martedì 24 settembre 2019

Spigolature (quasi una rubrica)


Madame du Deffand ha scritto pagine assai note sulla noia (ennui). Così, en passant, mi viene da dire che non conosco noia. Posso attendere ore, seduto su una panchina, guardandomi attorno…

Fra i rimedi menzionati da Leopardi nel noto dialogo di Tasso col suo Genio, il sonno, l’oppio e il dolore. Il dolore sarebbe il più potente dei rimedi giacché l’uomo che patisce «non si annoia per niuna maniera».

In ogni modo c’è di peggio che suonare Bortkiewicz. Per esempio chiacchierare con quei tizi che sanno formulare in quattro modi differenti la medesima frase sul tempo meteorologico.

Suonare Bortkiewicz è un po’ come chiacchierare con quegli sconosciuti che sanno formulare in quattro modi diversi la medesima frase sul tempo meteorologico.

Nemmeno il Felison, in dose doppia, e una sorsata di Lexotan mi concedono oramai un riposo ristoratore. Mi viene in mente quel pellegrino che si adagia all’ombra di un frutice verdeggiante e che spera le delizie di un… di un riposo ristoratore ma incontra l’asfissia o la morte. Emulo di Giaele.

Per la salute, per l’igiene, la peristalsi, stamani, nemmeno presto, alle sette e trenta, sono uscito e mi sono diretto prima a destra e poi a sinistra. I campi qui attorno, intrisi di rugiada, mi hanno inzuppato le scarpe (che mi hanno venduto per impermeabili). Ho fotografato il sole sopra un tetto grande e brutto, e lo stagno col canneto in controluce. Al rientro ho strappato un tralcio di glicine che sporgeva dalla mia siepe nonostante la costante manutenzione. E ho pensato a quei tizi che interpellati su una faccenda qualunque esclamano di continuo: «E cosa devo dirti!», o di continuo domandano: «In che senso?».

Anche gli ‘originali’ diventano ‘convenzionali’ quando si tratta della loro ‘pisse chaude’. (Nessun riferimento alla gonorrea…).

Phora (he), φορά (ή), il movimento locale.
(pizzicando la vicina al balcone dietro i gerani)

Poson (to), ποσόν (τó), la quantità. La grandezza. È un aggettivo sostantivizzato.
(pensando alla tua dieta)

Si dice che gli Svevi, scriveva Hesse ne La cura, «si dice degli Svevi che non mettono giudizio prima dei quarant’anni». Ma questo giudizio, prosegue Hesse, non è poi nulla di che: è la saggezza che proviene dalla vecchiaia e dunque è la saggezza che ogni quarantacinquenne consegue, ed è precisamente la saggezza che ogni quarantacinquenne consegue a causa degli acciacchi. Ogni quarantacinquenne dell’epoca di Hesse, aggiungo. Il mio dentista guata con la testa tra le mie fauci e conclude (sento la sua voce rimbombare nella gola): «La sua dentatura è sana… Quanti anni ha?».

Prolepsis (he), πρόληψις (ή), la prenozione o anche il preconcetto (pre-concetto, simulacro). Precede la conoscenza o la anticipa. Nozione pitagorica.
(pensando ai tuoi ‘propositi dietetici’ questa sera in pizzeria)

Students Who Do Not Date...

Immagine di Tyson Grumm

Il «Journal of School Health», organo ufficiale della American School Health Association, pubblica un articoletto di otto pagine intitolato “Social Misfit or Normal Development? Students Who Do Not Date”. Ne sono autrici Brooke Douglas e Pamela Orpinas e poiché i riferimenti bibliografici sono una roba seria ecco come lo citerete nei vostri testi saggi studi componimenti manoscritti autografi: Douglas B, Orpinas P. Social misfit or normal development? Students who do not date. J Sch Health. 2019; 89:783-790. DOI: 10.1111/josh.12818. Pensavo che il «Journal of School Health» trattasse solo dell’obesità degli studenti americani e invece ecco otto pagine sull’eros degli studenti americani. Otto paginette in cui si contesta un luogo comune. Finora, infatti, ma non da molto – non da molto perché in precedenza circolava un’altra idea –, i ricercatori sul campo avevano immaginato le romantic relationships fra gli adolescenti come occasioni di sviluppo personale e di benessere; oggi questa convinzione scricchiola; di più: frana. Ma la domanda è un’altra (traduco): che cosa ci suggerisce tutto ciò sugli adolescenti che non hanno relazioni romantiche durante tutta la loro adolescenza? La ricerca ha profittato delle valutazioni degli insegnanti sulle abilità sociali, la leadership, la depressione di cinquecentonovantaquattro adolescenti e dei selfreports sulle relazioni positive con gli amici, a casa e a scuola, depressione, ideazione suicida dei medesimi cinquecentonovantaquattro adolescenti. Ci sono dei risultati, ovviamente: gli studenti del gruppo low dating stanno meglio, hanno valutazioni più alte ecc. Gli autori ne traggono una conclusione sorprendente: «These results refute the notion that nondaters are maladjusted». E tutto questo è molto scientifico, se ci pensate, perché l’obiettivo della ricerca era poi uno solo: valutare se le abilità emotive, interpersonali e adattive degli adolescenti senza relazioni romantiche differivano da quelle degli adolescenti impegnati in relazioni romantiche. E tuttavia tutto ciò finisce per confutare la tesi che le relazioni romantiche fra adolescenti siano occasioni di sviluppo personale e di benessere. Suggerimento finale: «Health promotion interventions in schools should include nondating as one option of healthy development». (Insomma, nel giro di una settimana, o poco più, i ricercatori hanno prodotto le tre seguenti teorie sugli amorazzi adolescenziali: ⒈ sono «trivial or fleeting romances», amorazzi appunto; ⒉ sono esperienze importanti per lo sviluppo e il benessere individuale; ⒊ sono esperienze nocive). — Candida Morvillo, sul «Corriere» (https://bit.ly/2lgUHku), ci parla della ricerca di cui ci hanno parlato Brooke Douglas e Pamela Orpinas sul «Journal of School Health». Non sapendo bene che dirne convoca tre “personaggi”. Il primo è Martin Eden ma solo per il film presentato a Venezia; il secondo è Moccia, «uno che ha venduto oltre 4 milioni di copie con la trilogia partita da Tre metri sopra il cielo»; il terzo è la psicologa dell’amore Vera Slepoy (sic!), alla quale dobbiamo le seguenti belle parole: «Viviamo in un’epoca che ha esaltato l’amore come perdita di razionalità».

domenica 8 settembre 2019

Segnalazioni (letterarie)

Davvero un bel libretto questo di Carlo Sini (Il gioco del silenzio, Mimesis, 2013). Parla del silenzio, del silenzio che non è affatto un gioco – benché possa anche diventarlo – e nemmeno il muso di certuni – benché... –, perché il silenzio è l'inizio e la fine, è il ‘ritmo’, è tutto ciò che abbiamo silenziato ‘dentro’ e ‘fuori’ di noi... E con ciò non ho detto ancora nulla... 
Una breve citazione (sulla parola filosofica): «La parola del filosofo ha valore in quanto esprime questa falda sempre inespressa e tuttavia essenziale dellesperienza che lega luomo al mondo e agli altri uomini in un comune destino di verità» (pp. 40-41).


