sabato 28 dicembre 2013

Musica letterateggiante: Debussy, Nietzsche, Wagner

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b7200499w.r=debussy.langFR
La plus que lente di Debussy – una valse, che contribuisce (ironicamente) al genere del café-concert, piena di languore, di morbidezza (con morbidezza è l’indicazione dell’autore) e di... di romanticismo. Di romanticismo? Mi sovviene che Albert Roussel (il musicista) definiva Debussy un «romantico nel peggior senso della parola».[1] Bisogna intendersi però sulla parola...
D’altra parte Debussy, si dice, supera la scuola romantica – Debussy è impressionista; Debussy dà origine a un nuovo pianismo; Debussy è attratto dal simbolismo ecc. Debussy, infine, è indifferente alla politica e alle questioni sociali del suo tempo: «Non gli piacevano la giornata lavorativa di otto ore né altre riforme di carattere sociale. L’aumento dei salari – tranne, beninteso, che per ciò che lo riguardava personalmente – non gli era molto gradito» (così Satie nel suo necrologio l’indomani della morte del collega).[2] Perciò reazionario, al più, ma non romantico.
E tuttavia bisogna intendersi sul significato della parola. E se questo vocabolo indicasse la letterarietà? In questo caso non avrebbe già di per sé l’aggettivo o il sostantivo ‘romantico’ un significato deteriore? La si può attribuire questa letterarietà a Claude Debussy? Debbo rinviare la risposta.
In una lettera indirizzata a Georg Brandes, il 27 marzo 1888, Nietzsche scrive che il romanticismo tedesco ha raggiunto la sua méta solo come musica: «Il Suo Romanticismo tedesco mi ha fatto riflettere su come tutto questo movimento abbia raggiunto davvero il suo scopo solo nella musica (Schumann, Mendelsohn, Weber, Wagner, Brahms): come letteratura è rimasta una grande promessa [ein großes Versprechen]».[3] Lo diceva a uno, Brandes, che aveva riconosciuto nell’unendliches Sehnen, nella nostalgia infinita, e non nello Streben nach dem Unendlichen, l’aspirazione all’infinito (schlegeliano), insomma in una declinazione di quest’ultimo, l’Urmotiv del romanticismo tedesco e la fonte comune di poesia e musica.
Eppure – o forse proprio interpretando quell’Urmotiv – nell’aforisma 370 della Gaia scienza, quello intitolato significativamente – baudelairianamente – ‘Che cos’è il romanticismo?’, Nietzsche scrive che il romanticismo, nel suo sostanziale pessimismo, è il frutto della vita che decade e s’impoverisce, della decadenza e, infine, del cristianesimo. [4] Non diversamente nella Romantische Schule, quel romantico défroqué che risponde al nome di Heinrich Heine affermava che il romanticismo non è che «il risveglio della poesia medievale [...] nata dal cristianesimo»[5] e, ancora, «un fiore spettrale», mera «voluttà del dolore», la reviviscenza del «cattolicesimo romano», dello «spiritualismo giudaico»[6] (ma non l’aveva già detto Jean Paul che i bambini romantici sono figli del cristianesimo?), infine, la «deliberata ricerca di un tono infantile».[7] Questa convergenza di vedute va tenuta presente e spiega le accuse mosse da Nietzsche al Wagner ‘convertito’ e al suo corruttore, l’abate Liszt (non aveva Heine rovesciato, in soprappiù, lo happy end del Tannhäuser wagneriano dandone una versione pagana e vitalistica nella Göttin Diana?).
Le dichiarazioni nietzscheane indirizzate a Brandes potrebbero essere interpretate diversamente? Bortolotto vi scorge senza meno un Nietzsche bendisposto nei confronti di Schubert (non significherà nulla, ma osservo che Schubert non è citato nella lettera): «Nietzsche aveva saputo leggere Schubert: e la demonicità, o ironia, il negativo insomma che quell’arte aveva assunto a inesauribile tema gli si era svelata».[8] Non c’è qui odore di incenso ma una immacolata ammissione del bizzarro disordine.
