martedì 28 gennaio 2014

Ciò che il ferro recide il sole non lo rivede

«Ciò che il ferro recide il sole non lo rivede»…[1] 
Rudyard Kipling guarda all’età del ferro da un’e­poca storica, la nostra, che, in quanto storica, ha cono­sciuto e riconosciuto la lunga schiavitù del ferro. I pro­tagonisti del suo libro – mi riferisco a Rewards and fai­ries[2] –, confessa l’autore in una lettera, sono «tutti servi dell’anello di ferro» e ciò a dire della storia e dell’im­perio (come rileva il curatore Ottavio Fatica). E questo è chiaro sin dall’inizio, sin dal momento in cui il giovane sottratto alla schiavitù degli uomini e cresciuto con le fate delle colline inciampa in un oggetto metallico rotondo e senza fine, un anello di ferro appunto, sim­bolo di perfetta schiavitù. Sotto, nota Fatica, scorrono «i presagi di un rinnovato avvento, come la leggenda del ritorno di Artù, o dell’età dell’oro, velati di dolenti risonanze cristiche».

Note

[1] S. Weil, Venezia salva, Milano Adelphi, 1987, p. 71.
[2] R. Kipling, Il ritorno di Puck, Milano, Adelphi, 2004.