lunedì 9 dicembre 2013

Sabrosura della lettura

Sabrosura della lettura. Un libro – un racconto – è un incontro, un incontro riuscito, mancato. Ed è un alimento. Non ti ci tuffi in un libro, te ne nutri (per imbibitio): «Il latte della saggezza mi penetra dentro, entra dentro di me, nella mia bocca, e mi scorre sulla lingua giù fino alla pancia».[1]
Il libro (la sua sapienza) è digesto o indigesto – sempre distribuito... Si crede di cogliere quel che si vuole o di cui si necessita nel libro: il libro è una scatola di attrezzi (une boîte à outils) diceva Foucault.[2] Ma il libro ti nutre tuo malgrado (futurità del libro?).
Proprio perché il libro è un alimento, la lettura tollera un certo onnivorismo. È anche una questione estetica (lato sensu) come pensava Jankélévitch (lo diceva della musica): «non si possono professare [...] dogmi contradditori [ma] si può godere di qualità dissimili e di generi di bellezza inconciliabili».[3]

Note
[1] J. Hillman, Puer aeternus, Milano, Adelphi, 1999, p. 132-133. L’idea (arcaica, eminente, felice) discende dalla lettura ad alta voce o comunque borbottante degli antichi e dei medievali. Da una lettura, dunque, che implica oltre a un’attività oculare anche tutta un’attività motoria della lingua, del palato, un tendere l’udito e più in generale una partecipazione corporale. Sul punto si veda I. Illich, Nella vigna del testo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1994. In particolare ci pare interessante il seguente passaggio (pp. 51-52): «Per il lettore del mondo monastico […] il leggere è un’attività assai meno fantasmagorica e molto più carnale: egli comprende le righe seguendone il tempo, le ricorda ritrovandone il ritmo e le pensa come cose che si mettono in bocca e si masticano. Non c’è da stupirsi che, in varie fonti, i monasteri dei tempi precedenti all’università ci sembrino dimore di gente che non fa che borbottare e sgranocchiare». Si veda anche M. Mcluhan, La galassia Gutenberg, Roma, Armando, 1976.
[2] Tuttavia il libro non è un ‘utensile’ (outil) né per Sarte (Che cos’è la letteratura, Milano, il Saggiatore, 2004, p. 38) né per Levinas (L’au-delà du verset. Lectures et discours talmudiques, Paris, Minuit, 1982, p. 10).
[3] V. Jankélévitch, La musica e l’ineffabile, Milano, Bompiani, 1998, p. 19.