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Due notizie preliminari – che rischiano di distarci un poco. La prima: esiste, forse lo sapete già, un’accademia del silenzio. Nasce da un’idea di Duccio Demetrio e di Nicoletta Polla-Mattiot; è una scuola laboratorio occasione d’incontro e confronto vacanza dal rumore (sto ricopiando risparmiando sulle virgole); in ogni modo c’è un sito internet http://accademiasilenzio.lua.it/ dove recuperare ecc. La seconda: Emanuele Ferrari, l’autore di Ascoltare il silenzio, viaggio nel silenzio della musica (Mimesis, Milano-Udine, 2013) è un ricercatore musicologo storico della musica pianista. Lo trovate su facebook; è uno dei fondatori della soprammentovata accademia. Finis. E ricominciamo. Ascoltare il silenzio, viaggio nel silenzio della musica – il titolo un po’ pleonastico – è un bel libretto. (Con altri libretti consimili è il numero 9 della collana Accademia del Silenzio di Mimesis). Ferrari avverte subito, in apertura, il suo lettore: nessuna «ricognizione della bibliografia sull’argomento, da Cage a Jankélévitch» (p. 9); e questo è un peccato giacché il silenzio da Cage a Jankélévitch o da Jankélévitch a Cage (esattamente 67 anni fa, e cioè il 29 agosto del 1952, David Tudor eseguiva per la prima volta 4’33’’) e anche successivamente… il silenzio, dunque, è questione dibattuta; e Timothée Picard in un saggetto intitolato Le topos de la ‘musique du silence’ dans la stratégie identitaire de la France au XXe siècle (Écriture et silence au XXe siècle, Presses universitaires de Strasbourg, 2010) riesce quasi a convincerci del fatto che il silenzio, in musica, sia prerogativa francese. E d’altra parte Jankélévitch nell’ultimo capitolo di La musique et l’ineffable non ospita nessun tedesco – salvo che non si voglia ‘tedeschizzare’ smisuratamente Liszt – ma Debussy, Ravel, Aubert, Fauré, Satie, e poi Mompou, Albéniz, Rimskij-Korsakov, Bartók. Ora, contro i préjugés wagneriani che trovano nel Pouyadou di Bloy uno dei più focosi predicatori, Emanuele Ferrari va a scovare la «memoria del silenzio» (p. 28) proprio nel Tannhäuser, nell’Atto II scena seconda, là dove quella insoffribile Elisabeth sui pizzicati degli archi attacca (langsam) così: «Und als Ihr nun von uns gegangen» per chiudere così: «Heinrich! Was tatet Ihr mir an?». Memoria del silenzio di Tannhäuser, della ‘sordità’ di Elisabeth alla musica, al canto, nell’assenza di Tannhäuser disparito…

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Scienza cristiana, Christian Science, di Mark Twain (Barbès Editore, Firenze, 2010). Ne avevo accennato qualche tempo fa. In questo bel libro Twain esercita un sarcasmo mordente (e si ride); ma sorprendono di più la sua intelligenza e l’essenzialità ‘filosofica’ del suo pensiero. Per esempio: «La regola è perfetta: in tutte le questioni di opinione i nostri avversari sono folli».






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Due K., due traduzioni di scritti di K. E gli scritti sono due: uno sul politeismo (e la parodia), l’altro su alcuni temi della G.S. Il volumetto della SE comprende un breve saggio di Blanchot e una nota del traduttore; il nuovo volumetto Adelphi una nota di G.G.G. (una nota in cui accenna al gioco parodico di K.,  anche perché questo gioco emerge subitissimamente davanti agli occhi del traduttore).

martedì 27 agosto 2019

I sentieri delle ninfe di Fabrizio Coscia


Fabrizio Coscia, I sentieri delle ninfe. Nei dintorni del discorso amoroso, Exòrma, Roma, 2019, pp. 191, 14,90 €.

1. Il libro di Fabrizio Coscia sulle ninfe (o su Νύμφα, Nympha) principia con un suggerimento garbato, un suggerimento preceduto da un avverbio dubitativo: «Forse – scrive – per scongiurare questo pericolo, dovremmo semplicemente ritornare a guardare i quadri» (p. 9). Il pericolo è quello della inflazione (orgia) delle immagini che Paul Virilio ha chiamato la «grande ottica» o anche «ottica attiva» (La velocità di liberazione, Strategia della lumaca edizioni, Roma, 1997 p. 51): ciò che giunge, ovviamente, allo spazio della realtà virtuale, alla telepresenza, ma pure al restringimento dell’esperienza sensibile del mondo: «ciò che volgarmente chiamiamo l’altra estremità del binocolo!» (Op. cit., p. 58). Allora – domanda prevedibile – è possibile tornare a guardare i quadri e tornare a guardarli con «lo sguardo dell’artista» (p. 10), e cioè di colui che ha visto ciò che ha rappresentato? (D’altra parte, tra parentesi, «nell’opera è come soggetto, come sguardo, che l’artista intende imporsi a noi» ‹Jacques Lacan, Seminario XI, Einaudi, Torino, 1979 e 2003, p. 99›). In altre parole: è possibile tornare a guardare con la «piccola ottica» che «rende conto dell’immediata prossimità dell’uomo» (Virilio, Op. cit., p. 51)? Posizione un tantino ‘catastrofista’ quella di Virilio ma che ha il pregio dei metodi ‘revulsivi’…

2. Forse – e stavolta l’avverbio dubitativo lo utilizzo io; e butto lì questa mia affermazione quasi come una ‘provocazione’, una pro-vocazione, una chiamata –, forse per questo Coscia sceglie Nympha: Nympha che è, insieme, immagine (imago) e fantasma (φ́ντσμ, visione, fantasia…), prossimità e distanza, être de fuite, per impiegare il dizionario amoroso di Proust (che Coscia utilizza), desiderio. Ora, ciò che qui non deve sfuggirci è che nella ricerca (caccia, pedinamento) di Nympha, sui suoi sentieri, l’uomo, e cioè il ricercatore, a) non conosce (abbastanza o per nulla) l’oggetto del suo desiderio che, difatti, con le parole di Didi-Huberman (La conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2011, p. 10), parole ‘rubate’ a Leiris, gli appare quasi come cosa in sé; b) e questa volta di nuovo con Lacan, «contrariamente all’animale», egli, il ricercatore, l’uomo, «il soggetto del desiderio che è l’essenza dell’uomo non è […] interamente preso da questa cattura immaginaria» poiché nella sua ricerca (caccia, pedinamento, contesa…) «si orienta»; e lo fa «nella misura in cui isola la funzione dello schermo e ci gioca». Infatti, «l’uomo sa usare la maschera come ciò al di là della quale c’è lo sguardo. Lo schermo qui è il luogo della mediazione» (Lacan, Op. cit., p. 106; si veda anche il commento di Carlo Sini in Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia, Jaca Book, Milano, 2004, p. 39 sgg.). Teniamo ferme queste considerazioni: ci torneranno utili.

