giovedì 16 gennaio 2014

Cento sono i pezzi del carro

Prima che la filosofia tramutasse i pensatori in flâneurs, i poeti cantavano l’arte della guerra o la vita nei campi. Fra gli uni e gli altri, Eraclito, l’enigmatico Eraclito, non potendo sferzare i flâneurs, di cui non sapeva nulla, sferzò i poeti: Omero merita di essere bastonato, Esiodo non distingue il giorno dalla notte. Dico tutto questo a mo’ di introduzione e senza troppa solennità. Il valore documentario dell’opera di Esiodo (e questo è l’argomento che intendevo introdurre) mi ha sempre commosso. Certo, ci fa vedere i mostri di un Occidente favoloso, ma, accanto a questi, ci rivela la quotidianità e la concretezza. Addita la caducità. Non credo di dovere giustificare questo mio interesse. Ho celiato sui filosofi peripatetici, sugli ‘intellettuali’ in cattedra; ho detto: braccia rubate all’agricoltura. Pensavo a Esiodo. 

 Gustave Moreau, Esiodo e una Musa (1891)
Perché per Esiodo è proprio così: «Gli dèi e gli uomini odiano chi trascorre indolente la vita, simile d’ingegno a fuchi privi di pungiglione, che, inerti, la fatica delle api rovinano» (303-305).[1] Più avanti (311): «Lavoro non è ignominia, è invece ignominia l’inerzia». E il lavoro, improbo, è quello del georgos autourgos, del contadino che coltiva il proprio podere. Crudeltà dell’età del ferro...
Ma proseguo: «Nudo semina, nudo ara e nudo mieti, se per tempo desideri compiere di Demetra tutti i lavori, affinché ogni cosa ti cresca a suo tempo, perché poi tu non debba, indigente, in casa altrui mendicare, senza nulla ottenere» (391-395). Le opere e i giorni sono «un almanacco di fatiche improbe» (Polanyi). L’agricoltura richiede tutta una sapienza tecnica e vaticinante. Bisogna cogliere il momento propizio (καιρός, kairos). Bisogna saper scegliere il legno dell’aratro tra il leccio, il lauro e l’olmo; cento sono i pezzi di un carro che occorre procurarsi (456); la gru arreca il segnale dell’aratura (448); le foglie sulla cima del fico annunciano la navigabilità del mare a primavera (680 e ss.). 
Ancora un paio passaggi: «Evita i ghiacci che sulla terra molesti si levano al soffio di Borea, che dalla Tracia di cavalli nutrice sul vasto mare soffiando si abbatte, e mugghian la terra e la selva e molte querce dalle alte chiome e larghi abeti schianta nelle gole montuose, sulla terra feconda piombando, ed allora l’immensa foresta rimbomba; inorridiscon le fiere, e sotto il ventre nascondono le code anche quelle il cui corpo è di vello ricoperto» (505-513). Alle prese con un clima immune da fattori antropici gli uomini somigliano a vecchi «la cui schiena è spezzata e il capo a terra rivolto» (534): «Allora indossa a presidio del corpo, com’io ti consiglio, un soffice mantello e un chitone frangiato – su un tenue ordito tessi una fitta trama – ed avvolgitelo intorno, affinché non ti tremino i peli né si arriccino, levandosi ritti sul corpo. Allàcciati ai piedi dei comodi calzari di un bue abbattuto di forza, dopo averli imbottiti all’interno di feltro. Quando giunga la stagione invernale, di capretti primogeniti le pelli connetti con nervo di bue, per gettartele sulla schiena a riparo della pioggia. Poni sul capo un ben lavorato berretto di feltro, ché non ti si bagnin le orecchie» (536-546). 
Esponendosi alle intemperie, ai fenomeni celesti, l’agricoltore, mette a rischio la propria sostanza, la propria vita. Crudeltà dell'età dl ferro ho detto.  E di fronte alla crudeltà dell’età del ferro lo scoramento del sapiente incapace di risolvere un indovinello – come, d’altra parte, l’entusiasmo degli intelletti per le cose dell’intelletto – appare puerile; assai risibile «l’esito tragico». 


Note

[1]  Cfr. Esiodo, Le opere e i giorni, 615-616, a cura di Virgilio Costa, Pordenone, Studio Tesi, 1994. Da questa edizione traggo le citazioni.
[2] G. Colli, Nascita della filosofia, Milano, Adelphi, 1975, p. 62.