro essere a disposizione della parola dell’altro» (p. 49). Rankine ne trae una argomentazione ‘ruvida’: il discorso razzista non mira a negarti come persona, ad annientarti, ma a ferirti in tutti i modi in cui puoi essere presente; non vuole renderti invisibile ma ipervisibile; e contro questo discorso che reca dolore non c’è lamento dell’io lirico (o fatico) che regga. Il tu di Rankine allora, quel tu che in qualche modo interpella il lettore impedendogli però ogni immedesimazione – impedendola all’io bianco («[…] un qualsiasi Uomo-bianco-maschio-adulto-cittadino-parlante una lingua standard-europeo-eterosessuale», per dirla con Deleuze e Guattari) – fa emergere ineluttabilmente l’inconciliabilità, l’estraneità, l’ostilità.
 
Claudia Rankine, “Citizen. Una lirica americana”, 66thand2nd, 2017, pp. 169, 16,00 €.
 
Giudizio: 5/5
 
 
 
NOTE
 
* Sul TRII rimando a un intervento di Rankine apparso su «The Guardian» consultabile al seguente URL: https://www.theguardian.com/artanddesign/2018/aug/10/bleached-racists-lynching-trees-the-show-thats-targeting-white-supremacy-on-whiteness-claudia-rankine. Il TRII ha un sito online al seguente URL: https://theracialimaginary.org/.
** Un adattamento della prefazione è reperibile al seguente URL: https://lithub.com/on-whiteness-and-the-racial-imaginary/.
*** Vale la pena di riportare le parole di Zora Neale Hurston nella sua lingua originale: «I feel most colored when I am thrown against a sharp white background» (Zora Neale Hurston, How It Feels To Be Colored Me, «The World Tomorrow», 11 May 1928, p. 215. L’articolo è facilmente rintracciabile in rete. Fornisco in ogni caso il seguente URL: https://www.thoughtco.com/how-it-feels-to-be-colored-me-by-zora-neale-hurston-1688772).