lunedì 21 aprile 2014

Giuseppe e la moglie di Putifarre

Sergey SolomkoGiuseppe e la moglie di Putifarre
La vicenda di Giuseppe e della moglie di Putifarre è nota. Giuseppe, venduto dai fratelli, viene condotto in Egitto e acquistato dal potente Putifarre, ufficiale del faraone. E poiché Giuseppe si rivela molto capace, Putifarre lo nomina soprintendente e gli affida l’amministrazione della casa e di tutti i suoi averi. Giuseppe è giovane e bello. La giovane moglie del padrone di casa gli mette gli occhi addosso e gli ingiunge di unirsi a lei. Giuseppe rifiuta. Oltraggiata dal rifiuto, la donna lo accusa pubblicamente di aver tentato di usarle violenza portando, quale prova del tentato stupro, la veste che Giuseppe, sottraendosi alle avances, le ha lasciato tra le mani. Giuseppe viene condotto in carcere.
Tentatrice, schiava della passione, lasciva, cinica e crudele, la moglie di Putifarre (ancora senza nome nel Genesi, Zuleika nel Midrash e nel Corano, mentre Thomas Mann, nel suo celebre romanzo, la chiamerà significativamente Mut-em-enet, ‘madre nel deserto’) è incorsa nella condanna di moltissimi interpreti. Dante la colloca all’inferno (Inf. XXX, 97) tra i bugiardi (è «la falsa ch’accusò Gioseppo»); Filone d’Alessandria nel Legum allegoriae la pone al centro di una spessa simbologia negativa (anche politica). 
E tuttavia, interpretata in modo troppo manicheo (o moralistico), la vicenda (l’avventura amorosa) di Giuseppe e di Zuleika rischia di perdere il suo fascino. Anzi, il fascino della storia, soprattutto per noi ‘moderni’, sta nello sfumare i contrasti, nell’introdurre della psicologia, fino a immaginare, per esempio, una certa dose di ambiguità nell’atteggiamento di Giuseppe. In altre parole, appare più interessante muovere un passo, o molti passi, verso Zuleika: non necessariamente, per il momento, offrirle la nostra comprensione, ma soppesare le attenuanti che ne mitigano la posizione. 
È un po’ quello che fa Thomas Mann nel terzo volume della sua trilogia dedicata a Giuseppe. Zuleika appartiene all’aristocratico ordine di Hathor, dea della vita e della fecondità. Come tale è la meritevolissima sposa dell’eunuco funzionario Putifarre. Tuttavia, ed è subito evidente, si apre qui un contrasto nella natura dell’unione matrimoniale di Zuleika con Putifarre. Se Zuleika è la madre nel deserto, lo è perché è finita sposa di un eunuco. Ecco l’attenuante principale del fallo di Zuleika. Superba e altera, dice Mann, Zuleika parla incomprensibilmente come la tradizione la fa parlare, condannando Giuseppe, solo quando «la sua superbia fu completamente spezzata dalla passione». E tuttavia «la tradizione dimentica di aggiungere quanto tempo passò durante il quale ella si sarebbe morsa la lingua, piuttosto che parlare così» (Th. Mann, Giuseppe in Egitto, Milano, Mondadori, 1981, p. 288).
Ho accennato sopra a una possibile ambiguità nell’atteggiamento di Giuseppe. In Genesi 39, 8 e ss. la risposta del giovane all’invito della padrona è la seguente (mi avvalgo della traduzione di Diodati): «Ecco, il mio signore non tiene ragione meco di cosa alcuna che sia in casa, e mi ha dato in mano tutto ciò ch’egli ha. [9] Egli stesso non è più grande di me in questa casa, e non mi ha divietato null’altro che te; perciocché tu sei sua moglie; come dunque farei questo gran male, e peccherei contro a Dio?». Risposta del tutto congrua e che non lascia adito a dubbi: Giuseppe respinge Zuleika perché Zuleika non è nelle sua ‘disponibilità’. E tuttavia per la mentalità ‘moderna’ si affaccia qui un che di taciuto: se a Giuseppe non fosse stato ingiunto di non toccare la sposa del padrone, Giuseppe avrebbe ceduto. A dire il vero è la ricezione di questa arrière-pensée, il suo peso specifico, ciò che forse colpisce il lettore di oggi. Nel contesto arcaico quel retropensiero non ha alcun peso e sulla bilancia c’è soltanto la (per noi quasi comica) fedeltà di Giuseppe al suo padrone (a Dio, all’ordine patriarcale). Per noi, invece, la malizia di quel retropensiero può forse essere gettata sul piatto e riequilibrare le rispettive posizioni dei protagonisti.
Non pretendo che si dia troppo credito alle mie considerazioni sulla ‘intelligenza’ degli ‘antichi’ e dei ‘moderni’. Ma – posso aggiungere – che Giuseppe (Yusuf) amasse Zuleika sembrava del tutto evidente al poeta persiano Jami (1414-1492). Nel suo poema (1470), Yusuf ritrova Zuleika, la perdona, ed essendo lei divenuta vedova nel frattempo, la sposa. Prima però le rivolge queste straordinarie parole (mi avvalgo della traduzione inglese di Charles Francis Horne): 

Not love thee! – ah! how much I loved 
Long absent years of grief have proved. 
Severe rebuke, assumed disdain, 
Dwelt in my words and looks in vain: 
I would not passion’s victim be, 
And turned from sin – but not from thee. 
My love was pure, no plant of earth 
From my rapt being sprung to birth: 
I loved as angels might adore, 
And sought, and wished, and hoped no more. 
Virtue was my belov’d: and thou 
Hadst virtue’s impress on thy brow. 
Thy weakness showed how frail is all 
That erring mortals goodness call. 
I thanked thee, and reproached thee not 
For all the sufferings of my lot. 
The God we worship was thy friend, 
And led me to my destined end, 
Taught the great lesson to thy heart 
That vice and bliss are wide apart: 
And joined us now, that we may prove 
With perfect virtue, perfect love.