3. Si è detto che il cercatore (l’innamorato) non conosce l’oggetto della sua ricerca (desiderio). La sua ricerca – e anche il nostro libretto – principia con alcune domande: «Chi è? Da dove viene? Dove l’ho incontrata prima?» (p. 10); domande che, lo scopriamo dopo (p. 91), sono di André Jolles – le domande che Jolles rivolge ad Aby Warburg in una lettera piena di fervore e che però costituisce un jeux d’esprit, come lo chiamò Edgar Wind (e come ci ricorda Roberto Calasso nel suo La follia che viene dalle ninfe, Adelphi, Milano, 2005, p. 39). Pur tuttavia si tratta anche di quella simulation du discours amoureux di cui scrive Barthes all’inizio del suo libro e che prevede le «choix d’une méthode ‘dramatique’» (Fragments d’un discours amoureux, Seuil, Paris, 1977, p. 8). Qualcosa che appartiene al gioco dello schermo (mediazione). Quelle domande ‘patetiche’, dunque, fomentano la ricerca (caccia, sentiero, percorso, dis-cursus, «originellement l’action de courir çà et là» ricorda Barthes ‹ibid.›) di Fabrizio Coscia. I sentieri delle ninfe si dipartono da quel punto come i raggi di una ruota dal loro mozzo. Ogni sentiero è il conte o l’avventura, la formazione, il desiderio e il sapere (del nome, direbbe Carlo Sini) di (una) Nympha: la servetta del Ghirlandaio, Dora Markus, Marthe de Méligny (la modella di Bonnard), Albertine (Proust), Laura (Petrarca), Madeleine (Hitchcock), Euridice, Elena, Angelica (Ariosto). Infine, ma non ultima, L., la ninfa-musa dell’autore – cercatore fra gli altri, amoureux fra gli altri, giocatore masqué fra gli altri, e diligentemente assorto nella stesura di un libro: autoritratto di uno che riprende fiato. E sono sentieri, quelli delle ninfe, idealmente percorsi tutti simultaneamente e che solo la forma-libro, che non è quella del quadro e dello sguardo imposto d’emblée, restituisce via via. A ogni svolta o tappa o anche suspense, l’autore traccia un cerchio puntando il compasso in quel luogo iniziale, là dove sono sorte le domande ed è cominciato l’inseguimento; e il cerchio interseca tutti i raggi-sentieri. Dove si trova ora Lolita? E Dora Markus? E perché Marthe de Méligny, ora Maria Boursin, giacché Bonnard ne scopre il vero nome, perché non invecchia mai? Dov’è sparito Alfred Agostinelli (uno dei ‘conî’ di Albertine)? Un altro cerchio: come accade che le ninfe diventino dispensatrici di morte o di dolore come Sada Abe o Salomé o Lilith o la dama di Ketas o la Medusa (non più βιόδωϱοι, apportatrici di vita)? E ancora, come accade che muoiano o si eclissino o divengano altro o falliscano (Calipso)? Infine, che ne è della ninfolessia di Humbert Humbert? Che ne è del νύμφόληπτος (nymphólēptos) catturato dalle ninfe (s)fuggito al loro potere?

4. Barthes (Op. cit., p. 31) scriveva: «L’appagamento vuol dire abolizione dei retaggi […] L’innamorato appagato non ha alcun bisogno di scrivere, di trasmettere, di riprodurre»; Calasso (Op. cit., p. 24) ci ricorda che nell’Etica a Eudemo il νύμφόληπτος appare là dove si tratta della εδαιμονα (felicità) e più avanti (p. 29) della felicità nella (della) μανία ερωτική, della jouissance. Bonnard dipinge L’Homme et la Femme dopo l’amore, ci dice Coscia (p. 88 sgg.). Qui è là (p. 37, p. 94, p. 110, p. 171, p. 177), nel discorso di Coscia, che sta, secondo il sottotitolo, nei pressi di quello amoroso, compare la parola sublimazione – o vi si allude. Ovviamente si tratta della sublimazione dell’arte, nell’arte. E così l’arte testimonia, salva, consola, educa... Purché se ne sappia qualcosa: «Bisogna reimparare a guardare» (p. 163); bisogna «imparare di nuovo a vedere attraverso lo sguardo dell’artista» (pp. 9-10). Punto delicato che, di là dell’estetica, pone il problema di un riconoscimento dell’eredità e dei limiti di ciò che chiamiamo arte. Ma io tornerei al déguisement, alla maschera, allo schermo, (e cioè) al luogo della mediazione, perché è già lì che sorge, assieme all’uomo, autentica antropogenesi, il gioco, la schermaglia amorosa, l’artificio, l’arte. (E le preoccupazioni e di divieti, quella «metamorfosi vietata» di cui parlava Elias Canetti in ‹Massa e potere, Milano, Adelphi, 1981, p. 459 sgg.›). Scriveva Leiris nell’articolo menzionato di sfuggita da Didi-Huberman (in Zébrage, Gallimard, Paris, 1992, p. 38): «Il semble bien que l’homme, à peine a-t-il pris conscience de sa peau, n’ait rien de plus pressé que d’en changer, se précipitant tête baisée dans une excitante métamorphose». Ecco, non coscienza della propria pelle o della propria immagine, involucro esteriore, sembianza, giacché sappiamo tutti che il mimetismo è anche degli animali, ma sapere della propria immagine: e cioè parola, nome. Quest’ultimo punto vorrebbe dare risposta a una questione (annosa?) che Coscia solleva a p. 94: se la luce (o l’immagine) salva dalle tenebre, e cioè dall’oblio, è perché la luce e ciò che la luce illumina sono stati infine nominati.

5. Dal notturno al diurno, dal volto caché (si pensi alla maschera di cuoio fatta confezionare da Seabrook a New York che tanto colpì Leiris) al volto nudo, mobile, dalla parola esoterica a quella essoterica (didattica), dalla copula orgiastica a quella frasetta («… he loved a lord») pronunciata da John Eglinton su cui René Girard ha scritto qualcosa di molto interessante (definendo la figura del mediatore, del ruffiano), dalla μανία (manía), che verrebbe dal dio, a σωφροσύνη (sophrosyne), che nasce dagli uomini, ecco un sapere che si fa, che si pratica. Ma ciò significa che il ritorno o la reviviscenza dell’antico (il Nachleben della ossimorica Pathosformel) è, se esercizio superstizioso, che vuole salvare i contenuti, solo un’allucinazione. Nympha giunge sino a noi, uomini del XXI secolo, uomini della grande ottica o dell’ottica attiva, telepresenti e ultraconnessi, come può e come sa giungervi. E già la transiconografica dell’atlante warburghiano (Mnemosyne), montaggio di elementi eterogenei, eterocronici, immemoriali – lo pongo come un interrogativo – non precorre una pratica dello sguardo che è già quasi la nostra?

lunedì 26 agosto 2019

Vi ricordate, Signore...


Ecco l'incipit della celeberrima e famigerata Lettera sulla musica francese di Rousseau.

Vi ricordate, Signore, della storia di quel bambino della Slesia, di cui parla il signor de Fontenelle, che nacque con un dente d’oro? Tutti gli scienziati della Germania si logorarono inizialmente in discorsi eruditi per capire come si potesse nascere con un dente d’oro. L’ultima cosa che venne loro in mente fu quella di verificare il fatto – e si scoprì così che il dente non era d’oro. Per evitare un simile inconveniente, prima di parlare dell’eccellenza della nostra musica sarebbe forse opportuno assicurarsi della sua esistenza, ed esaminare innanzitutto non se essa sia d’oro ma se ne abbiamo una...





venerdì 23 agosto 2019

Alla ricerca dell’uomo?

