giovedì 6 febbraio 2014

"Non potresti chiudere un momento gli occhi e fingere ch’io sia lo Spirito Santo?"

Boule de Suif, non il primo ma il terzo dei racconti di Maupassant, inaugura la fortuna lette­raria dello scrittore normanno. Scritto perché trovasse posto in una raccolta di racconti naturalisti sulla guerra franco-prussiana del 1870 (quella in cui Napoleone III perdette, a Sedan, ses dents), e intitolata Les Soirées de Médan, dalla località dove avvenivano gli incontri degli zoliani (a Médan nella casa di campagna di Zola), il racconto malpassantiano, scrive Alberto Savinio, «trionfa sui racconti degli altri cinque naturalisti».[1] Conside­riamo intanto che fra i cinque c’è Émile Zola, benigno pater. Consideriamo, ancora, che Flaubert, vero padre putativo di Maupassant, s’era lasciato sfuggire il se­guente giudizio: «Boule de Suif, il racconto del mio di­scepolo, è un capolavoro». Le aspettative del lettore raggiungerebbero forse il cielo se... Se Maupassant (è giudizio lapidario ma non isolato del solito Savinio) non fosse scrittore mediocre – anche il «settantesco», «il meno bozzettista», il meno incline al finale brillante (p. 68). «Letterato industriale» (ov­vero strizzante l’occhio alla moda) s’era pur definito il medesimo Maupassant da qualche parte.
Boule de Suif racconta il viaggio in diligenza da Rouen, occupata dai prussiani, a Dieppe di un gruppo eterogeneo di cittadini francesi (una coppia di aristocra­tici, una di ricchi borghesi, una di bottegai, una di suore, cui si aggiungono un democratico rossocrinito e la pro­prietaria di un albergo soprannominata Boule de Suif). Non si può esattamente definirla una fuga dal­l’occupazione dello straniero ché la comitiva parte con l’autorizzazione del comandante in capo e con l’unico obiettivo di occuparsi dei propri interessi economici a Le Havre. A Tôtes, però, la diligenza viene bloccata e i viaggiatori costretti a una sosta. La sosta si prolunga per giorni perché, com’è evidente da subito, il baffuto ufficiale prussiano di stanza a Tôtes s’è incapricciato della donna rotondetta, «une pomme rouge, un bouton de pivoine prêt à fleurir», chiamata Boule de Suif, manife­stamente una donna di costumi facili. Costei, tuttavia, e per ragioni comicamente patriottiche, se ne sta sulle sue opponendo un orgoglioso rifiuto alle pretese dell’uffi­ciale, e solo dietro le preci insistenti dei compagni, alla fine, si concede.
Questa, in soldoni, la vicenda. Ora, ciò che appare un tantino sopra le righe, nel finale di questo racconto, è la manifestazione di disprezzo che i passeggeri osten­tano per Boule de Suif. La quale, prima della sosta forzata, aveva profferto un lauto pranzo, stipato nel pro­prio paniere, ai suoi distratti compagni di viaggio (defi­niamola pure un’allo­tria variante dell’ultima cena), gua­dagnandosi un grano di gratitudine; e ora, e dopo un sacrificio di tutt’altro genere e penoso, si vede negare un boccone persino dalle suore! In questa disposizione simmetrica delle ‘libagioni’, tutta tesa a far risaltare il ci­nismo e l’avidità borghesi, ecco la forzatura, l’esagera­zione, il brillio del finale, il Kitsch (Savinio direbbe l’‘estetismo’). Né sarà un caso che il personaggio del de­mocratico Cornudet, sbiadito assai e defilato, fischietti a questo punto la marsigliese – è d’altra parte un «rivol­toso da operetta» (così ricordo di aver letto da qualche parte). Tornerò a breve su tutto ciò. Mi sia concessa ora una (apparente) divagazione.