Però la deutsche Musik, leggo in una lettera indirizzata a Heinrich Köselitz il 10 novembre 1887 da Nizza, è un hybriden Begriff, un concetto ibrido: una derivazione di quella opposizione tra musica italiana e musica francese che aveva animato un secolo e più di querelles (e qui ricompare Rousseau!).[9] E in un frammento del maggio-luglio 1885: «Come musicisti, i Tedeschi sono stati ad ascoltare ora la Francia, ora l’Italia: un proprio gusto tedesco in musica, anche oggi, non esiste ancora. Mi sembra che con Wagner il gusto francese abbia preso ancora una volta il sopravvento sul gusto italianeggiante, cioè su Mozart, Haydn, Rossini, Bellini, Mendelssohn; ma è il gusto della Francia del 1830: la letteratura divenuta padrona della musica come pittura; ‘musica programmatica’, il ‘sujet’ in testa! [‘Programm-Musik’, das‚ sujet’ voran!]».[10] E insomma: «Il romanticismo francese e Richard Wagner si implicano reciprocamente nella maniera più stretta».[11] Id est: Wagner è letterario.[12]
Debussy – veniamo a Debussy – aveva parodiato l’incipit del Tristan nel Golliwogg’s cake walk (sesto del Children’s corner). Nell’ironia di quella citazione – e di quella indicazione espressiva: avec une grande émotion – ci sta forse uno sguardo benevolo sul passato (dovrei citare ancora Thomas Mann) da parte di uno che si era definito per l’addietro «wagneriano fino al punto da dimenticare i più elementari principî della buona creanza»:[13] wagneriano pentito, dunque! Ma niente di più: quando scrive: «Je sais bien que l’Art Religion était une des idées favorite de Wagner, et qu’il avait raison, cette formule étant l’unique, pour aliéner et retenir l’imagination du public [So bene che l’Arte-Religione era una delle idee preferite di Wagner, e so che aveva ragione, dato che questa formula era la migliore per alienare e trattenere l’immaginazione del pubblico]»[14] – quando scrive così, Debussy-Croche è beffardo. La musica di Wagner è infatti «l’ultimo salotto dove si faccia conversazione»;[15] le esecuzioni delle sue opere sono infelicemente aristocratiche e Wagner sapeva bene che la gloria viene solo dalla folla (dal popolo). L’aristocrazia è l’unica a potersi permettere un accostamento ai misteri wagneriani, i costosi pellegrinaggi ecc., ciò nondimeno è l’ultima in grado forse di comprendere Wagner: questione di etichetta. (Nietzsche è dello stesso parere e in una pagina del Nietzsche contra Wagner scrive: «Chi meno del giovane Kaiser, per esempio, sarebbe in grado di comprendere qualcosa di Wagner?»).[16] Beethoven invece – e il contraddittorio con Wagner e con Liszt prosegue – «non era letterario»; nella Nona sinfonia si deve vedere solo «un gesto più smisurato di orgoglio musicale» e gli ipertrofici appunti sul finale stanno lì a dimostrare la «speculazione puramente musicale», mentre i versi di Schiller «hanno qui solo un valore sonoro».[17]
Wagner, in Opera e dramma, aveva al contrario proclamato che Beethoven, con la Nona, fracassava i limiti della «musica assoluta» raggiungendo, da ultimo e felicemente, la parola. Si era poi corretto: «Le voci del canto vi sono trattate esattamente come strumenti umani [menschliche Instrumente]».[18] Il riferimento era invero alla Missa solemnis ma, notava maliziosamente Nietzsche, si attagliava perfettamente a quella Nona che una «orribile superstizione estetica [ungeheuerlichen aesthetischen Aberglauben]»[19] – superstizione tutta wagneriana, va da sé – interpretava appunto come premessa del Gesamtkunstwerk. Il dissidio con Wagner era, in queste pagine che sarebbero dovute comparire nella Geburt, di già aperto.
Che Wagner si fosse ‘corretto’ poco importa; egli resta (vorrei dire) un artista ibrido. E la letteratura, la rivoluzione e poi lo schopenhauerismo sono gli ingredienti della sua arte. Ma ciò significherebbe, seguendo Nietzsche, che se il romanticismo, tedesco e non solo, ha raggiunto la sua mèta, la sua mèta era poca cosa: era gesuitismo ipocrita, cattolicesimo romano, o forse (il che è solo in parte la stessa cosa) il nichilismo rinunciatario, nichilismo passivo.