Dove l’ho trovato, sul Amazon.com.br, me lo hanno dato come não disponível e a leggere la quarta non me ne affliggo punto. Recita: «L’uomo, alla cui ricerca si dichiara questo libro, si trova con l’antropologia culturale nelle testimonianze degli uomini, da quelle etnografiche, accumulatesi nel corso dei viaggi, a quelle storiche. Raramente simili testimonianze, d’altri luoghi come d’altri tempi, sono penetrate fin nel cuore dei discorsi sulla scienza, tenuta distinta dalla cultura». Che significa penetrare nei cuori della scienza tenuta distinta dalla cultura? Che la scienza ha il cuore duro? E poi: quale scienza separata dalla cultura? Infine che significa che l’uomo si trova nelle testimonianze degli uomini? Ma proseguiamo: «Ciò ha portato al vicolo cieco del cosiddetto multiculturalismo che, sotto l’apparenza dell’accettazione di tutte le culture, in effetti nega a ognuna qualunque valenza cognitiva. La stessa antropologia culturale nella sua storia ha contribuito a questi equivoci. Quando invece il confronto delle testimonianze muove dalla consapevolezza che scienza e cultura non nominano che diversi aspetti della stessa cosa, e cioè il sapere umano in tutte le sue manifestazioni, allora lo studio dell’antropologia culturale diventa l’indicazione di una via d’uscita dal vicolo cieco». Qui ci capiamo qualcosa di più: non è la scienza a separarsi dalla cultura ma la cultura a separarsi dalla scienza e a diventare multiculturalismo – multiculturalismo che accetta e nega, che accetta e poi, soprattutto, nega a ogni cultura «qualunque valenza cognitiva». D’altra parte è (sarebbe) la scienza, quella roba lì insomma che leggiamo forse in God’s Perfect Child di Caroline Fraser o in Mark Twain, che ci ha scritto sopra un libro beffardo intitolato guarda caso Christian Science, o forse più probabilmente nel catechismo della Chiesa cattolica… è (sarebbe) la scienza finalmente distinta dalla cultura a verificare (ma in che modo?) la valenza cognitiva delle culture, ad autorizzarle. Giorgio Salzano, l’autore di Alla ricerca dell’uomo. Corso di antropologia culturale, è, per quello che vale, un rosminiano; Giorgio Salzano ha sposato una rosminiana; Giorgio Salzano è convinto che la cultura e il multiculturalismo e il Gender e la democrazia ci vogliano tutti quanti gays.

Dice Platone nel Simposio (180d): «Il perverso è l’amante volgare […] che ama il corpo piuttosto che l’anima». Voi dove vi collocate?

La boulesis, per i nostri amici greci, è la volontà spontanea, quella non deliberata. Per Platone non obbedisce alla ragione; per Aristotele (Etica Nicomachea) concerne solo i fini da raggiungere e non i mezzi, come avviene invece nella proairesis che è appunto la volontà che delibera sui mezzi. 
(immaginando un vassoio di meringhe).

Dice Aristotele (Etica Nicomachea) che chi si astiene dai piaceri del corpo ma controvoglia è intemperante.
(immaginando un vassoio di meringhe)

Quello che si fa per ignoranza, scrive Aristotele nell’Etica Nicomachea, è interamente non volontario ma solo se provoca dispiacere. Se manca il dispiacere, prosegue Aristotele, non c’è involontarietà, mancando appunto il dispiacere, ma nemmeno volontà, giacché tizio non sapeva quello che faceva. E però, siamo due righe più avanti, tra agire per ignoranza e agire ignorando, passa una bella differenza: da ciucco o da rabbioso agisco non per ignoranza bensì ignorando. Per questa via, riassumo sempre, anzi ‘parafraso’, si giunge alla malvagità – all’uomo malvagio tout court.
(in navigazione sulla moto d’acqua)

Così Valerie Solanas: «Sebbene sia schiavo della propria fisicità, il maschio [umano o umanoide] è inadatto persino a fare lo stallone».



martedì 6 agosto 2019

Il Figlio del Cielo di Victor Segalen


Libro ambizioso ed eccentrico, intellettualmente e letterariamente parecchio stimolante, questo Il Figlio del Cielo. Cronaca dei giorni sovrani, di Victor Segalen;1 certamente un bell’esempio di romanzo esotico. E tuttavia, bisogna subito aggiungere, l’esotismo è per il nostro autore una filosofia o una poetica e molto altro ancora; ciò che ci impone di leggere il romanzo sullo sfondo della sua biografia intellettuale.


Medico arruolato nella marina, scrittore, etnografo, sinologo, archeologo, Victor Segalen (1878-1919) è figura eclettica ed enigmatica. Così Claudel a Yvonne Hébert, vedova Segalen, nel 1992: «Siamo perennemente a cavallo di un impenetrabile mistero fondamentale. Non è la vita di suo marito?».2 Nel 1903 è a Tahiti; e a Hiva Oa (Isole Marchesi) sulle tracce Paul Gauguin morto tre mesi prima.3 L’impatto con la cultura polinesiana è uno shock. Scrive un primo romanzo, Les Immémoriaux, pubblicato nel 1907. Nel 1909 parte per la Cina dove si trattiene per anni. Ma già in quel primo anno di soggiorno, a pochi mesi dal suo arrivo, concepisce il nuovo romanzo, Le Fils du Ciel. Alla moglie, da Pechino, 8 agosto 1909: «Ho questa fortuna, un mese dopo il mio arrivo in un paese, di avere il mio libro: Tahiti: arrivo il 23 gennaio. 1 marzo Immémoriaux… Cina, 12 giugno – 1 agosto: Figlio del cielo».4 La fortuna (cette chance), certo, ma Bouillier ci ricorda che il Nostro giunge in Cina forte di una solida preparazione letteraria e culturale.5 Segalen, questo è il punto, non è un ‘turista’ e la sua cognizione dell’esotismo non è già più quella del luogo comune (colonialista): né gusto per le cineserie, né décor teatrale, né apologia (e nostalgia) del selvaggio, esso è, avant tout, esperienza dell’alterità.6

Il Figlio del cieloma sin qui non s’è accennato alla questione – non è un romanzo storico. La vicenda travagliata di Guangxu, penultimo imperatore cinese vissuto sino alla fine dei suoi giorni, nel 1908, sotto la ‘tutela’ dell’imperatrice vedova Cixi che lo adottò, lo fece imperatore, ne ostacolò le ambizioni riformiste, lo confinò in un palazzo della città proibita esautorandolo e, infine e probabilmente, lo avvelenò poco prima di morire (Cixi morendo il giorno seguente) – questa vicenda, dunque, è purgata innanzitutto dall’economia del tempo storico, dalla cronologia. È ciò che Segalen spiega bene in una nota aggiunta alla prima pagina del manoscritto: «Affrancarmi completamente dalla storia» (la nota è riportata a p. 201).


