sabato 17 maggio 2014

A Cesare e a Dio

Tiziano, Il tributo della moneta, 1568
Se si guarda alla cultura cattolica si potrebbe pensare che la condanna del benessere e del consumismo sia solo un capitolo della dura requisitoria della Chiesa contro la secolarizzazione e l’emersione di un’autono­ma dimensione laica; che la Chiesa sia turbata più dallo scollamento dalla gerarchia, dalla conquista di un’autonomia compiuta, di contro a quella octroyé della massima evangelica quae sunt Caesaris, Caesari: et quae sunt Dei, Deo, che dal benessere o dalla ricchezza in sé; e che, in questo contesto, la specificità del ‘consumo’ rientri solo incidentalmente. Le cose non sono così semplici. 
Fatto sta che l’atteggiamento della Chiesa rispetto a questi temi – corrispondente al lungo pontificato di Giovanni Paolo II – può generare l’impressione di «un salto indietro di grandi proporzioni rispetto al linguaggio, allo stile, all’amore con cui Paolo VI guardava all’uomo contemporaneo e ai traguardi che questo raggiunge progressivamente».[1] Facile concludere per un’estraneità dell’Oc­ciden­­­­­­­te al cuore del papa.[2] 
Ho accennato all’autonomia octroyé implicita nella massima evangelica che impone di dare a Dio e a Cesare. Il passaggio è stato interpretato piuttosto come il segno dell’assoluta originalità del cristianesimo. Questa capacità del cristianesimo di aprire al mondo e di riconoscergli un’auto­no­mi­a, questa «epifania del laicale»,[3] per dirla con Angelo Marchese, ne farebbe una religione sui generis. I cristiani sarebbero un tertium genus, distinto da gentili e giudei: «La laicità appare così come una tipica novità cristiana, che veramente poteva far pensare ai cristiani come a una terza razza (Tertulliano, Ai pagani, 1.8.1; Scorpiace 10, 10) nel panorama etnico del mondo romano antico».[4] Da ciò sarebbe derivata l’incapa­cità dell’autorità imperiale di comprendere le linee di condotta del cristiano, indisponibile a legare lealismo civico e culto pagano, in obbedienza al mos maiorum. La ‘desacralizzazione’ dell’a­uto­rità civile sarebbe dunque peculiare conseguenza della mentalità cristiana.
Prima di scorgervi un modello di ‘sana laicità’, bisognerebbe considerare che il passo evangelico, «seminale nel fondare la distinzione fra i poteri», è stato letto di sovente «in correlazione con il testo paolino (Rm 13,1)»[5] che fa derivare ogni autorità da Dio.
Non diversamente Schlier interpreta il processo romano di Gesù. A giudizio di Schlier, l’incontro di Gesù e Pilato è l’incontro del rappresentante del regno celeste di Dio e di quello terreno di Cesare, e cioè di due sovranità. Per la prima volta, afferma Schlier commentando il noto passo giovanneo, accanto alla sovranità dello Stato, «si può realmente parlare di una basileia, di una sovranità regale di Cristo».[6] E però, riconoscendo senz’altro il potere di Pilato, Gesù lo subordina a quello di Dio.[7] Commenta ancora Schlier: «È la sovranità della verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata».[8] Ecco perché l’autonomia riconosciuta al mondo secolare appare comunque octroyé.
Ciò che importa alla Chiesa è indubbiamente la salus animarum, ma è questa medesima preoccupazione a giustificare i suoi interventi nella sfera mondana e secolare. L’ordinamento canonico opera naturaliter in questa direzione.[9] 
Io credo, seguendo un’intuizione della Arendt, che la massima evangelica vada interpretata, a rovescio: non, dunque, come un riconoscimento dell’autonomia del mondo, bensì come una guarentigia contro la sua invadenza – contro l’invadenza della politica che letteralmente il mondo lo fa e lo agisce. «Il cristianesimo – scrive la Arendt – si interessa al governo secolare solo per difendere la propria libertà, per assicurarsi che i poteri esistenti permettano, tra le altre libertà, la libertà dalla politica»[10] – libertà che deve essere garantita a tutti i cristiani. 
Si può discutere se la secolarizzazione restituisca gli uomini al mondo, oppure no – e la Arendt propende per il no[11] – ma, ciò che è certo è che «il mondo libero […] intende per libertà non il ‘dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio’, ma il diritto di tutti di occuparsi di quegli affari che un tempo erano di esclusiva competenza di Cesare».[12] E poiché oggi gli ‘affari’ corrispondono, soprattutto, all’interesse economico, alla sua produzione e alla sua dispendio, ne consegue che il perseguimento di quelli mina irrimediabilmente alla radice la libertà cristiana (come libertà da). Il consumismo ‘occupa’ l’uomo e gli impedisce di adoperarsi per la salvezza della propria anima.[13]

