mercoledì 22 gennaio 2014

Postilla finale sui pidocchi di Omero

Da un lato la ἔρις (eris) buona di Esiodo, la rivalità che sprona gli uomini a emularsi nel lavoro (21 e ss.), dall’altro la dialettica nata sul terreno dell’agonismo. Si tratta di prendere partito? 
Meglio senza dubbio farsi critici e autocritici tenendo fermo il paradosso della nostra verità e del nostro errore (come direbbe Carlo Sini); evitare di restare accecati dalla fiamma che accendiamo accrescendo l’oscurità attorno a noi (per dirla con Hillman).[1]  E tutto ciò non perché nell’abaissement della luce, nella luce crepuscolare, sia possibile (addirittura) allungare la mano verso la scimmia o «il babbuino dell’alba», ripristinare la vista e la memoria di un mondo muto e preverbale, inconscio e collettivo (come pretende Hillman, p. 151), ma per evitare di morire a causa dei pidocchi.

Note

[1] J. Hillman, Puer aeternus, Milano, adelphi, 1999, p. 150.