Ma c’è di più. Scrive in una lettera dalla Cina: «Il Figlio del cielo prosegue la sua documentazione nell’ambiente naturale prima di divenire libresco».7 Libresco non in senso peggiorativo, beninteso. Questo divenire libresco attiene alla composizione, alla scrittura. Da un lato dunque l’opera di documentazione dell’etnografo, dell’etnologo, sulla scorta di una certa idea o lettura o teoresi dell’esotismo; dall’altra la scrittura, la ricomposizione. Scrittura che, lo si sarà compreso, è o vorrebbe essere scrittura dell’alterità. «È il tu che dominerà»8 scrive nell’Essai sur l’Exotisme alludendo a un progetto degli anni di Les Immémoriaux. È anche la strategia testuale del Figlio del Cielo. Così se nel primo romanzo la narrazione è ‘affidata’ (o finisce per esserlo) al referente maori; nel secondo ecco un annalista particolare: sorta di narratore allodiegetico che registra gli avvenimenti, i decreti ufficiali e poi, e soprattutto, «i minimi gesti, le brevi poesie, i decreti intimi del cuore» (p. 18); infine, inevitabilmente, i propri rispettosi commenti, le proprie inquietudini.9 La faccenda qui è però un tantino più complessa. Ben presto tra il nostro narratore (l’annalista) e la parola dell’imperatore, le poesie cadute dal suo pennello («pastiches [nella loro cinesità] la cui falsità è percepibile soltanto ai più avveduti» avverte Bouillier nella sua postfazione ‹p. 209›), i suoi decreti ufficiali, e persino gli accadimenti della cronaca, si produce un attrito: la composizione è discrasica. Appare sempre più evidente che l’annalista vuole salvare le apparenze, il gran teatro dell’impero, e smorzare la ‘tragicommedia’ di Guangxu. Ed anche questo è (sarebbe) molto ‘cinese’. (Un solo esempio: «È appannaggio del Figlio del Cielo potersi umiliare senza nulla perdere della sua dignità; prosternarsi senza bassezza, inchinarsi restando sempre nobile e superiore» ‹p. 90›).

Bisogna tornare a quell’idea di esotismo, a quella «nozione di esotismo che [nella vita di Victor Segalen] gioca il ruolo di un destino»,10 secondo le parole di Diane de Margerie. L’annalista, e cioè il narratore allodiegetico, è per certo un mediatore; la sua parola non cessa di ‘tradurre’ – in tutti i sensi che la parola può assumere– l’elemento etnico; per contro Guangxu ne ritrae la dissoluzione, la deliquescenza o l’entropia.11 Di qui la sua irresolutezza, quel suo tentativo di riformare l’impero («Non occorre forse […] proclamare il Grande Ricominciamento» ‹p. 80›) e il dubbio, subito instillatogli dai consiglieri, che non si tratti che della (p. 82) «continuazione necessaria di ciò che fu» («Sì, è la Successione Gloriosa» ‹p. 83›); di qui, ancora, l’introduzione del sosia; di qui l’identificazione con gli imperatori del passato, la follia, la perdita dell’identità, del nome. «Avesse pensato all’Amleto – scrive Bouillier (p. 204) – la cosa non stupisce». E d’altra parte questo Amleto cinese ha la sua Ofelia: quella Cai Yu che è invenzione tutta di Segalen.

L’intuizione (psicologica) di Diane de Margerie è seducente ma manchevole: la città proibita è sì l’impenetrabilità dell’esotico (dell’alterità) in cui Segalen si riflette nella drammatica ricerca della propria identità (determinatio negatio est dice Spinoza); ma la città è abitata da un uomo, l’imperatore, che vive un dramma analogo. Forse ha ragione Étienne Germe quando sostiene che rinunciando all’autobiografia (impossibile), Victor Segalen si è fatto «autore di una exobiografia [exobiographie] indecifrabile e criptica».12
Segalen muore nel maggio del 1919; il suo corpo viene ritrovato nella foresta non lontano dall’hotel dove soggiornava. Accanto a lui una copia dell’Amleto.

Victor Segalen, Il Figlio del Cielo. Cronaca dei giorni sovrani, ObarraO, 2019, pp. 212, 16,00 €.


Opere citate
de Margerie, D., ‘L’exotisme du moi’, in «Regard. Espaces. Signes», Paris, L’Asiathèque, 1979.
Germe, É., Segalen, lécriture, le nom. Architecture d’un secret, Saint-Denis: Presses universitaires de Vincennes, 2001, doi:10.4000/books.puv.945.
Loize, J., De Tahiti au Thibet, ou les escales et le butin du poète Victor Segalen, Plon, 1944.
Segalen, V., Essai sur l’exotisme, Fata Morgana, 1978.
Ségalen, V., H. Manceron, Trahison fidèle. Correspondance, 1907-1918, Seuil.
Segalen, V., Lettres de Chine, Plon, 1967.

NOTE
1 ObarraO, 2019, prefazione di Alessandra C. Lavagnino e postfazione di Henry Bouillier tratta dalle Œuvre complètes dell’autore, traduzione di Alessandro Giarda. Per inciso, proprio a Henry Bouillier e alla sua tesi di dottorato risalente al 1961 dobbiamo la ‘riscoperta’ di Segalen, cui si aggiunge il contributo, rilevantissimo, di Pierre Jean Jouve.
2 Cit. in J. Loize, De Tahiti au Thibet, ou les escales et le butin du poète Victor Segalen, Plon, 1944, p. 36. Escluse le citazioni tratte da Il Figlio del Cielo, tutte le traduzioni dal francese sono mie.
3 … dove acquista per una somma irrisoria alcune tele del pittore fra cui Village breton sous la neige.
4 V. Segalen, Lettres de Chine, Plon, 1967, p. 128. Sempre alla moglie, il 31 luglio 1909, confidava davanti alle tombe dei Ming, a Pechino: «[…] è nato ieri sera l’immenso e unico Personaggio di tutto il mio primo libro sulla Cina: l’Imperatore. Tutto sarà pensato da lui, per lui, attraverso lui. Esotismo Imperiale, altero, aristocratico, leggendario, ancestrale e raffinato […] Ho il mio personaggio» (Lettres de Chine, cit., p. 122).
5 Nel corso dell’anno precedente, il 1908, Segalen segue un corso di cinese presso l’École des langues orientales.
6 Nell’Essai sur l’exotisme utilizza anche l’espressione Esthétique du Divers. Peraltro è piuttosto bellicoso: «Prima di tutto sgomberare il terreno […] spogliarlo di tutti i suoi orpelli: la palma e il cammello; casco coloniale; pelle nera e sole giallo; e nel medesimo tempo sbarazzarsi di tutti quelli che li impiegano con insulsa facondia». (Passaggi simili si ripetono). Più avanti il nocciolo teoretico: «Arrivare velocemente a definire, a porre la sensazione d’esotismo: che non è che la nozione del differente; la percezione del Diverso» (V. Segalen, Essai sur l’exotisme, Fata Morgana, 1978, p. 40). Segnalo qui che il cosiddetto Essai sur l’exotisme non è affatto un saggio ma un insieme di annotazioni, stralci di lettere, dossiers raccolti da Segalen nel corso degli anni (dal 1908 al 1918). «Colmo del paradosso – scrive Manceron nella sua introduzione (p. 21) – questo Essai sur l’exotisme è simultaneamente un libro che non è mai stato scritto e un libro vero e proprio».
7 V. Segalen, Lettres de Chine, cit., p. 211.
8 Vale la pena citare l’intero passaggio: «L’attitudine non potrà dunque in queste prose ritmate, dense e misurate come un sonetto, non potrà dunque essere l’io che si percepisce… ma al contrario il richiamo del milieu al viaggiatore, dell’esotico a l’esota [exote] che lo penetra, lo assale, lo risveglia e lo turba. È il tu che dominerà» (V. Segalen, Essai sur l’exotisme, cit., p. 40).
9 Ne sortisce un testo composito: ciò che è rimarcato dalla scelta (originale) di adottare caratteri tipografici difformi.
10 D. de Margerie, ‘L’exotisme du moi’, in «Regard. Espaces. Signes», Paris, L’Asiathèque, 1979, p. 225.
11 P. 75 del più volte citato Essai (nessun riferimento al Figlio del Cielo ma ancora un piano dell’Essai medesimo): «Poi tutto ciò mi condurrà alla questione assai angosciante della fine: la Degradazione dell’esotismo». Più avanti, pp. 83-84: «Degradazione del Diverso. Pare di sì. Come l’Energia, l’Entropia dell’universo tende a un massimo […] Ebbene, credo, molto tristemente, che la degradazione dell’esotismo sia dell’ordine delle grandezze umane». Di fronte alla rivoluzione cinese del 1911, che rovesciava l’impero, Segalen non nasconde la propria delusione: «Bisogna deliberatamene sopprimere tutta la Cina moderna, nuova e repubblicana. Francamente non è per partito preso che la detesto, ma per essenza e non-senso. È la scimmiottatura, il Bovarismo misero, la meschineria, la viltà, la codardia di ogni genere, la noia, la noia soprattutto. Ho seguito assai attentamente tutta la crisi e ho vissuto, posso dire, il crollo del 29 febbraio, la notte del saccheggio militarmente organizzato di Pechino. Ho toccato con mano la cartapesta, lo stucco, la cattiva pasticceria di tutto questo […] Ecco la Cina presente e a venire. L’antica resta bella» (V. Ségalen, H. Manceron, Trahison fidèle. Correspondance, 1907-1918, Seuil, 1985, p. 120).
12 É. Germe, Segalen, lécriture, le nom. Architecture d’un secret, Saint-Denis: Presses universitaires de Vincennes, 2001, doi:10.4000/books.puv.945. A proposito di Les Immémoriaux Gilles Manceron scrive: «Il tema esplicito del libro più che una evocazione nostalgica della cultura polinesiana in sé, è una esaltazione della libertà sessuale, un rifiuto del cristianesimo e delle morali tristi che la imbrigliano e la soffocano. Così è, in negativo, la testimonianza di un percorso individuale» ecc. (V. Segalen, Essai sur l’exotisme, cit., p. 15, corsivo mio). Il medesimo Segalen ne tenta una esposizione assai involuta: «Avrò là forse un angolo dove sarò davvero a casa, dove potrò gettare sotto forma di piccole, brevi prose, dense, non simboliche, tutto il contrario […] della mia propria visione»; e poi: «[…] non dire affatto crudamente la propria visione, ma, attraverso un transfert istantaneo, costante, l’eco della sua presenza» (Ivi, pp. 36-37).