Vero è che sia Nietzsche sia Debussy dovevano arrendersi alla sua musica. Debussy: «Quanto precede riguarda solo il poeta che di solito si ammira in Wagner, né può in alcun modo intaccare la parte decorativa di Parsifal, che è ovunque di una suprema bellezza. Vi si ascoltano sonorità orchestrali uniche e impreviste, nobili e forti».[20] E Nietzsche, ascoltando per la prima volta il preludio del Parsifal, scrive a Köselitz da Nizza il 21 gennaio 1887: «Ho sentito per la prima volta il preludio al Parsifal. Quando La rivedrò, Le dirò esattamente che cosa ho capito in quella occasione. Tralasciando tutte le domande non pertinenti (a che cosa può servire o dovrebbe servire questa musica?) ma affrontando la questione da un punto di vista puramente estetico, Wagner ha mai composto qualcosa di più bello? La più alta consapevolezza e precisione psicologica in rapporto a quello che qui deve essere detto, espresso, comunicato, la forma più breve e diretta a questo scopo, ogni sfumatura del sentimento che finisce per assumere un carattere epigrammatico; una chiarezza della musica come arte descrittiva, che fa pensare a uno scudo con un mirabile lavoro di cesello; e infine un sentimento sublime, straordinario» ecc. E poco più avanti: «Cose simili si trovano in Dante, e da nessun’altra parte».[21]
Infine di riferimenti extramusicali la musica di Debussy abbonda. (E che dire della Manfred-Meditation e degli Echi di una notte di S. Silvestro del Nietzsche musicista?). Vero è che egli li contesta spesso con i suoi procedimenti, con le sue anomalie ecc.; ma non basta questa contestazione o disintegrazione delle connotazioni semantiche a collocare questa musica al di fuori delle estetiche della musica a programma (o descrittiva), almeno lato sensu.
L’ironia di La plus que lente è immaginabile senza Toulouse-Lautrec, senza Verlaine, senza il teatro d’ombre, senza un salotto dove si faccia conversazione, senza la letteratura?
Note
[1] Storia della musica. La musica moderna, 1890-1960, a cura di Martin Cooper, Milano, Feltrinelli, 1974 e 1987, p. 29.
[2] Cit. in F. Lesure, Debussy. Gli anni del simbolismo, Torino, Edt, 1994, p. 214.
[3] F. Nietzsche, Epistolario 1885-1889, Milano, Adelphi, 2011, p. 588.
[4] Cfr. F. Nietzsche, La gaia scienza, Milano, Adelphi, 1965 e 1977, p. 305. Per un commento all’aforisma nietzscheano mi permetto di rimandare al mio Liszt, Tricase, Youcanprint, 2011, pp. 95 e ss. Cfr. anche E. Severino, Il parricidio mancato, Milano, Adelphi, 1985, pp. 13 e ss. e G. Agamben, L’uomo senza contenuto, Macerata, Quodlibet, 1994, cit., pp. 129 e ss.
[5] H. Heine, La scuola romantica, in Id., La Germania, Bari, Laterza, 1972, p. 11.
[6] Ivi, p. 12.
[7] Ivi, p. 28.
[8] M. Bortolotto, Introduzione al Lied romantico, Milano, Adelphi, 1984, p. 74.
[9] Cfr. F. Nietzsche, Epistolario 1885-1889, cit., p. 496.
[10] F. Nietzsche, Frammenti postumi 1884-1885, Milano, Adelphi, 1975, 35, [64], p. 215.
[11] F. Nietzsche, Nietzsche contra Wagner, Milano, Adelphi, 1979, p. 225. Si tenga presente anche il seguente passaggio tratto da Al di là del bene e del male (Milano, Adelphi, 1977, p. 172): «Resta fermo il fatto che il tardo romanticismo francese degli anni Quaranta e Richard Wagner sono quanto mai strettamente e intimamente connessi fra loro».
[12] Poteri dire letterateggiante. C. Baudelaire nel Salon del 1859, in Id., Opere, Mondadori, 1996, p. 1230, diceva littératisant e intendeva esattamente la stessa cosa: l’idea di un artista impegnato «nel tentativo di catturare l’immaginazione con strumenti reperibili agli estremi confini, se non addirittura al di fuori della sua arte». Il concetto è espresso da Nietzsche anche più chiaramente: questi romantici, Wagner compreso, afferma in Al di là del bene e del male (cit., p. 172), sono «dominati fin nella vista e nell’udito tutti quanti dalla letteratura».
[13] C. Debussy, Il signor Croche antidilettante, Milano, Adelphi, 2003, p. 31.
[14] Ivi, p. 89.
[15] Ivi, p. 88.
[16] F. Nietzsche, Nietzsche contra Wagner, cit., p. 224.
[17] C. Debussy, Il signor Croche antidilettante, cit., p. 33.
[18] R. Wagner, Beethoven, in Id., Ricordi, battaglie, visioni, cit., p. 269.
[19] F. Nietzsche, Frammenti postumi, inverno 1870-1871 - primavera 1872, Milano, Adelphi, 1989, vol. II, 12[1].
[20] C. Debussy, Il signor Croche antidilettante, cit., pp. 91-92.
[21] F. Nietzsche, Epistolario 1885-1889, cit., pp. 312-313.