venerdì 13 dicembre 2013

Il senso della vita e la freccia africana del professor Blumenbach

Gogol, in una lettera indirizzata a non importa chi, dice che gli uomini, non esclusi i genî e i filosofi, superata la soglia dei quarant’anni diventano ottusi, e cita, a mo’ di esempio estremo, il Kant degli Ultimi giorni di De Quincey. Sfuggirebbero a questa triste sorte solo i santi cristiani, i quali, anche se francamente bêtes da giovani, si perfezionano con gli anni e in estrema vecchiaia, in prossimità della morte, diventano saggi [1]. Miracoli di un paradiso promesso, di un orizzonte che eternamente splende, di un passaggio, presentito, alla vita compiuta ecc. Inoltre si pone qui una specie di differenza antropologica tra il cristiano e il filosofo: con il risultato di escludere che un filosofo possa essere cristiano e viceversa...
D’altra parte se il cristiano ha una mèta, tende a una felicità promessa e oltremondana, anche lui, come chiunque altro, è decentrato rispetto a un sapere che in soprappiù non osa mettere in discussione: egli è un romantico che cammina nel crepuscolo o, come dice Heine, un poeta romantico che cammina «con la sicurezza del mulo lungo i precipizi del dubbio» [2], e che deposita sui fatti intangibili e indiscutibili – il peccato originale, l’incarnazione, la crocifissione (gli esempi sono di Heine) – un significato parabolico [3].
Il filosofo, che invece non ha autorità alcuna sopra di sé, se non quella della scienza, o dell’allegra dottrina (heitere Doktrin) [4], come scriveva ancora Heine, o della gaia scienza (fröhliche Wissenschaft) come scriverà Nietzsche, ha il vantaggio di poter mettere in discussione il proprio sapere, di esercitare la scepsi e di abbracciare quel nichilismo che, ben dosato, è una risorsa vitale. Decentrato sì, rispetto alle proprie opinioni, alle proprie idee e tradizioni, perché non gli appartengono interamente, perché sono tralatizie, ma anche capace, il filosofo, di farle proprie, di rivitalizzarle e di trascinarle al centro di una discussione, in un momento che non si capirà mai se è voluto o fortuito, ma il segreto sta nel volere il fortuito (amor fati). In fondo il filosofo – l’uomo – è un ragno che tesse la sua ragnatela tra terra e cielo per ammortizzare e magari catturare brandelli di mondo (di vita). La sua posizione è esclusivamente strategica; a partire da quella egli sarà, se lo vuole e se lo può, sulla sua preda per divorarla – e continuare a vivere. E la preda sarà sua benché gli sarà stata concessa dalla natura... matrigna. E con la certezza che questa natura è ancora più forte di lui e della sua tela che un soffio di vento ecc.
E poi si sa che questa cosa della domanda che non riceve risposta rischia di diventare un vezzo. Abitare la domanda significa abitare la ragnatela e la domanda-ragnatela è sempre più debole della vita. La vita non ha bisogno di rispondere alla domanda e la sua ‘risposta’, quando arriva, è il soffio di vento che la spezza. La domanda sul senso non ha, alla lettera, alcun senso – oltremondano, ultraterreno, trascendente... E poi la domanda-ragnatela è già una risposta: questo interrogare si risponde; ogni filo prodotto dalla ghiandola-intelletto è una risposta, una direzione imboccata, un orientamento assunto, una misura presa, una distanza colmata e consumata, del tempo trascorso. Perché la domanda-ragnatela è il senso della vita. Qual è il senso della vita? Il senso della vita è come il senso del legno, diceva Alain Robbe-Grillet da qualche parte...
Ma qui l’allegoria del ragno, che mi richiama alla mente quella di Swift (in The Battle of the Books) [5], mi viene in uggia. In fondo il ragno se ne sta acquattato nel suo nido e non conosce il viaggio. Viaggiare, infatti, pertiene solo all’uomo, ché il viaggio non può che essere raccontato. E così il cigno selvatico (di Heine) [6] che dallo Hannover migra nel caldo sud e poi torna al suo nido nordico con una freccia in petto, una freccia che il professor Blumenbach riconosce come africana, questo cigno morto ci commuove perché ci somiglia profondamente, portando con sé il racconto del suo viaggio e una specie di melanconica nostalgia di casa.


Note

[1] Leggo queste plaisanteries in N. Gogol, Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, Giunti, Firenze, 1996, p. 57.
[2] H. Heine, Per la storia della religione e della filosofia in Germania, in Id., La Germania, Laterza, Bari, 1972, p. 220.
[3] Ivi, p. 219.
[4] «Nelle annate dure e di stenti, quando quasi irraggiungibile appare la gioia, egli esalta l’astinenza e il suo dogma, e dice l’uva asprigna e acerba; ma che i tempi si facciano più prosperi, che divenga possibile alla gente cogliere i bei frutti di questa terra, ed ecco allora venire alla luce anche una gaia scienza [heitere Doktrin] e rivendicare alla vita le sue dolcezze e tutto il suo pieno, inalienabile diritto a godere». H. Heine, La scuola romantica, in Id., La Germania, cit., p. 134.
[5] Nella nota allegoria di Swift il ragno rappresenta il moderno che ha la presunzione di poter far a meno del passato e di far meglio di chi è venuto prima di lui, di produrre il nuovo, il mai visto prima, traendolo da sé. Nondimeno il ragno (il moderno) si nutre degli scarti di chi lo precede. Ciò che lo distingue dall’ape, che rappresenta invece l’antichità, è dunque una cecità di fronte alla propria provenienza, una cecità di fronte alla fecondità generosa della natura o dell’ordine naturale, «al Tao benevolo, luminoso e gioioso della Natura» per dirla con Fumaroli (M.  Fumaroli, Le api e i ragni. La disputa degli Antichi e dei Moderni, Adelphi, Milano, 2005, p. 21). I prodotti del ragno sono escrementizi (sporcizia e veleno), sono i prodotti di un organismo defedato, mentre i prodotti dell’ape sono nutritizi (miele e cera, ovvero dolcezza e luce)...
[6] Cfr. ivi, p. 107.