sabato 3 agosto 2019

Esiste Ascoli Piceno?


Esiste Ascoli Piceno? Domanda bizzarra. A porsela, in uno scribillo, Giorgio Manganelli. Va da sé che il medesimo scribillo è una burla, uno scherzo. Corredato da dieci cartoline (illustrazioni) di Tullio Pericoli e da una postfazione, intitolata Supposizioni, del medesimo, il branetto non raggiunge le sei pagine. Pur tuttavia bene ha fatto Adelphi a ripubblicarlo nella sua «Biblioteca minima». Intanto perché è un piccolo gioiello di arguzia, di umorismo. E poi perché in quelle quasi sei paginette Manganelli sviluppa un ‘argomento’ o, per meglio dire (ciò che parrebbe contraddetto dalle virgolette), un ‘esercizio’.
La pigrizia di Manganelli! Scriveva in un vecchio risvolto di copertina: «Si può chiedere perché il viaggio abbia tanto fascino per una persona di vocazione sedentaria; il lettore accanito e solitario non si illude di espatriare dalla propria biblioteca, il giorno in cui si imbarca per l’Asia; egli è sempre, sostanzialmente, un ricercatore di segni, di parole implicite, di ‘modi di dire, di in-folio e di brochures» (in Cina e altri orienti, Adelphi, Milano, 2013). Scrittore sedentario, come si dice e come si ripete, necessitava dei libri e cioè, credo, dell’esercizio ‘enciclopedico’, per poter scrivere dei mondi allotri (outlandish) in cui piombava con certo impaccio.
Nel nostro scribillo l’esercizio ha del funambolico. È quel salto al di là di Rodi (non dovrei scrivere Ascoli Piceno?) che Hegel temeva perché in luogo della conciliazione del figlio del tempo col suo tempo (o realtà o ragione, Vernunft) mette capo a quel mondo così come dovrebbe essere ma solo nell’opinione di chi, quel salto, lo compie – al mondo malleabile, plasmabile a piacere e senza troppa ‘fatica’. De La vocazione del superstite di Mazzonis, il medesimo Manganelli diceva: «Gentiluomo d’ordine e classificaEsiste Ascoli Piceno?torio, costui vagheggia un ordine sensato delle cose, che allude alla Follia e all’Utopia». Nell’articoletto l’utopia (il mondo come dovrebbe essere) raggiunta col folle salto è, alla lettera, un non-luogo (ο τπος) e la consequence, basilarmente logica e astratta, di una devastazione (nonché un buon esempio di grottesco): «Non desidero città di mura, strade, abitanti, nome e religione certi. Una città distrutta da barbari due secoli prima di essere fondata, tutti gli abitanti uccisi dalla peste, due secoli prima che nascessero; preziosi monumenti di un’arte mirabile ridotti in polvere». Dunque (un altro passaggio): «Una città visitata continuamente dai messaggeri del nulla, angeli che hanno dimenticato il nome del Dio che li inviava» ecc. ecc. Ecco, conclude Manganelli, per una non-rivista di una non-città potrei anche scrivere «due o tre cartelle, senza destinatario». Ed ecco l’esercizio cui accennavo sopra.
Hegel, in quella introduzione ai Grundlinien der Philosophie des Rechts, aveva ammesso, di là dall’auspicata calda pace (Friede) con la realtà, la meno auspicabile fredda disperazione (Verzweiflung); l’approssimazione del salto, dello slancio, gli pareva, con linguaggio uggiosamente ‘apocalittico’, tiepida. Ah la beffarda tepidezza dell’inconciliabile anima dell’umorista!

Giorgio Manganelli, Esiste Ascoli Piceno, Adelphi, Milano, 2019, pp. 43, 7,00 €.

