martedì 7 gennaio 2014

Musica letterateggiante: Liszt e Berlioz

Questo articolo è la rielaborazione di un capitolo del mio libro su Liszt (Cfr. Lorenzo Leone, Liszt, Tricase 2011). In questa forma ha trovato collococazione nel primo numero dei miei quaderni (cfr. Quaderni appiadiani I, Musikgeist e redenzione..., Tricase 2014).

Brillantissimo cronista, Heinrich Heine ci consegna la seguente iro­nica e sorridente descrizione della Francia musicale degli anni trenta dell’Ottocen­to.[1] 
Nessuno su cui valga la pena spendere una parola, eccettuato Giacomo Meyerbeer, all’Aca­démie royale de musique; il grand Opéra prospero, ma unicamente per gli incassi, giacché offre soltanto spettacolari pezzi da parata, paradiso per la gente dalle orecchie dure. Nel deserto, qualcosa per l’amateur alle dimanches du Conservatoire, qualche serata particolare in rue Bondy. Ma la cronaca di Heine non si fa sfuggire i concerti di quei due fenomeni rimarchevoli, non i più belli, e nemmanco i più gradevoli (dice lui), del mondo musicale parigino: Berlioz e Liszt.
Del primo (sempre farina del suo sacco), che ha dato prova di saper fare dello straordinario, si può dire che si fa guidare dal fantastico, unito alla sentimentalità, più che al sentimento: l’ana­lo­gia è con Callot, Gozzi e Hoffmann. Un primo ascolto della Fantastique al Conservatorio lascia il segno. Il bizzarro morceau nocturne, farsa in cui le vipere nascoste nei cuori si rizzano gioiosamente sibilanti, evoca tutta una serie di immagini nere e diabolesche, illuminate, talvolta, dal bianco abito (o, per un lampo d’ironia, giallo di zolfo) di una donna. Il potin di contorno non manca: un vicino di palco si premura d’indicare e l’eroe e la dama dall’a­bito bianco. Il primo nella figura comunicativa di un timpanista, Berlioz medesimo, dalla capigliatura immensa e antidiluviana; la seconda nella grossa inglese seduta in prima fila, Miss Smithson, celebre attrice del Covent Garden. Il timpanista, prosegue il ricordo, tiene gli occhi fissi su di lei, percuote i suoi timpani come un pazzo furioso. Sei anni più tardi, registra la cronaca, Miss Smithson coniugata Berlioz in prima fila, rullate di timpano del compositore, che s’è fatto tagliare i capelli e manca del furore di un tempo.
Dell’ungherese Heine nota, anzitutto, le affinità, manco a dirlo elettive, con il francese. Segno, mi permetto di cavillare, meno di una dichiarata convergenza di vedute fra i compositori, che di un ruolo consimile svolto nel mondo musicale parigino di quegli anni. Mario Bortolotto, a questo proposito molto giustamente, parla di una «presenza energetica» dei due.[2] Di Liszt, allora ventiseienne, Heine non sente il bisogno di richiamare alla memoria dei lettori il talento e la fama europea; sono piuttosto le sue tendenze d’esprit e il ritratto psicologico del personaggio a calamitare il suo interesse. «È un uomo», scrive, «dal carattere bisbetico ma nobile, per nulla egoista né falso»;[3] nell’intel­lettuale scor­ge, senza meno, grandi attitudini alla speculazione e interessi che esulano dalla musica, una spiccata propensione per l’uma­nita­rismo, un ficcanasare in tutte le pentole «dove il buon Dio cucina l’avvenire». Non manca, il critico puntuale, di rammentare l’attra­zione del giovane musicista per la dottrina sansimoniana, per Bellanche e, nei tempi recenti, per il pensiero repubblicano e cattolico dell’aba­te Lamennais (quello che «ha inalberato il cappuccio giacobino sulla croce»).[4] Su tutto spicca la devozione, che non pare avere stagioni. Tutto ciò doveva provocare, da parte del Nostro, qualcosa di più di un velato rimprovero.[5]
