mercoledì 20 novembre 2013

L’attualità di Dostoevskij (secondo Magris)

Claudio Magris in un breve e vetusto articolo del 1981 (in Utopia e disincanto, Milano, Garzanti, 1999) riscalda una minestrina troppo sciapa per essere propinata a un qualunque lettore dei succitati.
Per esempio ricorda che per l’uomo del sottosuolo la coscienza è malattia. Benissimo, ce lo ricordiamo tutti. Commento: «È il pensiero stesso, per l’uomo del sottosuolo, che scalza il sistema della filosofia, costringendo la mente a risalire sempre all’indietro» ecc. Di quale filosofia sta parlando Magris? E, soprattutto, Dostoevskij parla di filosofia? Come se un pensiero siffatto, lo spauracchio del regressus ad infinitum, il circolo vizioso ecc. non appartenessero all’arma­mentario della filosofia, non facessero parte, intendo dire, dello spettacolo filosofico o del theatrum philosopicum. Di che filosofia parla Magris, di quale fantasma?
Prosegue Magris: «Come il superuomo nietzschiano, l’uomo del sottosuolo è privo di un fondamento – dell’essere e del pensiero – sul quale poggiare i piedi e di un terreno vitale nel quale affondare le proprie radici e dal quale trarre le proprie linfe. Dostoevskij si scontra con l’insufficienza dei sistemi filosofici». Daccapo! Non è proprio questo dire di Magris uno sbrodolamento filosofico? Pensiero, essere, fondamento, terreno (vitale), radici: tutte parole orecchiate e ripetute, tutto un bla-bla filosofico orecchiato e ripetuto...
Fosse andato un po’ più in là, Magris, sarebbe incappato nel sovescio, e ciò a dire in quella pratica agraria che consiste nell’interrare piante fresche nel terreno in cui sono cresciute per correggere certe carenze. L’uomo del sottosuolo come un lupino o una fava interrati, l’uomo del sottosuolo come elemento sovesciabile: quant’è più feconda quest’altra allegoria o similitudine! 
Il problema di Magris è dunque l’insuffi­cienza dei sistemi filosofici. Come se spettasse al logos fertilizzare il bios! Il che potrebbe anche discutersi, ma se emergesse come oggetto di discussione! Se la parola, come dice Magris, è insufficiente qual è l’al­ternativa? La parola tracotante, per dirla con un’e­­spressione di Colli? Qui Magris si appellerebbe, e in effetto si appella, ai cosiddetti valori umani – e cioè a una parola svuotata di ogni valore. Una coscienza sinngebende è un’altra cosa, s’intende... Imboccare la strada contraria, perforare il terreno di radicamento, spingersi nel sottosuolo, sarebbe, per chi ragiona così, impossibile. Chi ragiona così (l’homme moralisé) stupirebbe venendo a sapere che la dieta consigliata al prediletto uomo senza aggettivi, né super né sub, né puer aeternus né scimmione, è una dieta di scimmie, come al leone della favola (Hillman)...
Magris ritiene di aver qualcosa da dire. Si tratta, per lui, di mostrare l’attualità di Dostoevskij (e di Nietzsche):
«La sua opera – intende quella del russo – si legge oggi anche e soprattutto come una furente e visionaria satira di tutta la cultura odierna d’ispirazione nietzschiana e dionisiaca che predica, giocondamente limacciosa e confusa, il tramonto del soggetto individuale e la dispersione centrifuga della sua unità, la dissociazione dell’identità personale nel magma informe dei desideri momentanei e indistinti, l’eliminazione dei valori a favore dei bisogni, il vago e indeterminato culto del corpo – anzi, secondo la retorica delle maiuscole, del Corpo – che non è più la concreta unità psicofisica dell’individuo, bensì una specie di misteriosa e ottusa divinità impersonale adorata nelle sue secrezioni fisiologiche con feticistica superstizione».
Nietzsche e Dostoevskij avrebbero scritto, senza saperlo ovviamente, in direzione di quest’epoca odierna, anzi di questa cultura odierna... avendo di mira, inconsapevolmente, questo decennio... questo quinquennio di predicazione del tramonto del soggetto individuale. Forse contro il rizoma di Deleuze, contro il Bafometto di Klossowski ecc... O, più probabilmente, contro le ‘nefaste’ ricadute sociali di questa cultura, contro l’LSD, contro certa promiscuità sessuale; magari contro i delitti familiari, gli adulterî, tutto il bla-bla della chronique scandaleuse. E d’altra parte, dice Magris, Dostoevskij è un «cronista», un «testimone», un «reporter» (sic!).