Giudizio: 5/5

giovedì 1 agosto 2019

Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia


Dimenticate il politicamente scorretto. O dateci un taglio.  Questo romanzo, dichiara il nostro autore nella nota in fondo al testo, non vuole denigrare nessuno. Il titolo, che definire conradiano sarebbe de trop, avrebbe potuto essere un altro. Per esempio Il lungo addio o Illusioni perdute. [1] D’altra parte, nessun Mister Kurtz; e l’orrore è (quasi) solo evocato; e Hitler e Himmler vi figurano come due drammaturghi efferati. La sempre deprecabile dissoluzione della famiglia, incortinato lieu du cœur (de chair au de pierre), non spalanca abissi: Edipo, nemmeno nominato, è un petit chien d’appartement, mamma Giocasta si trasferisce in Vietnam e papà, papà che somiglia a Samuel Beckett, un papà pseudo-filo-nazista ma così amorevole, a Berlino. — In una recente intervista, che trovate su «Pangea news», [2] Giuseppe Culicchia ha ricordato di aver tradotto American Psycho per Einaudi. Una bella impresa. Patrick Bateman (che del romanzo Bret Easton Ellis è il protagonista), ha aggiunto Culicchia, «aveva […] tutto quello che ci vuole per essere considerati politicamente scorretti e infatti Ellis ricevette diverse minacce di morte». Culicchia ha spiegato che vorrebbe fare come Ellis: «A me piace fare come lui e mettermi dal punto di vista dei miei personaggi; direi, addirittura, che non potrei fare altrimenti». Di una influenza eastonellisiana, Culicchia aveva già parlato nello spassoso E così vorresti fare lo scrittore; e, a dire il vero, l’aveva messa in dubbio. D’altra parte ammetteva che «da quando ho tradotto BEE continuo a sentirmi dire o a leggere in Rete roba tipo ‘questo romanzo segue il solito copione eastonellisiano’ […] oppure ‘una specie di American Psycho torinese’». [3] Ma se i commentatori spesso, diciamo così, insolenti s’ingannano indovinando un’influenza, bisogna subito aggiungere che, con Ellis, un’infatuazione per i personaggi neri o disperati, disgraziati, bêtes, Culicchia la condivide. Una precisazione potrebbe essere questa: «Per concludere, aggiungo solo che da vent’anni a questa parte sto cercando di scrivere una sorta di ritratto antropologico del nostro paese». [4] Non va assolutamente trascurata: se il politicamente scorretto è posa istrionica (da paraculo), qui, nel caso di Culicchia, si tratta (si tratterebbe) di uno sguardo antropologico. Con tutto ciò che ne consegue. Per esempio quello che Crapanzano, in suo vecchio libro, chiamava lo scotoma o punto cieco dell’antropologo. Il rischio, e Culicchia dovrebbe saperlo bene, è quello di cadere nel luogo comune. Qualche esempio. «Del resto noi italiani non siamo seri. Non siamo un popolo serio. E non sto parlando degli ultimi presidenti del consiglio. È una questione antropologica. Lo scriveva già Leopardi. È una cosa comprovata dalla Storia. Per dire: i tedeschi nell’ultima guerra hanno tenuto duro sotto le bombe […] A noi è bastata un bombardamento su Roma». [5] Ancora: «Premesso che da un punto di vista antropologico la mancanza di ‘senso della coda’ non fa parte solo ed esclusivamente delle caratteristiche dei torinesi, ma di quelle degli abitanti della penisola […]»; «L’improvvisazione d’altronde non è solo un segno dei tempi, ma è anche una di quelle cose che contraddistinguono da un punto di vista antropologico gli italiani». [6] — Oramai dovrebbe essere chiaro che Culicchia appartiene alla schiera dei Kulturpessimisten: e cioè alla schiera di quelli «qui disent: comme c’est humain, chaque fois qu’on leur montre un acte plus ou moins répugnant. [7] Ecco perché per Culicchia – facciamola breve – mettersi dal punto di vista dei personaggi significa anche esercitare l’estro ilare del grottesco. Ne Il cuore e la tenebra, salvo l’io narrante – intelligenza centrale che parla (anche) per l’autore – i personaggi sono tutti stravaganti, di funesta grulleria. A partire dal narratario esplicito: il padre defunto cui il narratore palese rivolge un lungo discorso che è nel medesimo tempo diario del lutto improvviso, nitida memoria nostalgica, congedo definitivo. Questo padre direttore d’orchestra che ottiene la direzione dei Berliner e che s’incapriccia dell’esecuzione furtwangleriana della Nona di Beethoven – dell’esecuzione del 19 aprile 1942 che celebra il compleanno di Hitler (e di cui esiste anche un frammento filmato abbastanza inquietante ma solo per la presenza di certi figuri) –, e che vorrebbe rifarla del pari; questo padre che legge tutto sul nazismo e sul Führer (ma che c’entra Sein und Zeit?!); questo padre che fallisce nella vita pubblica e privata (perché divorzia); questo padre che fa il giudice a X Factor, che schiaffeggia Allevi… questo padre – il personaggio di questo padre intendo – naufraga nel Grottesco, nel Kitsch. Cui concorrono, bisogna subito aggiungere, i frammenti dei suoi diari che farciscono la testimonianza del protagonista, e cioè del figliolo, con considerazioni estetico-musicali naïf, di ingenua fantasticaggine (a p. 54 le cretinerie che nemmeno il più terchio dei musici enuncerebbe), una cognizione dell’arte che fa pensare a uno sdilinquimento mistico, con aberrazioni speciali nello spirito del Novecento («Comunque io credo di aver compreso infine come il più grande interprete di Wagner sia stato Hitler, che allo stesso tempo è stato anche l’impresario di Furtwängler» ‹p. 103›), con le foto della Berlino bombardata e dei gerarchi, quasi tutti sorridenti, quasi tutti amorevoli padri di famiglia, e, ovviamente, di Furtwangler; con le tigne e le lagne, l’Angst, e il protervo parallelismo fra la propria personale vicenda e quella di Adolf Hitler, «la più grande star dello spettacolo» secondo Hans-Jürgen Syberberg, ma anche l’uomo che non retrocede davanti alla sconfitta (p. 79: «È come se continuando a leggere ciò che hai scritto mi inoltrassi nel tuo cuore di tenebra»); infine con l’accorata e incresciosa e vessatoria testimonianza dell’amore paterno: «Ti voglio un bene infinito», passim). Gli altri personaggi, non meno angosciastici, non meno babbei, possiedono un peso specifico inferiore. C’è la madre polimaste e inabile che tenta di rifarsi una vita in Vietnam sposando un banchiere svizzero; c’è un fratello che bamboleggia passati i trent’anni. E poi, ancora, un Siegfried, acclarato neonazista, che in un lutulento compte rendu, sciorina notizie disperative di terza mano (dal piano Kalergi alla ‘bugia’ delle camere a gas, senza obliare la svagata profezia di 1984 di Orwell). Un facile assemblage di vernice che riciclando i miti d’oggi (réclame, brand, griffes, marchi di fabbrica, come in Ellis, ma Culicchia avrebbe un’obiezione, [8] come in Houellebecq, stereotipi moti del cuore, perplessità sul divorzio, fake news, un Occidente, va da sé, destinato al tramonto, all’estinzione ‹p. 37›) finisce per restituirci più l’ovvio dei luoghi comuni che l’auspicata antropologia della cui debolezza s’è già detto. E con lo scetticismo (pessimismo) ecco la satira; che è pur sempre satira di costume, delle idées reçues. E questa è la ragione per la quale il romanzo ‘di denuncia’, ciò che Il cuore e la tenebra vorrebbe solo essere per un buon dieci o venti per cento, si confonde con i settimanali d’attualità. [9] — Registro medio, talora colloquiale. Nuoce al romanzo certa ‘balistica’. Un esempio fra i molti, e bisognerebbe produrne molti, p. 182: «Un pomeriggio, ero a Parigi in tournée con l’orchestra […], tu stavi giocando […] ed eri caduto dall’altalena, rompendoti il mento»; p. 188: «Ti ricordi quando ai giardini mi sono rotto il mento?». Comunque da leggere.
 
