mercoledì 20 novembre 2013

Il male viene sempre da fuori (Gotthelf)





In che cosa questa novella di Gotthelf, parlo de Il ragno nero, è romantica? Domanda che sottende che si abbia cognizione di che cos’è il romanticismo. Ma una definizione convincente del romanticismo non c’è benché ce ne siano numerose insoddisfacenti. Se ha ragione Isaiah Berlin quando afferma che il romanticismo è la sfiducia nella compattezza dell’universo mondo, l’in­sus­sistenza di una «struttura delle cose» (Le radici del romanticismo, Milano, Adelphi, 2001, p. 185), l’inconcilia­bilità «di elementi che errano senza legge sulla terra», l’inconcilia­bilità dei valori, con la conseguenza, non così ovvia, che «ciò che conta è che l’uomo si dedichi a questi valori con tutto se stesso» (p. 39) – se, allora, ha ragione Isaiah Berlin, il racconto di Jeremias Gotthelf è romantico.
Che cosa racconta la novella di Gotthelf? Racconta di una piccola comunità agreste medievale (anche questa sarebbe impronta romantica) in una valle svizzera retta da terribili cavalieri teutonici e di come, per liberarsi dal giogo insostenibile di questi, essa comunità stringa un patto con un rossobarbuto verdevestito: un satanasso qualunque. Ma questa vicenda, con contorno granguignolesco che l’apparenta al romantisme noir, è, per il vero, il racconto dispensato da un vecchio nonno al parentado riunito in occasione del battesimo di un nipote, talché esso emerge come la cronaca di un invecchiato segreto famigliare e comunitario.
Dicevo sopra della relatività dei valori, dell’eticità ‘locale’ dei costumi. Ora, da una simile angolazione, bisogna rilevare, il male viene sempre dal di fuori. Nel racconto non soltanto l’op­­pressore, il crudele Hans von Stoffeln, è forestiero; forestiera è anche la donna che stringe il patto con il diavolo, metamorfosandosi poi nel raccapricciante ragno nero che semina morte e distruzione nell’ame­na contrada. Allora è quasi chiaro che il racconto si propone di dimostrare quanto sia pericoloso allontanarsi dai propri costumi, dalla propria mentalità d’origine: il punto d’arrivo non è il filisteismo borghese, non è solo quello, ma è l’annichi­la­mento. Quando una cultura perde il suo Schwerpunkt (il concetto è herderiano), il suo proprio centro di gravità, va in rovina.
Non è certamente un caso che Elias Canetti, nelle pagine della sua biografia (La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Adelphi, Milano, 1980) che precedono la menzione del Ragno nero, rammenti una sua escursione di quindicenne lungo la Lötschental. A colpirlo, in quella gita, sono soprattutto l’isola­mento e l’i­nospitalità delle piccole comunità, comprovati dall’ar­caismo di un’e­spressione indirizzata da una vecchia a un bambino che incautamente si avvicina agli escursionisti: «I valligiani erano gente taciturna e parevano volerci evitare. Durante tutta l’e­scursione non riuscimmo a parlare con nessuno di loro. Vedemmo le antiche baite di legno, le contadine vestite di nero, i vasi di fiori sui davanzali delle finestre, i pascoli. Io tendevo le orecchie nella speranza di udire altre frasi, ma tutti tacevano; forse fu soltanto un caso ma ‘Chuom Boubilu’ fu l’unico suono della lingua di quella valle che mi rimase nell’orecchio».
Che significa tutto ciò? Significa che aveva ragione il connazionale Gottfried Keller quando affermava che Gotthelf non sentenziava e che la sua devozione era «una specie di sapienza pratica e artigiana». Nessun sistema, nessuna dottrina dietro le perorazioni, dietro la pedagogia di questo pastore svizzero, ma un coinvolgimento completo nel microcosmo cui appartiene: «Là dove peccò, peccò sempre en famille, e all’insegna del motto: a voi non cale!» (cit. in J. Gotthelf, Il ragno nero, Adelphi, Milano, 1996, p. 156). E il fermo proponimento di consacrare il proprio operare ad majorem gloriam dei...
Gotthlef conosceva Herder e avrà avuto forse presente questa idea di centro di gravità, di Schwerpunkt, l’idea cioè che «ciascuna nazione abbia in sé il proprio centro di felicità alla stessa maniera che ciascuna sfera ha in essa il proprio centro di gravità [jede Nation hat ihren Mittelpunkt der Glückseligkeit in sich, wie jede ihren Schwerpunkt]» (Auch eine Philosophie der Geschichte zur Bildung der Menschheit, Riga, 1774, p. 509). O forse no: ha poca importanza.
Ciò che mi importa è rilevare come qui sia presente un ‘principio’ romantico. Quale principio? Quello che consegue da quello herderiano. Intanto da questo ricaviamo che la felicità di una nazione, proprio perché ciascuna lo ha in sé, non coincide, necessariamente, con quella di un’altra. In altre parole i valori di ciascuna nazione o comunità non necessariamente coincidono, e non è poi assurdo pensare che coincidano raramente. Accertata questa situazione, i valori subiranno così, sul momento, un processo di inflazione, saranno in numero infinito – come i mondi di Giordano Bruno; come le interpretazioni secondo Nietzsche. E operare secondo la logica binaria o gnostica, di bene e male, giorno e notte, diviene impossibile (è la fine di ogni philosophia perennis, è nichilismo).
Questo sarebbe il punto di vista del romanticismo, e da qui discenderebbe, come suo proprio effetto, la celebrazione dei particolarismi, dei localismi, le partigianerie, certo patriottismo, quel ritagliarsi un culto su misura così come un tempo ci si ritagliava un santo su misura, e persino il gusto per il pittoresco, le eccentricità, per il Medioevo, l’attra­zione per la malattia, la voluttà del dolore ecc. Discendono cioè i contenuti, le consolazioni, e l’utopia del romanticismo; quel suo proprium che il desiderio posto di fronte ai valori inconciliabili e infiniti avvicina e l’ironia talvolta allontana. Questo proprium, tuttavia, è spesso il riempimento di quel desiderio che a questo punto possiamo chiamare per nome: esso è volontà di divenire infinito, lo Streben nach dem Unendlichen (secondo la canonica formula di Schlegel) – è il riempimento di quello o l’ingan­no dell’ironia (Jankélévitch) che finisce per autoilludersi; è, in altre parole, la chiusura dell’in­finito (Severino), il suo dirottamento sui clichés domestici, fino all’utilizzo ipocrita – tanto contestato da Nietzsche e da Heine in Novalis, negli Schlegel, in Wagner ecc. – di questi stessi clichés secondo la norma del Kitsch (Broch).