lunedì 25 novembre 2013

Fascino del mostruoso

Fascino del mostruoso immaginario o quasi immaginario. La teratologia sperimentale ne andrebbe esente benché «il mostruoso [sia] uno dei possibili» e, nella sperimentazione, «la frontiera tra l’esperimentale e il mostruoso non [sia] visibile di primo acchito». Ne deriverebbe, en passant, che «ciò che il Medioevo ha sognato sarebbe il secolo del positivismo a realizzarlo pensando di abolirlo».[1] Non esattamente un progetto diabolico: senza contare che lo scienziato nutre meno ambizioni, ha più misura di un tempo in questa materia delicata.
Più promettente – mettiamola così – il mostruoso immaginario. La «scia di zolfo» che da Baudelaire con­duce ai simbolisti e oltre è venuta illuminando una scena priva di Dio – la scena della décadence – dove il mostruoso può, al più, compiervi «la negazione dell’o­pera buona, compiuta, di un creatore giusto e sensato»; dove il trattamento letterario e immaginale «della scimmia si dirige contro il Padre, detronizzato da un Prometeo becchino, e contro il figlio scacciato dal suo fratello scimmiesco»…[2] L’eccezione diviene infine l’oggetto di una paradossale scienza del particolare. La patafisica non è ovviamente una scienza: è una provocazione che fa leva sull’eccezione, sull’accidente, sul mostruoso. Espresso in maniera anodina: è la indicazione di «un universo che si può vedere e che forse si deve vedere al posto del tradizionale».[3] Espresso in maniera meno anodina: è la massima, applicata dall’immaginazione (che ne penserebbe Kant?), che dà luogo «all’anticosmo, al caos delle eccezioni senza legge».[4]



Note

[1] G. Canguilhem, La connaissance de la vie, Vrin, Paris, 1992, p. 234.
[2] E. Stead, Le monstre, le singe et le fœtus. Tératogonie et décadence dans l’Europe fin-de-siècle, Librairie Droz, Genève, 2004, p. 15.
[3] A. Jarry, Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, Milano, Adelphi, 1984, p. 31.
[4] G. Canguilhem, op. cit., p. 236.