Note
[3] Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore, Laterza, Bari, 2015, p. 113.
[4] Ivi, p. 114.
[5] Giuseppe Culicchia, My Little China Girl, EDT, Torino, 2015, p. 17. Ritrovate la ‘riflessione’ nel nostro romanzo, nel romanzo di cui parlerò fra un istante a p. 80.
[6] Giuseppe Culicchia, Torino è casa mia, Laterza, Bari, 2005.
[7] La frase, lo sapete, è di Sartre; il quale la pronunciò in quella sua conferenza intitolata L’existentialisme est un humanisme. Per Sartre i luoghi comuni mantengono lo status quo: «On connaît les lieux communs qu’on peut utiliser à ce sujet et qui montrent toujours la même chose: il ne faut pas lutter contre la force, il ne faut pas entreprendre au-dessus de sa condition». Il discorso ci porterebbe lontano.
[8] Solo nelle prime pagine: MasterChef, X Factor, Deutsche Grammophon, Vans, Nintendo, Facebook, WhatsApp, Google, BlackBerry. Jean-Marc Proust ha compilato un lungo elenco delle marche e dei prodotti menzionati da Houellebecq in Sérotonine (consultabile al seguente URL: https://www.slate.fr/story/171894/serotonine-michel-houellebecq-roman-maladroit-vrai-decevant?amp). L’obiezione: «Be’, se è per questo comparivano già in Tutti giù per terra e in Paso doble, e non avevo ancora tradotto Ellis» (E così vorresti fare lo scrittore, cit., p. 113). Un’ultima noterella: Houellebecq è stato paragonato a Ellis; inoltre i due si conoscono e si stimano.
[9] Trovate la pointe in Arbasi
no.


martedì 30 luglio 2019

Robert Schumann a Endenich

Non c’è appassionato di musica colta che non sappia della tragica fine di Robert Schumann – non ne abbia, intendo dire, una qualche notizia. Il tuffo nel Reno, la follia, il manicomio figurano anche nelle notizie biografiche più scarne sul retro degli LP, nei booklet dei CD. Nondimeno su questo epilogo – sugli ultimi anni del musicista – non si sa moltissimo. Incompleta è rimasta per lungo tempo la documentazione sulla sua degenza a Endenich, la clinica per alienati in cui si fece internare nel 1854 dopo un (verosimile?) tentato suicidio (il tuffo nel Reno). Il dottor Richarz, lo psichiatra di orientamento ‘organicista’ che lo ebbe in cura e che praticò l’autopsia, tenne quotidianamente un registro delle cure ospedaliere, ma di questo registro si sono smarrite le tracce fino al 1991. [P. Ostwald (1985, 255) lo dà per perduto; la documentazione è stata pubblicata da Bernhard Appel nel 2006 (Appel 2006)]. Le convinzioni di Richarz, formatosi alla scuola di Friedrich Nasse, gettano un’ombra sinistra sulle cure prestate a Schumann. John O’Shea (1991, 128) afferma che il musicista, incompreso e isolato, si lasciò morire di fame (lo studio di O’Shea è però precedente al rinvenimento della documentazione medica suaccennata Benché appaia convincente, l’ipotesi della neurosifilide potrebbe non essere conclusiva; non va esclusa l’ipotesi di una malattia psichica primaria, né vanno trascurati gli altri disturbi (la dipendenza dall’alcol, l’obesità, lo stress psicosociale ecc.). Il contegno di Clara, che in due anni e mezzo di ricovero fece visita al marito solo negli ultimi giorni, appare incomprensibile e dà luogo a illazioni (preesistenza di una insanabile crisi matrimoniale?). Insomma, più s’indaga su quello che Filippo Tuena ha chiamato con ragione il ‘caso Schumann’ e meno questo caso trova una sua ‘composizione’. «È il frammento a dominare» (Tuena 2017, 7), scrive Tuena nella prefazione alle Lettere da Endenich, insinuando che alla cosiddetta follia del musicista, ai disturbi maniaco-depressivi, a quelli paranoici e istrionici, in breve a un io diviso e frammentato corrisponda, ironicamente, un ‘memoriale’ diviso e frammentario: ‘associazione analogica’, questa, che a Tuena ha ispirato il suo romanzo schumanniano (Tuena 2015).

Le lettere da Endenich, tradotte dalla brava Anna Costalonga per la prima volta in italiano (assieme ad altro materiale), per la cura del già citato Filippo Tuena, trascelte dal volume tedesco (Appel 2006) che raccoglie materiale prezioso sugli ultimi anni del compositore, coprono un periodo ristretto della permanenza di Schumann a Endenich in manicomio (che va dal 4 marzo 1854 al 29 luglio 1856). La prima lettera, a Clara, è del 14 settembre 1854; l’ultima, indirizzata sempre a Clara, è del 5 maggio 1855. Dopo questa data, Schumann non scrive più; muore l’anno successivo, il 29 luglio. L’ultimo incontro con la moglie, il 27, il 28 e il 29 di luglio, è descritto da Brahms in una lettera a Julius Otto Grimm che chiude la nostra raccolta in maniera commovente (Tuena 2017, 99-100). Nelle lettere non ci sono, almeno prima facie, e per così dire, i segni della follia. Schumann scrive di musica, sbozza giudizi (acuti) sulle opere di Brahms e di Joachim, accenna (p. 50 e p. 84, nella notevole lettera a Bettina von Arnim del 1 maggio 1855 che però l’amico Wasielewski reputò infausta) a un progetto editoriale (una raccolta di scritti sulla musica da Shakespeare all’amato Jean Paul che vorrebbe intitolare Dichtergarten für Musik); scrive all’editore Simrock, chiede libri, riviste, carta da musica, spartiti. Inquieta, questo sì, nelle prime lettere scritte a Clara, l’inventario dei ricordi, quasi a dar prova di presenza a se stessi; tuttavia non va trascurato il fatto che queste lettere passavano al vaglio dei medici. Forse fu l’acribia del rammemorare a suggerire a Clara il seguente pensiero consegnato al diario (1 marzo 1855): «Parla sempre del passato, perché mai del futuro? Non ha speranze? Come mi addolora!» (73). Ma il malinconico autocontrollo delle lettere è smentito dal bollettino medico. 25 dicembre 1854: «Nei discorsi spesso assente, digressivo, sconnesso, ha proferito molte idee insensate di carattere melanconico basate sulle allucinazioni uditive […] In serata ha parlato da solo: ‘È però straordinario! No, è una bugia’» (54); 12 gennaio 1855: «Ieri visita del signor Brahms, di cui si è rallegrato molto Durante la visita parla in modo abbastanza naturale, e comprensibile, ma molto biascicato e la voce sembra quella di un bambino» (58); 22 gennaio 1855: «Dopo la colazione un eccesso di grande paura, dice che l’infermiere lo ha avvelenato, diventa pazzo, furioso, dice che deve essere portato in un manicomio e tenuto scrupolosamente sotto guardia (60). Sempre il 22 gennaio un piccolo cedimento nella lettera indirizzata a Clara: «Clara mia, mi sembra di essere davanti a qualcosa di più terribile. Non poter vedere te e i bambini, che dolore» (61).

Frammento della vita di Schumann, dove, per dirla con Thomas Bernhard, la vita stessa appare frammento, le lettere, gli stralci diaristici, i referti ecc. rilanciano la sfida alla comprensione medica, psichiatrica, filosofica, antropologica di musica e malattia, di musica e follia.







Opere citate

Appel, Bernhard R., a cura di. Robert Schumann in Endenich (1854-1856). Krankenakten, Briefzeugnisse und zeitgenössische Berichte. Schott, 2006.
O’Shea, John. Musica e medicina, profili medici di grandi compositori. Torino: EDT, 1991.
Tuena, Filippo, a cura di. Lettere da Endenich. Trieste-Roma: Italo Svevo, 2017.
Tuena, Filippo, Memoriali sul caso Schumann. Bari: Laterza, 2015.