mercoledì 11 dicembre 2013

L'anima, la lingua e il sapore del sapere

Anima è una bella parola purché se ne neghi l’esistenza – dell’anima, non della parola – un attimo prima o un attimo dopo. Altrimenti è una truffa. L’abbé Bremond ha ragione di rimproverare a Platone il misconoscimento della ‘conoscenza poetica’ – bisognerebbe aggiungere che il tutto discende dalla sua (di Platone) vocazione letteraria; che il suo (di Platone) è l’astio di un emulatore (Cfr. G. Colli, Filosofia dell’espressione, Milano, Adelphi, 1969, p. 208) – ma sbaglia (l’abate) a pensare di doverle fornire uno sgabello o un vaso: l’anima appunto. Forse non si può rimproverare a un abate di parlare dell’anima o del Padreterno, ma qui, in Prière et poésie, anima è solo un altro nome per la poesia: «Animus e anima: la ragione e la poesia» (H. Bremond, Preghiera e poesia, Roma, ed. di storia e letteratura, p. 93.). Già perché l’altra ‘metafora’ è quella di animus, la ragione, il logos, il didatticismo – e qui, «per fare del didatticismo [...] non c’è bisogno di salire in cattedra, di girare lo zucchero nel bicchiere d’acqua, e dire: Vi mostrerò in primo luogo che..., in secondo luogo che...», basta che si dica: «Ho sete» (p. 90). Nessuno dice che l’Iliade sia una predica, va bene persino dire che non lo può essere (cfr. p. 89), ma poiché vi si dice (nell’Iliade) «ho sete», o qualcosa di simile, poiché vi si dice qualcosa, poiché vi si utilizzano dei «segni intellettuali» (p. 165) o i «termini comuni» (p. 166), non si condanna con ciò la poesia all’inconsistenza di una vibrazione? (È l’abate, proprio lui, a parlare di «vibrazioni poetiche»). Animus e Anima: e cioè Paul Claudel. Vanno intesi esattamente così i termini di Bremond – nel senso di Claudel. «Anima si rassicura, guarda, ascolta, si crede sola, e, senza far rumore, apre la porta al suo amante divino»; Animus la spia (p. 118). Ecco il misticismo della poesia, la sua parentela con l’esperienza mistica. Anche: Anima (proseguiamo con la retorica delle maiuscole) è l’ecceità liberatrice, il «grande vuoto» «del mio essere reale» (p. 125), la volontà che, per dirla con Francesco de Ossuna (che cito di prima mano), «gusta» le cose «che l’intelletto conosce di Dio», poiché non possiamo negare che nell’anima vi sono «due potenze»: «all’una appartiene il sapere, e all’altra il sapore del medesimo sapere» (F. de Ossuna, Il grazioso convito delle grazie del SS. Sacramento del altare, Venezia, 1599, p. 385). Non lo ignorava Simone Weil che indica fra gli «elementi di una poesia» «il sapore delle parole»; auspica cioè che ogni parola abbia «un sapore massimo. Il che implica un accordo tra il senso che le è dato e tuti gli altri suoi sensi, un accordo o un’opposizione con il suono delle sillabe, accordi o opposizioni con le parole che la precedono o la seguono» (S. Weil, Venezia salva, Milano, Adelphi, 1987, p. 29). Infine: «animus, l’io di superficie; anima, l’io profondo» (Bremond, p. 118) – e il riferimento è a Wordsworth. Dunque dovremmo concludere che è l’io profondo, questa ecceità, a gustare il sapore (che è conoscenza poetica). Nel vaso non un occhio ma una lingua. Ma a che ci serve il vaso? A niente, perché, caro abate, il vaso è la lingua! Quanto alla lingua: la lingua è inattingibile alle considerazioni anatomiche (come il canto per Rousseau!): è tutta nelle sue ‘risposte’ consonanti, dissonanti, è syn-phonia.