mercoledì 20 novembre 2013

Romanticismo e Kitsch chez Baricco

Baricco si domanda che cosa è romantico e che cosa non lo è. Chopin è romantico: «Quel­l’uomo fu per il romanticismo ciò che i fratelli McDonald sono stati per la parola hamburger» (Barnum, Feltrinelli, 1995, p. 147). Il paragone non è soltanto penoso, è anche artefatto, buttato lì per il suo effetto: Chopin, McDonald, ecc. E questa è un po’ la tecnica usuale di Baricco, la tecnica dell’ef­fettaccio. Kitsch senza dubbio, ma senza slancio, un Kitsch domestico, modesto, il Kitsch della chiacchiera da bar. Baricco conta sulla debolezza di cervello.
Ivo Pogorelich «entra sulla scena» «con quell’aria di schifo» e il pubblico presente è fatto di «umani regolamentari [che] si lavano, hanno due occhi e due orecchie, non vengono da Marte e si chiamano abbonati». Già questa approssimazione, questa sciattezza lessicale... Effettacci che non nascondono – o nascondono appena – il proprio conio fasullo. Ed è chiarissimo che Baricco non ci crede, che non crede per primo alle proprie parole, ma che è convinto di poterle spendere.
Ma c’è una risposta alla domanda? Pogorelich siede al pianoforte, «cerca di dimenticare l’assurda situazione in cui si è cacciato e inizia a suonare. Da dio, va detto. Da dio» (p. 148)… Ovviamente suona Chopin, i quattro Scherzi. Capiremo dal modo come li suona che cos’è il romanticismo?
«Non è facile dire come li suona, ma insomma, in certo modo li smonta e poi li rimonta, e quando li rimonta non lo fa più con una testa da Chopin, no, li rimonta con la testa di Joyce diventato cubista e iscritto al secondo anno di un corso per batteria. Risultato: non ci trovi più una sola cosa su cui potresti infilzare il cartellino col nome: romanticismo».
Li smonta e poi li rimonta. Lì davanti a Baricco? No, chez lui siamo portati a immaginare, quando li studia e ne mette a punto l’interpretazione. Dunque, sin qui, non fa nulla di eccezionale. Però li rimonta come li rimonterebbe Joyce, un pittore cubista e un batterista. Questa la trovata! Questa la pensata! Siamo così sufficientemente lontani dal romanticismo, tant’è che non ci trovi più una sola cosa su cui infilzare il cartellino con la scritta romanticismo...
Preso in senso letterale, tropologico e analogico il paragone con Joyce, con il pittore cubista e con il batterista non sta in piedi, non significa nulla ed è completamente inutile; da una prospettiva baricchiana, giacché c’è una prospettiva baricchiana, evoca però qualcosa, un non so che di riposto, un che di ineffabile: non Chopin secondo… chi?, ma Chopin secondo Joyce ecc. Ovvero? Ovvero l’astratto che non perviene al concreto del concetto…
Ma Baricco qualcosa ha in mente: «Cosa sia, quello che senti – ascoltanto Pogorelich –, veramente non lo sai, e questo ti inclina a credere che sia il moderno in azione, perché quando una cosa non ha nome allora è futuro, e questo dà i brividi». Baricco non dice semplicemente che l’interpreta­zione di Pogorelich non è romantica perché è moderna. Né possiamo seguirlo quando dice che il moderno è il futuro ecc. Questa è un’insalata di rozzezze. Quel che Baricco dice di importante lo riprende – credo – da Baudelaire: il moderno è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, «la metà dell’arte di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile»; il moderno è anche l’«indefinito» (Il pittore nella vita moderna)  – «un éclair... puis la nuit».
Joyce, il pittore cubista, il percussionista stanno dunque per il moderno, sono il marchio del moderno. E cioè, andando fino in fondo al discorso, il Kitsch. Lo Chopin di Pogorelich è dunque Kitsch... Dubito che Baricco volesse dire questo. Come dubito che abbia cognizione di quanto un simile discorso trovi le sue premesse nel romanticismo.