lunedì 3 febbraio 2014

‘Antique’ (Rimbaud)

Nižinskij nell' Aprés midi.
Disegno di Léon Bakst (1912).
Stravagante (apparentemente) l’idea di ‘adottare’ delle parole, dei versi, un motto. C’è tutta la ‘complicazione’ del ‘dare la parola’ nell’idea di adottare delle parole. Karen Blixen ci ha scritto sopra un piccolo discorso, un piccolo gioiello di discorso, pronunciato il 28 gennaio del 1959 alla festa annuale del National Institute of Arts and Letters di New York. Varrebbe la pena di rileggerlo questo discorso. Già, perché adottare delle parole (mots in francese) significa anche rimanerne ‘adottati’. Prima che ce ne accorgiamo, dice la Blixen, il motto inciso sul nostro sigillo ci ha sigillati. (Ripenso anche alla parola soufflée di Derrida, alla parola soffiata, ispirata e rubata).[1]  Ecco allora il braccio teso di Pompeo (navigare necesse est, vivere non necesse!) spingere la Blixen in Africa... Gesto ‘teatrale’ (gesto che si dà a vedere) ispirato, soufflé, insufflato da una voce che non è la nostra, da una voce più vecchia di noi, vox antiqua – voce dettata e adottata per usare un ultimo, ma non prometto, facile gioco di parole.
Ora, non ritroviamo tutto questo in Antique (di Rimbaud)? Intanto: è questo piccolo poéme un medaglione classico? Perché proprio qui sta il punto. Il Pan di Rimbaud non è sovrapponibile alla sua versione parnassiana, quella di Leconte de Lisle. E, infatti, del Pan parnassiano, è il figlio, il figlio grazioso che al posto delle corna porta fioretti e bacche sulla fronte, che invece di inseguire la sua preda infiammato d’amore incede (si direbbe) timidamente. Questo Pan di Rimbaud è un faux antique (per dirla con Pierre Brunel); diciamo pure che è (e come è ovvio) una creatura ispirata e animata (non viene animandosi in quella sua timidezza di movimenti? animandosi come la statua di Pigmalione?) da voci, da gesti, facies preesistenti – dalla letteratura. Quanta ‘complicazione’ in questo programma e in questo sommario (sono due magnifiche parole utilizzate da Karen Blixen nel summenzionato discorso) che celebra (omosessualmente) le virtù del corpo maschile (concedendosi, nella chiusa, un’allusione burlesca al membro virile)! Eppure tutto questo  tutto questo essere letterari  è assolutamente necessario. 
Di seguito la nostra traduzione:

Grazioso figlio di Pan! Intorno alla fronte coronata di fioretti e di bacche i tuoi occhi, palle preziose, ruotano. Macchiate di fecce brune, le tue guance s’infossano. Le tue zanne brillano. Il petto somiglia a una cetra, tintinnii circolano nelle tue braccia bionde. Il tuo cuore batte in questo ventre dove dorme il doppio sesso. Tu cammina, la notte, muovendo dolcemente questa coscia, questa seconda coscia e questa gamba mancina.[2]  

Note

[1] J. Derrida, Artaud: la parola soufflée, in La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971 e 1990, pp. 219-254. Sullo  stesso tema della parola soffiata cfr. M. Foucault, La prosa di Atteone, in Scritti letterari, Milano, Feltrinelli, 1971, pp. 87-99.
[2] Gracieux fils de Pan! Autour de ton front couronné de fleurettes et de baies tes yeux, des boules précieuses, remuent. Tachées de lies brunes, tes joues se creusent. Tes crocs luisent. Ta poitrine ressemble à une cithare, des tintements circulent dans tes bras blonds. Ton cœur bat dans ce ventre où dort le double sexe. Promène-toi, la nuit, en mouvant doucement cette cuisse, cette seconde cuisse et cette jambe de gauche (A. Rimbaud, Antique, in Les illuminations, Paris 1886, p. 18).