Romanticismo mal du siècle... Attorno al 1830, tutta la jeunesse di Francia si ammala di questo romanticismo fatto di dégoût, di ennui per il reale, di fuga nel rêve; e s’ammala della disillusione che sempre ne consegue: i sogni svaniscono, la libertà ha il suo doppio nel libertinage; non resta che la souffrance, il dégoût (questa volta) della vita. Patografia di una generazione...
Flaubert si chiedeva (ne era anzi convinto e cercò di dimostrarlo) se il ‘sentimentalismo’ non andasse di pari passo con la ‘politica’ e ne riproducesse le fasi. La politica, infatti, è l’altra faccia – una declinazione della libertà agognata in campo sentimentale – di questo romanticismo apparentemente centrato sulla ‘confessione’ dei sentimenti individuali. (E piena è la letteratura di quei decenni di confessions: Lamartine docet, ma ‘confessioni’ sono parimenti quelle di Musset, di Hugo, della Sand…). E Heine confessò di aver interpretato il successo di Liszt in Germania, nel ’44 – la lisztomania, come ebbe a definirla –, «come la prova dello stato di schiavitù politica in cui si vive al di là del Reno».[6]
Il pasticcio, la contraddizione di quelle coppie antitetiche: sogno-realtà, libertà-libertinaggio, confessione privata-passione civile, disgusto-en­tusiasmo – il pasticcio, dicevamo, pare indomabile e in parte lo fu. Per lo meno lo fu per Liszt, il quale non disdegnò il clima letterario di quegli anni e sul quale pesava il sentimento di una fede vissuta in maniera tutt’altro che pacificata. Come sospettava Émile Haraszti – che ripeteva le parole di Paul Huet –, il giovane Franz era veramente figlio del suo tempo: come gli altri giovani romantici corse a tutte «les sources de la vie»; seguì «la colonne de feu de l’intel­ligence».[7] Il suo no alla musica ‘civilizzata’,[8] per esempio a Haydn, è un no ai procedimenti della raison; esprime un bisogno di orizzonti più vasti, di orizzonti ‘sentimentali’.
Heine dice che Liszt inquieta, turba, soggioga, suscita spettri. Apparirebbe forse un po’ enfatica l'ammissione se non ne cogliessimo anche tutta la leggera (romantica) ironia. Pure, cattura un secondo aspetto, non meno importante, dopo la jeraticità del gesto, del Liszt musicista – in altre parole dell’interprete e del compositore. Quando Piero Rattalino, riferendosi alle composizioni parigine che «fanno paura», afferma che non ci «impegniamo a farle veramente rivivere»,[9] concede un po’ troppo al gusto classicheggiante e alla correttezza degli interpreti contemporanei. Non vale sforzo alcuno la volontà di far ‘rivivere’ quelle musiche, ché assuefatte a ben altre forme di spettacolo appaiono le orecchie e gli occhi degli spettatori contemporanei. Soprattutto è la cultura a essere mutata. La consistenza di questo tessuto Heine la palesa chiaramente e senza avvedersene. Di quelle pagine lisztiane egli denuncia la smaccata letterarietà, quand’an­che sprovviste di un titolo o di un riferimento; e, allorché ascolta Liszt suonare in occasio­ne di un concerto «a favore dei poveri italiani», trova naturale dire che variò «qualche tema dell’Apo­calisse»,[10] lasciandosi andare a una gustosissima descrizione delle immagini evocate dal pianista. 
Insomma, a sorreggere il tutto, ironia compresa, c’è tutto un clima letterario, con­diviso e dagli artisti e dal pubblico dei bor­ghesi. E parecchi anni più tardi, Wilhelm von Lenz si sarebbe dichiarato convinto del fatto che un libro su Liszt (e su Chopin) avrebbe incluso «necessariamente una visione completa dell’estetica e della let­teratura degli anni trenta e quaranta» (dell’Ot­tocento).[11] Suona allora quasi come una prova a contrariis l’af­fermazione di Valéry per la quale «ogni storia letteraria della fine del XIX secolo che non parlerà di musica sarà una storia inutile; una storia peggio che incompleta: inesatta; peggio che inesatta, inintelligibile]».[12]