«Due temi dominano la vita e l’opera di Maupas­sant: la donna e l’acqua».[2] En­trambi sono presenti in Boule de Suif. L’acqua sotto forma di neve, quella neve che rallenta l’avanzare della diligenza nella prima parte del racconto; la donna nell’opulenza gastronomica di Boule de Suif: «piccola, rotonda un po’ in tutto il corpo, grassoccia, con le dita gonfie e strette alle falangi come delle filze di salsicciotti, la pelle lucida e liscia, un petto esuberante che sporgeva dal vestito, essa era pur sempre attraente e ricercata, tale era la sua freschezza, così piacevole a vedersi. Il suo volto era una mela rossa, un bocciolo di peonia pronto a di­schiudersi, dove si aprivano, in alto, due magnifici occhi neri ombreggiati da lunghe ciglia folte e, in basso, una bocca affascinante, stretta, umida di baci, adornata da denti luccicanti e microscopici».[3] Maupassant, «toro in frac»,[4] ama la donna grassa. «Nell’uso frequente di questo aggettivo, si sente l’ac­quirente che non vuole essere fregato sul peso» (p. 39). E trovandosi a vivere nell’epoca della donna grassa, Maupassant seguì ciecamente il gusto della sua epoca; e della femmina non amò l’opulenza e la freschezza delle carni solo esteticamente, le amò anche libidinosamente, giacché hunc innata libido extimulat. I suoi amori – dice con contenenza gnomica Savinio – sono «monte».
Savinio (p. 107) riferisce anche un aneddoto prezioso per il nostro commento. Anni dopo la stesura del suo racconto, già celebre, Maupassant incontra, a Rouen, Boule de Suif alias Adrienne Legay (e ciò a dire la donna menzionata dalle cronache da cui, presumibilmente, Maupassant trasse ispirazione per il racconto). «La saluta con ri­conoscenza, la invita a cena dopo lo spettacolo, e dopo cena sale appo lei nella sua abitazione. Ma non conclude come avrebbe dovuto, ossia con un conte sull’incontro di Maupassant con Boule de Suif».
È forse – e riprendo il filo – con intenti emendatorî che Karen Blixen ne L’Eroina rifece, alla sua maniera, Boule de Suif. In certo senso attraversò il ponte del diavolo del rifacimento per raggiungere Guy de Maupas­sant. Perché raggiungere Maupassant? Intanto perché entrambi, Maupassant e la Blixen, erano luetici (esprit de corps!). Ma fuor di celia perché entrambi conosce­vano l’inno­cenza e l’esube­ranza del sesso (delle agapi). La Blixen non è meno mangiapreti di Maupassant e, come Maupassant, mangiaprete gioviale: il cristiane­simo non ci capisce uno jota del sesso: non ci mettesse becco![5] Posizione non lontana da quella di Vasilij Ròza­nov che del cristianesimo denunciava guarda caso l’este­tismo esangue, il carattere aneddotico e accessorio, lad­dove «il rapporto sesso-Dio è più stretto di quello tra l’intelletto e Dio e, addirittura tra la coscienza e Dio».[6]
La simpatia di Karen Blixen per Maupassant va al tombeur de femme, all’uomo che sa quel che vuole. «Era un giovane onesto. Sapeva veramente desiderare una cosa. Molti uomini non ne sono capaci»,[7] dice Héloïse a Frederick del temibile ufficiale prussiano nel loro ul­timo incontro (a replicare l’incon­tro tra Maupassant e la sua ‘musa’!). Frase per niente sibillina e assai maliziosa per chi è giunto alla fine del racconto. 
