mercoledì 11 dicembre 2013

Ancora sul sapore del sapere, sulla poesia e sull'ironia

Quanto ho detto sul libro come alimento – meglio, quanto ho detto sul logos prophorikos (sull’oratio prolata) come nutrimento delle orecchie, sull’audiolibro e sulla voce, sull’occorrenza di parlare ore modico (e ciò a dire con stile e tono temperati), ci porta vicini alla poesia e alla musica e lontani da quella sola ragione cui nessuno, per dirla con l’abbé Bremond, può «seriamente credere». Dove «la sola ragione regge il timone, essa conduce sempre verso una luce più forte» [1],  ma è la luce che acceca accrescendo l’oscurità attorno a noi – nella formula esitante di Kavafis: «Tutto potrebbe farsi, se irrompesse / La luminosità, più cupo» [2].  Ed è anche, quella di questo nostro Palinuro, la strada più breve, la linea diritta, così sfornita di ironia.
Eppure nemmeno il più freddo dei musici-poeti, lo scrittore, saprebbe rinunciare allo stile e all’armonia e dunque alle vie traverse (all’ironia)...
«Verba togae sequeris iunctura callidus acri, / ore teres modico, pallentis radere mores / doctus et ingenuo culpam defigere ludo». Non c’è sempre qualcosa di Persio Aulo Flacco nello scrittore moderno. Che ne so, un utilizzo saputo e piccante delle parole comuni, un labor limae, un ammazzarsi di fatica? Della fatica se ne lamentava sornionamente Boileau...
 

Note

[1] H. Bremond, Preghiera e poesia, Roma, Ed. di storia e letteratura, 2010, p. 46.
[2] C. Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Milano, Adelphi, 2009, p. 25.