Note

[1] Il riferimento è a una lettera pubblicata sulla Revue Musicale all’ini­zio del 1838 indirizzata a Gustave Lewald. In H. Heine, Divagazioni musicali, Torino, Bocca, 1928.
[2] M. Bortolotto, Dopo una battaglia, origini francesi del novecento musicale, Milano, Adelphi, 1992, p. 21. C. Rosen, La generazione romantica, Milano, Adelphi, 2005, p. 521, afferma che «Liszt e  Berlioz furono alleati naturali» ma, soprattutto, «a livello superficiale», dove «ebbero molto in comune: entrambi sfruttarono un’immagine pubblica di natura satanica e si compiacquero di un gusto gotico per il macabro, con tutti i relativi annessi: sabba di streghe, marce per il patibolo, danze della morte. Entrambi eccellevano sul podio e contribuirono, probabilmente più di qualsiasi altro loro contemporaneo, a delineare la figura moderna del direttore d’orchestra come stella internazionale».
[3] H. Heine, Divagazioni musicali, cit., p. 49.
[4] Ibidem.
[5] La replica, da Venezia, non avrebbe tardato ad arrivare. Liszt (Lettre d’un bachelier ès-musique VII. A M. Heine, in Confessioni di un musicista romantico, a cura di L. Cortese, Milano 1945, p. 117) appare preoccupato, soprattutto, di difendere il giovane intellettuale ‘mal seduto’: «Voi mi accusate di avere un carattere poco equilibrato, ed enumerate, come prova, le numerose cause che ho abbracciato con ardore, le ‘scuderie filosofiche’ dove volta a volta ho scelto il mio dada. Ma non vi sembra che questa accusa, che voi rivolgete a me solo, dovrebbe pesare – per essere giusti – su tutta la nostra generazione? Sono dunque io solo ad essere ‘seduto male’ nel tempo in cui viviamo? O piuttosto, nonostante le nostre belle poltrone gotiche e i nostri cuscini alla Voltaire, non siamo noi tutti abbastanza scomodi fra un passato di cui non vogliamo più sapere e un avvenire che non conosciamo ancora?». Rammentando allo smemorato poeta di aver montato a un dipresso gli stessi dadas, Liszt conclude, in un eccesso di autodifesa, attenuando le responsabilità del musicista (ivi p. 119): «[...] poiché colui che non tiene la penna e non maneggia la spada può abbandonarsi senza troppi rimorsi alle sue curiosità intellettuali».
 [6] H. Heine, Divagazioni musicali, cit., p. 126.
 [7] É. Haraszti, Franz Liszt, A. et J. Picard et Cie, 1967, p. 15. Il 2 settembre 1858 Paul Huet scriveva a Baudelaire: «Verso la fine della restaurazione, la gioventù sembrava uscire da un lungo esaurimento; spinta da un irresistibile slancio di libertà, correva a tutte le fonti della vita, verso il bello e verso il bene. Ci fu come un turbinio luminoso, la colonna di fuoco dell’intelligenza [Il y eut comme un tourbillon lumineux, la colonne de feu de l’intelligence]».
[8] Cfr. C. Butini Boissier, Liszt maestro di piano, Palermo, Sellerio, 1997, p. 54.
[9] P. Rattalino, Liszt o il giardino di Armida, Torino, Edt, 1993, p. 18.
[10] H. Heine, Divagazioni musicali, cit., p. 50.
[11] W. von Lenz, Il pianoforte e i suoi virtuosi, Palermo, Sellerio, 2002, p. 102.
[12] P. Valéry, Pièces sur l’art, Paris, Gallimard, 1962.