mercoledì 26 marzo 2014

Il canto presenta la vita a se stessa

«Il canto presenta la vita a se stessa».[1] La frase di Jacques Derrida non sarebbe dispiaciuta a Rousseau; e cioè all’autore del Saggio sull’origine delle lingue oggetto del commento ‘decostruzionista’ derridiano nella seconda parte della Grammatologia.
Che cosa significa che il canto presenta la vita a se stessa? Scorrendo il Saggio sull’o­rigine delle lingue ci imbattiamo, nel capitolo IX, dedicato alla formazione delle lingue meridionali, in una scenetta idillico-bucolica di giovani pastori e pastorelle a convegno attorno a fontanili. Ma ecco il punto: 
«Sotto querce secolari, vittoriose degli an­ni, un’ardente gioventù dimenticò gradualmente la propria ferocia: ci si addomesticava a poco a poco gli uni con gli altri; sforzandosi di farsi capire, s’imparò a spiegarsi. Qui si fecero le prime feste, i piedi saltavano di gioia, il gesto rapido non bastava più, la voce lo accompagnava con i suoi accenti appassionati». [2] 
È, nello stesso tempo, la genesi della lingua, della musica e della socialità. Ed è pure l’età dell’oro, l’età saturnina dei cuori teneri. Si tengano presenti tutti questi elementi: la festa, la danza, i gesti e, soprattutto, l’elo­quen­za degli accenti appassionati, le voci del cuore. Non compongono, va da sé, un quadretto di genere: con buona approssimazione richiamano la sfera paidetica della mousiké dove tout se tient.[3] 
La lingua statu nascenti – espressione da interpretarsi per ora con estrema cautela – è l’apo­geo dell’elo­­quenza: prima non c’è che il mutismo del gesto o il grido inarticolato e irriflesso della natura selvaggia, infante; dopo non c’è che la falsa eloquenza della parola che non comunica nulla di autentico. La lingua statu nascenti mantiene l’uomo nella sua essenza, al di là del gesto ‘pitturale’ del bruto che comunica solo il bisogno e al di qua della menzogna del civilizzato, del commediante, del predicatore, del ciarlatano, che nasconde appena l’i­po­crisia... Mantiene l’uomo nella sua essenza: e la sua essenza è il cuore – il cuore che comprova la presenza della ‘natura’ in lui e che ‘secondo natura’ parla alla sua coscienza; il cuore che è perfetta adeguazione di cosa e parola, di significato e significante; il cuore che è consenso dell’uo­­mo con se stesso, è atto d’a­more, intimità dei sessi, verità, trama, respiro della vita.
I gesti, appunto, si ‘leggono’ a distanza; non richiedono intimità. Pitturali, scritturali, fissano una certa separazione; rappresentano [...] una certa morte significata dallo spazio»,[4] e il deserto dell’ani­ma desolata. La pittura non è arte umana per eccellenza: «La pittura è di frequente morta e inanimata; essa può trasportarvi in fondo a un deserto». Invece le voci, «anche se vi dipingono la solitudine, vi dicono che in essa non siete soli. Gli uccelli fischiano, l’uomo soltanto canta e non si possono udire né canto né sinfonia senza dirsi all’istante: un altro essere sensibile è qui».[5] (È l’istante in vista del quale María Zambrano consigliava al paria, all’esiliato sul punto di smarrirsi nel deserto, convenzionale locus exilii – esule lei stessa – di aguzzare «l’udito a detrimento della vista […] evitare i miraggi e ascoltare le voci»).[6] Il vocalico è richiamo e riverbero – è apertura all’altro, relazione alla fonte fonolinguistica originaria toujours là.
Ma il fatto che il canto presenti la vita a se stessa significa anche, clamorosamente, che il canto non coincide con la vita. La voce, il suono, la musica, in altre parole, sono le ripetizioni, gli anàloga, gli echi della vita, del cuore, della verità, del primum anteriore, dell’origi­nario; sono un diaframma, per quanto sottile, tra l’uo­mo e la natura, tra la natura e la cultura, tra la vita e il suo racconto... Il ‘vantaggio’ della musica sul linguaggio referen­ziale è (sarebbe) tutto in questa prossimità all’ori­gi­ne già perduta ma ancora presentita. E questo, in un certo senso, è tutto.

(Tratto da Lorenzo Leone, L'analogia della musica, Tricase, 2014)

Note

[1] J. Derrida, Della grammatologia, Milano, Jaca Book, 1969 e 1998, p. 267.
[2] J.-J. Rousseau, Essai sur l’origine des langues, in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1995, vol. v, pp. 406, trad. mia.
[3]A cosa ci riferiamo qui? Alle cosiddette arti dinamiche, e ciò a dire alle arti che hanno a che fare con il tempo, lo misurano e ne scandiscono ritmicamente il decorso: alla poesia, alla danza e alla musica. Tutto ciò i greci lo chiamavano mousiké. In questo contesto, e cioè nell’azione rituale e nel racconto mitico rappresentati dinamicamente, avveniva l’educazione dell’uo­mo. Ecco appunto la paideia. Questo aspetto educativo, pedagogico, non è estraneo al passaggio roussoiano testé citato.
[4] J. Derrida, Della grammatologia, cit., p. 267.
[5]J.-J. Rousseau, Essai sur l’origine des langues, in Œuvres complètes, cit., p. 421.
[6] M. Zambrano, I beati, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 42.