È allora con il gusto di giocare un tiro mancino al tombeur de femme che la baronessa Blixen attribuisce a Maupassant i panni di Frederick, il giovane studente di religione? Perché, dove Maupassant aveva ‘moral­mente’ sbagliato (sul piano di un’etica descrittiva), va da sé per stupidità, era nel finale del suo racconto. È lì che si era rivelato analfabeta del cuore umano – e cioè a dire del cuore cristiano e borghese (sempreché si possa accet­tare l’identificazione di morale cristiana e di morale bor­ghese) –, analfabeta, per dirla con Nietzsche, del ressen­timent. A spiegarlo a un ottuso Frederick è proprio Héloïse-Boule de Suif: «Loro mi avrebbero costretta a fare ciò che quel tedesco pretendeva. Mi avrebbero costretta a farlo, per salvarsi la pelle [...] e poi non se lo sarebbero più perdonato. Ne avrebbero avuto rimorso per tutta la vita, e si sarebbero ritenuti grandi peccatori. Non erano le persone giuste per quel tipo di situazione, loro che in tutta la loro vita non avevano mai fatto nulla di male» (p. 95). Non erano lupi i compagni di viaggio di Boule de Suif, erano bonhommes, persone comuni, che all’agnella avrebbero offerto immancabilmente un boccone, allungato una carezza. Avrebbero persino po­tuto piangere con lei. Alla fine l’avreb­bero detestata, ma solo alla fine e oscuramente...
Perché è proprio questo il punto: nessuno avrebbe potuto odiarla apertamente, con franchezza: la morale su cui Maupassant si mostra così sprovveduto glielo avrebbe proibito. Maupassant è ancora e solo uno stu­dente in fatto di ‘religione’ (tra virgolette!): egli non ca­pisce che quella morale castrante dei cristiani è solo il pendant della grandiosa escatologia cristica in cui l’uomo si vede esautorato per sempre della propria potestas, in cui l’uomo è vittima di quello che Ivan Ž. Sørensen, commentando proprio il racconto di Karen Blixen, ha definito il «sacrificio sostituito». Non è dunque assoluta­mente un caso che accanto a Frederick che si propone di scrivere un libro sulla dottrina del­l’espia­zione vi sia, all’albergo che ospita gli esuli, un vec­chio sacerdote, padre Lamarque, che in gioventù ha scritto un trattato sul rinnegamento di Pietro. 
Nulla di peggio, per la Blixen, che questa sostitu­zione di Cristo all’uomo... Il meglio che se ne può dire, del Cristianesimo, è che «non è stato di nessun aiuto, perché non ha prevenuto né la guerra né la carestia»,[8] ma il peggio è che Cristo non ha sparso che umiliazione prendendosi tutta la gloria per sé (ivi, p. 105). Le propo­sizioni rozanoviane lasciano intravedere la Weltan­schauung blixeniana. Non è questo ciò che lamenta Ba­rabba davanti a un tardo Simon Pietro in un altro rac­conto della Blixen, segnalato da Sørensen, intitolato Il vino del tetrarca? «Dov’è la mia croce?», domanda Ba­rabba: «‘Tu parli di pazienza e di forza...’ continuò dopo una pausa, sebbene tuttora assai sconvolto ‘ma io non ho mai conosciuto un uomo più forte di me. Guarda!’ e aprendosi il mantello mostrò a Pietro le spalle e il torace solcati da molte e terribili cicatrici bian­che e profonde. ‘La mia croce! La croce di Fares era a destra, e la croce di quell’Achaz, che è sempre stato un uomo da poco, a sinistra. Io la mia croce l’avrei portata assai meglio di loro. Credi che non avrei saputo resistere più di sei ore? Non sarebbe stato questo a darmi pen­siero, credimi. Dovunque mi sia trovato, sono stato sempre un capo, e ho fatto parlar di me’».[9] 
Che cosa risponde dunque Héloïse all’ufficiale prussiano? Risponde un po’ come l’ebreo di Ròzanov: «Non ho bisogno di questo! – Non lo voglio»,[10] fa­cendo saltare la trappola del sacrificio sostituito... Héloïse è un personaggio molto diverso da Boule de Suif. Raccoglie in sé, dice la Blixen, «tutte le grazie delle dee di Tiziano e del Veronese»,[11] scio­rina l’immagine di una dame haute et puissante. I profughi (un vecchio sacerdote, due anziane suore, un ricco viticoltore, e cioè il monsieur Loiseau del racconto di Maupassant, la proprietaria di un albergo, un omaggio a Boule de Suif, un viaggiatore di commercio, una dama malata, tale Madame Bellot) trovano presso di lei protezione e assistenza; Frederick diventa il suo corriere. Lo scontro della donna con l’ufficiale, in seguito all’arresto di Frederick e di padre Lamarque con l’ac­cusa pretestuosa di spionaggio, assume i toni enfatici «di una faida antica» (p. 86). Ecco, dunque, questa donna altera e ieratica smontare la ben oliata trappola con una semplice domanda: «Perché lo domandate a me? [...] Domandatelo a quelli che sono con me». Coinvolti in prima persona i protetti di Héloïse sono costretti a uscire allo scoperto, ad assumersi le proprie responsabilità; e fra strepiti e urla dicono che non possono permettere un simile sacrificio. Poco dopo, in trepidante attesa nel cortile, ricevono i salvacondotti e Héloïse in soprappiù un mazzo di rose con dedica «a un’eroina».
