sabato 4 gennaio 2014

Understatement e perfezione (su Cristina Campo)

L’imperdonabile Cristina Campo ricorda le disavventure di Borges alle prese con intervistatori ‘antropomorfi’: «Strano sarebbe che nessuno gli chiedesse, come è infatti avvenuto, se non si trattasse per caso di una scimmia vestita».[1] Di fronte alla cretineria di un intervistatore (di un interlocutore) inutile appare l’understatement del mandarino cinese... 
Ora, l’under­statement (la litote, l’ironia...) non costituisce soltanto una scuola di buone maniere – questo Cristina Campo lo sa benissimo – ma pure, come asseriva Jankélévitch, «una scuola di frugalità» e un «camminare a piedi nudi con i sandali della povertà», e ciò a dire un trovare il verso di sgusciare dal poltriccio (è il guizzo del salmone...). Allurbanità, al savoir faire del mandarino si somma l’agudeza, la perspicuità dell'assennato e del filosofo. E perché no del ricercatore, dello sperimentatore? Anche questo Cristina Campo lo sa. Non celebra altrove Marianne Moore, la poetessa, che «scrive un saggio sui coltelli; scrive di ramarri e di legature aldine, di danzatrici e di fenicotteri» e sempre con l’obiettivo di giungere «[all’]ardua e meravigliosa perfezione, questa divina ingiuria da venerare nella natura, da toccare nellarte, da inventare gloriosamente nel quotidiano contegno» (pp. 74-75)?

Nota

[1] C. Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, p. 91.