lunedì 10 febbraio 2014

Note a "La scimmia" di Karen Blixen

Con quanta légèreté de touche la baro­nessa Blixen veste la scimmia dei panni di una badessa: panni di mandarino cinese, prima di tutto, e panni di dame haute et puissante. Boris, il giovane nipote venti­duenne, al contatto di torpedine di lei, ne riporta una definitiva, esaustiva percezione ‘epidermica’: «Le donne, pensò, quando sono vecchie abbastanza da averla finita una volta per sempre con l’essere femmine, e possono sguinzagliare intera la loro energia, debbono essere le più potenti creature del mondo».[1]  
Incalzato da uno scandalo omosex, il giovane Boris, cadetto destinato a brillante carriera e beniamino della zia, venusto e boccoluto, con certa propensione per il teatro e i ruoli en travesti, giunge al convento laico di Se­ven, ritiro di vecchie zitelle e vedove danarose, per chie­dere aiuto e consiglio alla vecchia e veneranda zia priora nella scelta della moglie. La zia individua, con certa sor­presa dell’interessato, il partito migliore in Athena Hopballehus, imponente figlia di un vecchio conte suo vicino. Quella, tuttavia, respinge la proposta. Esortato dalla badessa a violare la fanciulla, in una lotta corpo a corpo che ha il sapore di un combattimento tra cavalieri in cotta di maglia, il giovane fallisce l’im­presa, ma la ver­gine capitola ugualmente. È solo a questo punto, una volta strappato l’assenso alla fiera ragazza, che la badessa va incontro alla sua metamorfosi finale: la scimmia della priora, adorabile animale da compagnia che un cugino ammiraglio le ha condotto da Zanzibar, irrompe nella stanza e ingaggia una lotta con l’anziana dama finché non ha luogo un prodigioso scambio delle parti. 
Che solo all’astuzia di una scimmia potesse riuscire di coniugare Athena Parthenos a uno ie­rodùlo: ecco qualcosa che, nella sua spessa simbologia, va oltre il coup de théâtre. Quella sua epifania finale, fonte di taumazein, chiude la vicenda come le cordelle chiudono un sacco. Introducendovi poi la mano, ac­chiapperemo un idolo bifronte dei Vendi, antenati del patriarca di Hopballehus, che rappresenta una bellis­sima Venere e una bruttissima scimmia; o i frammenti di un Cupìdo sgretolato ai piedi di una statua di Venere collocata nel giardino, e rimpiazzato, per un qualche istante, dalla nostra scimmietta (p. 136); o la testa mar­morea di Immanuel Kant allacciata al quadrumane quasi inteso a operare un secondo paradossale rim­piazzo; oppure, ancora, la dimora barocca del conte, Olimpo in sfacelo (p. 128), dai cui gradini il medesimo conte scende come un benigno Giove o un «decrepito gorilla» (p. 130). 
È dunque la metà volgare (scimmiesca, animale) della dea, la figlia di Zeus e di Dione (cfr. Platone, Simp, 180 a), a condurre a buon fine l’intrigo amoroso, a farsi grottesca pronuba, grottesca paraninfa, ma anche grot­tesca testa pensante di filosofo; a unire, in questo modo, il morbido e ironico Boris all’inflessibile e fanatica Athena («vergine fanatica en plein dix-neu­vième siècle»), capovolgendo, in certa misura, i ruoli sessuali e condannando (forse) la coppia alla sterilità: «Vraiment tu n’as pas de la chance! – esclama la badessa volgendosi a Boris – Non c’è dunque nessun horror vacui in te?» (p. 142-143).[2]
Quella specie di inversione è confermata dalle fanta­sie del giovane: «Qualche volta, quando s’era trovato con lei, Boris aveva ricordato l’antica ballata della figlia del gigante che trova un uomo nella foresta, e sorpresa e deliziata se lo porta a casa per trastullarsi; ma il gigante le ordina di lasciarlo andare, perché tanto non farebbe che mandarlo in pezzi» (p. 135). Ma anche da quel suo curioso libertinismo che spoglia la fanciulla non sol­tanto delle sue vesti ma anche delle sue carni: egli «avrebbe potuto persino innamorarsi di lei, se ne avesse posseduto il bellissimo scheletro», in cui ogni osso pare «amorosamente rifinito come le parti di un violino» e sul cui «polito teschio» sfavillerebbe superbamente il diadema di famiglia (pp. 151-152).
Per concludere: come negare che la scimmia non avesse ragione da vendere? Se lei «non vuole nulla» e lui «non vuole dare nulla», come non ammettere che i due appaiono «bene accoppiati» (p. 143)?

Note.

[1] K. Blixen, La scimmia, in Sette storie gotiche, Milano, adelphi, 1978, p. 125.
[2] La sterilità della coppia si riflette presumibilmente nell’aned­do­to che la badessa ascrive alle memorie della bisnonna. Nel Natale 1727, reggente il Duca d’Orléans, la Sacra Famiglia soggiorna una mezza giornata a Parigi. Il reggente in pompa magna, la duchessa di Berry sua amante, il cardinale Dubois e pochi altri, fra i quali la bisnonna della badessa, vanno a rendere omaggio alla Madre di Dio. Il Reggente la invita a pranzo; la duchessa di Berry, en grossesse, asciugandosi le lagrime, tasta il bambinello esclamando: «Come fragole con panna à la Zelma Kuntz!»; il cardinale Dubois congettura di trarre benefici dal saluto tributato a san Giuseppe cui l’On­nipo­tente, dopo tutto, «doveva molto» (pp. 149-150)!