sabato 30 novembre 2013

La scimmia e l’ancêtre

L’alleanza dell’occidente contro la scimmia (Cfr. Hillman, Puer aeternus, Milano, Adelphi, 1999, p. 142) non ha impedito, mi pare, che essa mantenesse una posizione ambigua, crocevia di valori contrari: stolidità e sapienza, astenia e forza, vecchiaia e fanciullezza. Una posizione che Jean Richepin le ha garantito ancora alla fine dell’Ottocento in uno dei suoi Contes de la décadence romaine (Paris, 1898), dove tale Grunnax le Garamante, scimmione venuto dall’estre­mo deserto libico, finisce per sposare la nipote dell’ultimo Cesare. Destinato a diventare imperatore («Héritier monstrueux des plus monstrueux Césars [...] presque égal aux dieux» <p. 257>), muore per il parere contrario degli dèi gelosi di Roma.
La scimmia, in quanto mimo semimuto ed ethologo istintivo, svela sempre in chi la osserva, e in una maniera o nell’altra, una preoccupazione antropogenetica. Per questo ritroviamo l’ironia o la litote, ma anche l’iperbole e la parodia, presso la scimmia, nei discorsi attorno alla scimmia, lungo un itinerario che dal mimo risale all’ancêtre e viceversa. Via proibita quanto si vuole, ma soltanto se ci si ostina a pensare che il «sentimento della sovranità dell’uomo», qualunque cosa s’intenda con questa espressione, stia nella «sua origine divina», nell’imago dei (Nietzsche, Aurora, Milano, Adelphi, 1964 e 1968, af. 49). Invece, in fondo, nemmeno ci si è interrogati troppo su questa immagine. E note leggende talmudiche tramandano di un Adamo androgino e con la coda.