martedì 14 gennaio 2014

Il pugilatore, il contadino e il flâneur

Eraclito dopo aver dirozzato i suoi universali li consegnò eccezionalmente alla scrittura.
Eccezionalmente? Eccezionalmente dal momento che la scrittura sarebbe «la grande menzogna» (p. 197).[1] Non per Eraclito ma per Colli...
Eraclito avrebbe parlato se gli Efesii gli avessero dato retta. Sarebbe principiata allora quell'opera necessariamente «collettiva» (p. 177) di affinamento, di messa a punto del λόγος (logos) che è avvenuta più tardi. La parola del λόγος, infatti, «dev’essere vivente, pronunciata, modulata, scagliata contro le parole degli uomini [...] Lo scalpello dell’agonismo è lo strumento della politura razionale» (p. 185, cfr. anche p. 165). «In Grecia il sapiente è un pugilatore». [2] 
Eraclito avrebbe parlato se lo avessero lasciato parlare. S’era forgiato gli strumenti (gli universali) e li utilizzò come poté. Avrebbe accettato e rilanciato la sfida – l’agonismo che produce la razionalità. Avrebbe bastonato Omero: «Omero merita di essere espulso dagli agoni e di essere frustato» (fr. 42).
L’agone poetico tra Omero ed Esiodo è (dunque) una schermaglia puerile; è l’opposizione essoterica dell’ἀρετή ari­stocratica all’ἀρετή contadina. E nemmeno il conta­dino Esiodo sa «che mai siano il giorno e la notte» (fr. 57) – dunque non è messo meglio di Omero…
D’altra parte l’aurora della dialettica forse intravista da Eraclito diviene ben presto il tramonto della dialettica con Platone, più ‘democratico’ di quanto non sarebbe stato disposto ad ammettere, artista e commediante. [3] Dall’ἀρετή aristocratica o contadina dei tempi arcaici di Omero e di Esiodo alla politiké areté filosofica; dalla guerra e dal lavoro nei campi alle passeggiate nell’Acca­demia e nel Liceo di filosofi non a caso peripatetici (flâneurs ante litteram) alle cattedre dei professo­rucoli... Braccia rubate all’agricol­tura…

Note

[1] G. Colli, Filosofia dell’espres­sione, Milano, Adelphi, 1969, p. 177.
[2] G. Colli, Dopo Nietzsche, Milano, Adelphi, 1974, p. 19. 
[3] L’idea platonica come «fantasma arti­stico» per dirla con Giorgio Colli (Filosofia dell’espres­sione, cit., p. 211). «La filosofia na­sce da mancanza di talento» o da «ambizioni politiche frustrate». Da qui il Platone letterato, il Platone commediante. Insomma Platone sarebbe come il Wagner di Nietzsche: un dilettante. È anche, ovviamente, il giudizio di Nietzsche (Crepuscolo degli idoli, Milano, Adelphi, 1970 e 1983, p. 131) su Platone: «In rapporto a Platone sono uno scettico radicale e sono sempre stato incapace di concordare nell’ammirazione di Platone artista […] Platone, a quel che mi sembra, sconvolge tutte le forme dello stile […] Perché il dialogo platonico, questa specie di dialettica spaventosamente compiaciuta e puerile, possa avere un effetto stimolante, non si dovrebbe aver letto mai dei buoni francesi […] Platone è noioso».