mercoledì 22 gennaio 2014

Età del ferro ed età dell'oro (ancora su Esiodo)

Esiodo guardava all’età dell’oro (l’età di Saturno) dall’età del ferro. E mentre vagheggiava l’abbondanza della prima – «... ogni bene era in loro possesso, e spontaneamente la terra feconda copioso e facile frutto recava» (Le opere e i giorni, Pordenone, Studio Tesi, 1994, 116-118) – scopriva tutta la poesia della seconda nei rigori dell’inverno e nell’afa dell’estate: poesia della foresta diaccia e della fanciulla fragrante di olî celata nell’angolo più remoto della casa (505 e ss.); poesia del cardo fiorito e della cicala frinente, della focaccia d’orzo accompagnata dal latte di capra (582 e ss.); poesia del legno, dell’aratro e dei chiodi; poesia del momento propizio, del καιρός... Proprio la crudeltà dell’età del ferro richiede un lirismo dirozzante l’almanacco delle improbe fatiche giornaliere. Un’età dell’oro non può essere cantata alla stessa maniera.
Un’età dell’oro farà parte del mito cosmogonico; sarà stilizzazione anodina, un inalterato pannello intarsiato: «Vivevano come dèi, con l’animo immune da affanni, bel lungi da pene e miseria; né la vecchiaia sventurata gravava, ma sempre integri nei piedi e nelle mani nei banchetti prendevano piacere da ogni male al riparo; e morivano come vinti dal sonno, e spontaneamente la terra feconda copioso e facile frutto recava» (112 e ss.). 
Ma la staticità della rappresentazione è il punto di partenza della fuga nell’opposto: l’età del ferro ne scaturisce enatiodromicamente e però (ovviamente) la contiene: «Così per il peso le spighe ti si piegheranno al suolo, se l’Olimpo stesso, in seguito, concederà loro una piena maturazione; e dai vasi toglierai le ragnatele; e spero che tu gioirai nell’attingere da mezzi di vita che ti stiano in casa. Vivendo nell’abbondanza perverrai alla fulgida primavera, né guarderai agli altri; sarà invece un altro uomo che di te avrà bisogno» (473-478). L’età aurea può essere (ri)acquisita con il lavoro del georgos autourgos, con la buona ἔρις fra i piccoli proprietari dei poderi, e con la poesia vera, quella che Esiodo si attribuisce, la poesia istruttiva e probante: «Io invece a Perse [il fratello] voglio mostrar cose vere» (10)...