martedì 26 novembre 2013

Giochi dell’amore e dell’ironia

Il lettore del Sentimental Journey sterniano avrebbe da tenere ferme due cose: che l’incompletezza non arreca detrimento alcuno all’intelligenza dell’operetta; che detta intelligenza passa tutta attraverso l’autocomprensione fornita dal titolo: eccellente epigraphe deposta a segnavia e autentico programma.
Superfluo ci appare menzionare l’occasione che deter­mina l’incom­piutezza dell’opera – la morte dell’autore intervenuta nel 1768, a pochi mesi dalla pubblicazione del Viaggio: la morte di Sterne-Yorick ci tocca per l’amabilità dell’uomo, ma nessun testamento è consegnato al romanzetto, che nemmeno tradisce nessuna febbrile volontà di conchiudere e che, per il solito, si abbandona a quel negligente sciorinar le idee che Hamann indicava come la cifra dell’estro dell’inglese.
Si direbbe che di conchiudere, quando si tratta di Sterne, non se ne parli, restando parimenti incompiuto il romanzo maggiore, il Tristram Shandy, avviato nel ‘59 e giunto al IX volume nell’anno della morte.
Ciò non significa che l’autore non avesse l’intenzione di dare un seguito al viaggio di Yorick in Francia e in Italia, ma soltanto che esso sarebbe venuto a tempo – e che uno iato s’apre tra Sterne e il suo doppio. L’identificazione non va sospinta più che non bisogna: certo, il reverendo Sterne come il reverendo Yorick intraprende un viaggio in tutto somigliante al grand tour che perfeziona la formazione del gentleman inglese nel secolo decimosettimo, fatto di tappe e di visite obbligate. Tuttavia Yorick si scorda di registrare monumenti e cattedrali, né l’incontro con i grandi uomini (per esempio Diderot) pare trascinarlo; di preferenza egli ‘convoca’ oggetti e persone umili, financo insignificanti (una vecchia désobligeante, grisettes e filles de chambre, uno stornello, sempliciotti e contadini ecc.). «Chi sa fare buon uso delle cose grandi, a maggior ragione sa fare buon uso delle piccole»,[1] dice Tommaso.
V’è forse una ragione nemmeno tanto incredibile di ciò. È l’ironia – quell’ironia «non epigrammatica, né suasoria, ma candidamente e affettuosamente storica»[2] secondo che la definisce Foscolo nella sua Notizia attorno a Didimo Chierico; quell’ironia «des Herzens», quella «liebevolle Ironie» di cui diceva Thomas Mann in Die Kunst des Romans;[3] quello humour che «ha un debole ciò che deride», «jeux de l’amour et de l’humour» (Jankélévitch).[4]
Pretendere di «fare all’amore per sentimenti» è come farsi «un elegante abito intero con de’ ritagli». Vale anche per l’ironia: ridurla a espediente retorico, a strumento ipercritico, a tecnica di seduzione, a professione, significa polverizzarla e perderla. L’ironia è bensì arte dello sfioramento, intenerimento su ciò che è piccolo (ancora Mann), ma è prima di tutto un’attitudine spirituale, una vocazione. Leggiamo: «Vissi innamorato sempre or d’una principessa or d’un’altra; e così spero di vivere fino al momento ch’io raccomanderò il mio spirito a Dio; perché la mia coscienza è convinta che s’io commettessi una trista azione, la com­met­terei sempre quando un amore è in me spento, ed il nuovo non è per anche racceso» (Sentimental Journey, cap. 22). Questa ironia è uno schermo, un freno al pathos, ai sentiments; protegge Yorick-Sterne dall’amore miope e ingenuo che si vuole assoluto, imperituro; questa ironia, come l’a­more autentico propugnato dal Nostro – «Love is not much a sentiment, as a situation» (Tristram Schandy, vol. VIII cap. 34) –, è una condizione nella quale si entra e nella quale è consigliabile restare.
Soprattutto è rimedio all’anancastia pietrificante; soprattutto esorcizza il pensiero della morte, della morte che ci insegue... che insegue il reverendo Sterne scalpicciandogli sopra la testa, nel suo viaggio attraverso la Francia e l’Italia: «Tutto considerato, visto la Morte può essermi forse alle calcagna, vorrei recarmi ad Abbeville a veder cardare e filare la lana».[5] E mentre Sterne ritorna al sud per ragioni di salute, il suo doppio (Yorick l’ironico) può affermare: «Viaggio riposatissimo è questo mio; viaggio del cuore in traccia della natura e di que’ sentimenti che da lei sola germogliano, e che ci avvezzano ad amarci scambievolmente – e ad amare una volta un po’ meglio tutti gli altri mortali».
 

Note
 
[1] Tommaso d’Aquino, La Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano, 1996, p. 353.
[2] Laurence Sterne, Viaggio sentimentale (nella versione di Ugo Foscolo), Milano, Bur, 2002, p. 394.
[3] Thomas Mann, ‘L’arte del romanzo’, in Nobiltà dello spirito e altri saggi, Milano, Mondadori, 2001, p. 1222.
[4] Vladimir Jankélévitch, L’ironia, Genova, Il melangolo, 1997, p. 172.
[5] Laurence Sterne, Tristram Schandy, Milano, Bur, 2008, vol. VII, cap. 10.