venerdì 11 aprile 2014

Exercice du regard

Lo si dice a proposito della pittura o della fotografia. Di esercizio dello sguardo Jünger parla introducendo un piccolo scritto, Soggiorno in Dalmazia, facente parte della raccolta intitolata Foglie e pietre (Blätter und Steine).[1] È un brevissimo diario di viaggio – Jünger ne ha scritti tanti – e nelle intenzioni dell’autore vorrebbe riportare in auge un genere decaduto dai tempi di Humboldt; o per meglio dire fornirne un esempio riuscito. Jünger incolpa la psicologia di aver distolto lo sguardo dalle cose, di averne fatto lo specchio degli umori, delle simpatie del viaggiatore sentimentale (ma Jünger ama Sterne). Soprattutto Jünger afferma di detestare quella prosa moderna e di successo che trascrive l’oggetto intellettualmente e con cui l’autore tributa unicamente un applauso ai propri pensieri. Soggiorno in Dalmazia è pieno di ‘descrizioni’: dalla struttura carsica della costa al colore degli insetti, dal sapore del vino al fortore dell’onagro, niente sfugge allo sguardo e al fiuto indagatore dell’entomologo, del naturalista, del litologo, del filosofo e del viveur… Di questo breve scritto ci piace dire ciò che Somerset Maugham dice delle guide nautiche: che è succoso. Le guide di Maugham hanno dalla loro la praticità, l’ordine e la concisione, ma tutto ciò, spiega lo scrittore, non ne offusca per niente «la poesia». Senza una parola di troppo. Eppure ecco «mistero e bellezza, sogni avventurosi e il fascino dell’ignoto». 
E proprio qui sta il punto. Il ‘programma’ di Jünger va preso con le pinze. Al termine del suo breve resoconto (e al termine del suo viaggio, perché non mette alcun conto separare il viaggio dal suo resoconto, l’esperienza dal ricordo), descrivendo il panorama che si gode dalla sommità del monte Vipera, egli annota: «Il meraviglioso non suscita in noi alcuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza.  La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni».[3] In queste pagine la descrizione oggettiva cede in più punti; la metafora ‘umanizza’ lo sguardo oggettivo. Dalla sommità del monte il vaporetto che fa rotta verso l’isola di Lesina è la nave di Ulisse nei pressi dell’isola delle Sirene. La pesca notturna dei pescatori di Curzola restituisce una fauna iridescente che non stonerebbe in una Wunderkammer del conte Des Esseintes, se a Huysmans fosse venuto in mente di descriverla.
Un epigramma fulmineo, posto in fondo a Foglie e pietre (e si tratta di una pietra!) chiarisce l’equivoco: «Chi vuole tutto descrivere mura le finestre del linguaggio». Bisogna saper dosare e aspettare. La veduta migliore il viaggiatore la coglie dalla sommità del monte; e l’apprezzerà di più se si proibirà di voltarsi lungo il tragitto. Verrebbe da dire: la visione eidetica (schopenhaueriana e fenomenologica) è visione purgata della coscienza morale (syneidesis) e delle sue scorie, visione innocente. Visione senza peso – senza la pesanteur della coscienza. Karen Blixen dei suoi sogni di spazi infiniti, di paesaggi grandiosi e di voli icariani, diceva che restituiscono «un mondo senza peso»: «La sua stessa atmosfera [del sogno] è la gioia, la sua felicità suprema è, irragionevolmente o contro ogni ragione, quella del trionfo». Ed è sempre la Blixen a parlare di Coscienza Universale e a escluderla – a escludere il vincolo, l’obbedienza e la responsabilità – nel sogno (e forse nel racconto). Qui invece si ha a che fare con l’Immaginazione dell’Universo: qualcosa a cui «non rivolgiamo preghiere»[4] (come alla Coscienza del mondo), qualcosa che non dispensa salarî ma doni: un bakscisc


Note

[1] Ernst Jünger, Foglie e pietre, Milano, Adelphi, 1997.
[2] William Somerset-Maugham, Il reprobo, in Pioggia, Milano, Adelphi, 2003, p. 71.
[3] Ernst Jünger, Soggiorno in Dalmazia, cit. p. 42.
[4] Karen Blixen, Ombre sull’erba, Milano, Adelphi, 1985, p. 89.