Note

[1] C. Cardia, Karol Wojtyla: vittoria e tramonto, Donzelli, Roma 1994, p. 55.
[2] Cfr. ibidem. L’estraneità è piuttosto un velo sugli occhi, una sorda incomprensione da parte della Chiesa: «La ricchezza non è soltanto crassa accumulazione materiale o mera soddisfazione degli istinti inferiori, ma si traduce oggi per milioni di uomini in una vita più ricca di conoscenze, di affetti familiari, di solidarietà verso ogni forma di vita, di sfumature e di sensibilità un tempo sconosciute. È quindi, per usare il linguaggio e le categorie di Teilhard de Chardin, un salto qualitativo di inusitate dimensioni della noosfera e della psiche, dal momento che l’uomo ha appena cominciato a liberarsi dalle catene e dai bisogni che l’hanno sin qui limitato».
[3] Angelo Marchese, Il senso della laicità, Las, Roma 2006, p. 28.
[4] E. dal Covolo, F. Bergamelli, E. Zocca, M. G. Bianco (a cura di), Laici e laicità nei primi secoli della Chiesa, Paoline, Milano 1995, p. 152. A dire il vero, a giudizio di G. Sanders, Les galles et le goliat devant l’opinion chrétienne, in Hommages à MJ Vermaseren, Leiden 1978, III, 1062-1091, p. 1081: «Tertullien ait jamais compris la dénomination tertium genus dans le sens chrétien que lui prêtera une génération plus tard le Pseudo-Cyprien du ‘Comput pascal’. Il l’aurait plutôt entendue au sens injurieux que lui donnai un Alexandre Sévère pour désigner la race des eunuques ou, plus tard, une prudence en parlant des galles eux-mêmes». 
[5] P. Costa, ‘Imitatio imperii’ e ‘imitatio sacerdotii’. Morte e trasfigurazione di una celebre formula, in Aa. Vv., Laicità e stato di diritto, Giuffrè, Milano, 2007, p. 180. Chiaramente Cesare e Dio non sono sullo stesso piano: «Onore a Cesare in quanto Cesare, ma timore solo verso Dio» replica Donata al proconsole Saturnino in un passaggio degli Atti dei martiri di Scilli. (Atti dei martiri di Scilli 1-9, cit. in E. dal Covolo, F. Bergamelli, E. Zocca, M. G. Bianco (a cura di), Laici e laicità nei primi secoli della Chiesa, cit., 1995, p. 152).
[6] H. Schlier, Riflessioni sul Nuovo Testamento, Brescia 1969, p. 254.
[7] Cfr. Gv 19,11: «Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto».
[8] Proprio per questa ragione, prosegue H. Schlier, Riflessioni sul Nuovo Testamento, cit., p. 260, «[l]a neutralità [corsivo mio] assunta a principio di fronte alla testimonianza della verità distrugge lo stato e l’azione statale. Essa fa sorgere la paura, che rende incerto il compito politico e non obiettiva l’azione politica. Consegna necessariamente lo stato alle forze che lo strumentalizzano per distruggere la verità e rimettono a Cesare ogni speranza messianica. Pone il fondamento di uno stato che s’arroga il diritto di dispensare la salvezza, che nel suo totalitarismo politico, spirituale e metafisico è la personificazione della non verità». Ora, chi scrive interpreta piuttosto il passaggio giovanneo come l’innesto della tematica escatologica sulla storia; e d’altra parte pare difficile negare, da una prospettiva rigorosamente cristologica, che la condanna di Gesù appartenga al disegno di Dio e non alla cecità del potere politico. Afferma de la Potterie, La passione di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni. Testo e spirito, San Paolo Edizioni, Milano 1996, p. 98: «Nessuna teoria sull’origine del potere politico» è fatta valere qui da Gesù.
[9] Cfr. Codex Iuris canonici, can. 1752. Rileva G. Molteni Mastai Ferretti, Tra celeste e terrestre, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 71, trattando della ecclesiologia tomista: «La dorsale del discorso sulla natura della Chiesa si esplica […] in una precisa valutazione della natura e degli scopo del diritto canonico. L’ordinamento giuridico ecclesiale non costituisce fine in se stesso, ma è mezzo subordinato al fine primario della Chiesa: la gloria di Dio, la salus animarum. Ma la natura di mezzo dell’ordinamento canonico non toglie che – come tale – esso sia costitutivo ed ineliminabile per l’esistenza storica della Chiesa».
[10] H. Arendt, Religione e politica, in Archivio Arendt. 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, p. 146, corsivo nostro. Non diversamente A. Marchese, Il senso della laicità, cit., p. 16, per il quale «il clericalismo tendenzialmente misconosce l’autonomia delle espressioni laiche, umane e temporali; o per lo meno non riconosce ad esse se non un valore testuale e mediato dal religioso».
[11] Ad un primo stadio la perdita della certitudo salutis – è «la grandezza della scoperta di Max Weber» – ha comportato l’emergenza di «un’attività enorme, strettamente mondana» aliena da ogni cura e godimento del mondo, «un’attività la cui profonda motivazione, al contrario, è la preoccupazione e l’in­teresse per se stessi» (H. Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2005, p. 187). All’ethos religioso di marca calvinista (soprattutto), tanto alieno dal mondo, tanto ascetico, può farsi discendere quell’idea di vocazione professionale (quella nozione di Beruf così carica di implicazioni teologiche) e quella condotta di vita ‘crematistica’ che tanta parte hanno avuto nelle società capitalistiche anglosassoni e anglo-americane.
[12] H. Arendt, Vita activa, cit., p. 187.
[13] Per la Chiesa cattolica il consumismo-benessere allontana irrimediabilmente l’uomo da Dio. Secondo il teologo Baget Bozzo la metafisica del consumismo, scambiata erroneamente per una bieca forma di materialismo, è tutta interna alla dimensione ‘spirituale’: la scelta (lo scambio) che allora s’impone è tra la visione teologico-trascendente cristiana e la visione immanente, centrata sul presente, miope, realativistica, nichilistica. Cfr. la ricostruzione della posizione di Baget Bozzo in P. L. Trombetta, Il bricolage religioso, Sincretismo e nuova religiosità, Dedalo edizioni, Bari 2004, pp. 121 e ss.