sabato 11 gennaio 2014

I pidocchi di Omero e la sfida tracotante di Eraclito

L’indovinello dei pidocchi proposto da certi pescatori a Omero che non seppe risolverlo e che per questo si lasciò morire esprimerebbe a giudizio di Colli «il nesso tra sapienza ed enigma».[1]
L’episodio è noto. Lo riporta Eraclito, fornendone una ‘lettura’ (fr. 56): «Nella conoscenza delle cose che appaiono, gli uomini si lasciano ingannare così come ca­pitò a Omero, che pure fu il più sapiente di tutti i Greci. Dei ragazzi che uccidevano pidocchi lo ingannarono in­fatti dicendogli: ‘quello che abbiamo visto e preso, lo la­sciamo; quello che invece non abbiamo né visto né preso, lo portiamo con noi’». Ecco il punto: «l’enigma, quando entra nell’ago­nismo della sapienza, deve assu­mere una forma contraddittoria». Questo il nesso di cui sopra.
Ma l’aneddoto ha una sua peculiare beffarda para­dossalità. Da un lato abbiamo il sapiente, l’onnisciente imbeccato dalle Muse, alla sua maniera psicopompo di­schiudente la regione del μεταξύ (metaxy), dell’in­terme­dio tra l’umano e il divino, tra l’ignoranza degli uomini e il racconto assoluto, oculare, della Musa, il veggente cieco, e perciò stesso supervedente; dall’altro, gli insi­pienti, nescienti, ciechi e muti uomini a due teste (δικρανοι) parmenidei – a due teste perché indecisi tra essere e non-essere – umili pescatori... E i secondi gab­bano il primo.
Eraclito ne fornisce – abbiamo detto – una ‘lettura’. Anzi, qualcosa di più: «accetta lui stesso il terreno dell’enigma come agonismo [potenzialmente mortale], e lancia con le sue parole una nuova sfida alla capacità di comprendere degli uomini» (pp. 63-64). 
Chiaramente non è solo una questione di pidocchi... Adriana Cavarero suggerisce che questa antica leg­genda abbia una sua «verità storica» – col che intende dire che bisogna decostruirla per rinvenirvi ciò che real­mente dice senza dirlo, ciò che tradisce. E ciò che tradisce è un passaggio storico-epocale: il passaggio dall’oralità alla scrittura. Scrive Adriana Cavarero: «Il registro se­mantico della parola, privilegiato dall’enigma, è costitu­tiva­mente estraneo al grande poeta greco. Egli è un esperto del registro vocalico, un campione della parola sonora, un flautista senza aulos».[2]
«Quello che abbiamo visto e preso, lo lasciamo; quello che invece non abbiamo né visto né preso, lo por­tiamo con noi». C’è un enigma nell’enigma; non si tratta solo di pidocchi. Eraclito ci lancia una sfida mor­tale; ci sfida a detronizzarlo... Ora, seguendo, più mode­stamente, le sue intenzioni, Colli ci offre la sua interpre­tazione del frammento.[3] A essere lasciate sono né più né meno che le cose che appaiono – le impressioni sensibili, cangianti. Do­mandiamo: le parole proferite? la voce che canta (aode)? Quel che si trattiene e si nasconde è invece l’anima come αρχή (arché) (il sapere silenzioso dell’ani­ma? il λόγος ridotto al silenzio? la scrittura consegnata ad Artemis?)…


Note

[1] G. Colli, Nascita della filosofia, Milano, Adelphi, 1975, p. 62.
[2] A. Cavarero, A più voci. Filosofia dell’espres­sione vocale, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 91.
[3] Cfr. G. Colli, Nascita della filosofia, cit., pp. 65-66.