venerdì 31 gennaio 2014

Sul cinismo ‘politico’ del Tao Tê Ching


Il cinismo ‘politico’ del Tao Tê Ching (Daodejing) pare fatto apposta per rannuvolare la fronte dell’homo occidentalis, e cioè del tipo del giorna­lista-critico, dell’homme moralisé.Non che il Taoismo non avesse un contrappeso nel Confucianesimo, peraltro politicamente più manegge­vole, dunque in una forma di umanismo cinese. Ma non sta qui il punto. Non si può negare che, nelle for­mulazioni della cosiddetta Scuola Legista, le idee taoiste rivestono un tegumento scabro e bellicoso. «È essen­ziale – chiosa J. J. L. Duyvendak nella sua introduzione al testo commentando le dottrine di Han Fei-tzu – che il popolo sia tenuto nel­l’ignoranza […] occupato nell’agricoltura e nel servizio militare. Siccome al po­polo ripugnano le pesanti fatiche del­l’una e i pericoli dell’altro, bisogna rendere le condizioni della vita ordi­naria talmente dure che il servizio militare si presenti come cosa desiderabile […] Non bisogna permettere alla gente di arricchirsi perché la ricchezza favorisce le opere culturali. Il principe deve dunque rendere ricchi i poveri e poveri i ricchi e deve utilizzare le risorse accumulate dall’agricoltura per fare la guerra».[1]Il Tao Tê Ching è molto più morbido e pacifista. Ep­pure un aspetto sgradevole mantengono certe formule gnomiche (a dire il vero qui e altrove sempre relativizzabili) dove si dice che il Santo (sheng: saggio, superiore, sovrano ecc.) «nella sua azione di governo, svuota il cuore [xin: cuore, mente, coscienza, sede della vita affet­tiva e morale] degli uomini e riempie il loro ventre [fu], indebolisce la loro volontà e rafforza le loro ossa, in modo da ottenere che il popolo sia costantemente ignaro e senza desideri» (cap. III, p. 33).[2] Oppure quest’al­tra dove i Santi sono definiti inumani giacché, senz’al­tro, «trattano [e debbono trattare] il popolo come cani di paglia» (cap. V, p. 37).
Tutto ciò però è (sarebbe) Non-agire: «[Il santo] pratica il Non-agire, e in questo caso non c’è nulla che non sia ben governato» (ibidem). Il Non-agire, l’inatti­vità, il Wu wei. In altre parole il Saggio (il re, il principe) non agisce e non deve agire se vuole vedere fiorire il po­polo. Duyvendak, per definire il Wu wei, riporta il se­guente passaggio dai Dialoghi di Confucio: «Governare Tutto-sotto-il-cielo per mezzo del Wu wei, ecco ciò che compì [l’imperatore] Shun. Come lo compì? Egli as­sunse un atteggiamento rispettoso sedendosi rivolto a sud, ed ecco tutto» (p. 19). Il Tao Tê Ching vi insiste in questi termini: «La via [il Tao] è costantemente inat­tiva, eppure non c’è niente che non si faccia. Se a questo potessero attenersi i re vassalli, i diecimila esseri [wan: una miriade, uno sciame… wu: essere, cosa, il popolo] si svilupperebbero da soli» (cap. XXXVII, p. 97). E se a questo potessero attenersi, «il cielo e la terra si unireb­bero per far cadere una dolce rugiada [lu: rugiada, net­tare, essenza floreale], che il popolo riceverebbe sponta­neamente [zi] in parti uguali senza che nessuno debba prendersene cura» (ibidem).È, diciamolo altrimenti, l’età dell’oro. Insepara­bile, a dire il vero, dal contesto agreste, autarchico, sine cultura, nemmeno bisognoso della buona eris esiodea, quasi silvestre, e da una certa cupidità di pace: «Un pic­colo paese con pochi abitanti, dove, sebbene esistano strumenti che fanno il lavoro di dieci o cento uomini, si possa indurre il popolo a non adoperarli! […] Dove seb­bene esistano barche e carri, non ci sia motivo di cari­carli, e sebbene esistano corazze e armi, non ci sia mo­tivo di prepararli all’uso! Dove si possa indurre il po­polo a tornare all’uso delle cordicelle annodate; a gu­stare il proprio cibo, ad ammirare le proprie vesti, ad ac­contentarsi delle proprie abitazioni, a godere dei propri costumi!» (cap. LXXX, p. 170).
E allora il sarcasmo delle due golpiste têtes évaporées della Tempesta è forse mal riposto. I mascalzoni bef­feg­giano il nobile Gonzalo, senilmente parolaio, che enun­cia le sue ingenue convinzioni utopistiche («Se fossi il Re, sapete cosa farei?») [3] asserendo che «la parte finale della sua costituzione s’è scordata l’inizio». «Sovranità nessuna», afferma Gonzalo rivelandosi taoista della più bell’acqua.

Note

[1] J. J. L. Duyvendak, introduzione al Tao Tê Ching, Milano, Adelphi, 1973, p. 23.
[2] E, d’altra parte, «il Santo si occupa del ventre e non del­l’occhio» (cap. XII, p. 50).
[3] W. Shakespeare, La tempesta, Milano, Garzanti, 1984, II, 1.