giovedì 5 dicembre 2013

Brachylogia

Ed io li ho visti tremare e impallidire,
fermarsi nel bel mezzo del discorso,
strozzar dalla paura le lor studiate parole nella gola,
e, infine, perder la favella e ammutolire
senza potermi dare il benvenuto. Credimi, amore mio,
in quel silenzio io seppi cogliere il saluto
e nella modestia di un pavido dovere
lessi quanto nelle lingue rumorose
dell’eloquenza presuntuosa e ardita.
E dunque l’affettuosità e l’ingenuità di una lingua impacciata,
parlando poco, per me parlan di più.[1]
 
È Teseo a parlare, rivolto a Ippolita, nel Sogno di una notte di mezza estate… La brachilogia appare dunque come una forma di eloquenza anche quando non è un ‘no’ consapevole all’«automatismo oratorio», all’«inflazione lo­quace».[2] Qui rivelatore è il vocalico, la grana del vocale, l’into­nema. (Di «grana della voce» parla Barthes da qualche parte). E cioè l’elemento musicale (femminile) del λόγος (logos), della φωνή σημαντική (phoné semantiké).
In un bel racconto di Karen Blixen di ispirazione shakespeariana (Tempeste), un tale di nome Soerensen, di mestiere attore e capocomico, se ne esce con la seguente riflessione: «Dovremmo esprimere i nostri sentimenti, e comunicare col nostro prossimo, in versi sciolti – per­ché i giambi dolcemente temperano l’a­sprezza della natura umana sino a nobile dignità, e zelanti spartiscono futilità, chiacchiere e frange di scandali dall’oro e dall’ar­gento del discorso umano».[3] A tutta prima la lingua impacciata, il laconismo e la brachilogia appaiono una fuga in direzione opposta, una enantiodromia dell’ideale di Soerensen. La verità è che i giambi, i versi sciolti, le gimnopedie costituiscono «una scuola di frugalità» e un «camminare a piedi nudi con i sandali della povertà»...[4]
Ma soprattutto riecco comparire gli elementi musicali, asemantici, o che tali si pretendono: l’«espressivo-inespressivo», direbbe Vladimir Jankélévitch; l’espressione tout court direbbe forse Giorgio Colli: «occasioni di rappresentazioni, di rievocazioni da parte degli spettatori e fruitori».[5]

Note
[1] W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Milano, Garzanti, 1991, V, I.
[2] V. Jankélévitch, La musica e l’ineffabile, Milano, Bompiani, 1998, p. 120.
[3] K. Blixen, Capricci del destino, Milano, Feltrinelli, 1984 p. 69.
[4] V. Jankélévitch, op. cit., p. 42.
[5] G. Colli, Filosofia dell’espressione, Milano, Adelphi, 1969, p. 59.