Sette anni più tardi, lo sappiamo, è la stessa Héloïse, dopo lo spettacolo che la vede danzare nuda nel ruolo di Diana cacciatrice, al tavolo di Frederick, a sdipanare la matassa degli eventi. Certamente i loro compagni di sventura «non erano le persone giuste per quel tipo di situazione» (p. 95). Perché allora, domanda Frederick, «ci eravamo comportati così bene?». «Vi eravate comportati bene, non è forse vero?», risponde enigmaticamente Héloïse. Effettivamente padre Lamarque sarebbe morto da eroe, le sue imprese al fronte sarebbero divenute leggendarie… Ma Frederick? Frederick che pure riconosce la sua Diana resta incapace di dire a se stesso, prima che agli altri, «sono Atteone» («sono Frederick») e non un assurdo anonimo castrato sguardo desiderante.[12] Il che ci riporta alla castrazione operata dal cristianesimo.
Castrazione e sostituzione: oramai è evidente che sono due facce della stessa medaglia e la Blixen affila la sua ironia più felice e corrosiva: «In Egitto, alla gigantesca ombra triangolare della gran piramide, mentre l’asinello brucava l’erba, san Giuseppe disse alla Vergine Maria: ‘Oh, mio dolce tesoro, non potresti chiudere un momento gli occhi e fingere ch’io sia lo Spirito Santo?’».[13]

Note

[1]  A. Savinio,  Maupassant l’altro, Milano, Adelphi, 1975, p. 107
[2] A. Savinio, op. cit., p. 59. 
[3] G. de Maupassant, Palla di sego, Milano, Bur, 1994, p. 63.
[4] A. Savinio, op. cit., p. 14.
[5] Paragonando l’islamismo col cristianesimo, la Blixen (Ombre sull’erba, Milano, Adelphi, 1985, p. 31) avanza un dubbio fondamentale: «Mi sembrava che come il distacco erotico del fondatore del cristianesimo aveva lasciato i suoi discepoli in una sorta di vuoto, o di cronico disagio e rimorso, in questa regione della vita, così la formidabile e inesauribile potenza del profeta aveva pervaso i suoi seguaci e liberato possenti energie nascoste». E così «il cammelliere di Khadigia, rimirando la luna nuova, è […] il folle amante di Dio, che spasima per un bacio» (p. 30).
[6] V. Ròzanov, Foglie cadute, cit., p. 72. 
[7] K. Blixen, L’eroina, in Racconti d’inverno, Milano, Adelphi, 1980, p. 96.
[8]  V. Ròzanov, L’apocalisse del nostro tempo, Milano, Adelphi, 1979, p. 60.
[9] K. Blixen, Diluvio a Norderney, in Sette storie gotiche, Milano, Adelphi, 1978, p. 74.
[10] V. Ròzanov, L’apocalisse del nostro tempo, cit., p. 110.
[11] L’eroina, p. 83.
[12] Sul punto cfr. I. Ž. Sørensen, Barabba e Héloïse – il sacrificio sostituito, in Oltre la scrittura. Dedicato a Karen Blixen, Pisa, Ets, 1999.
[13] K. Blixen, Diluvio a Norderney, in Sette storie gotiche, cit., p. 78.