martedì 20 maggio 2014

Fumi blu

Joan Miro
L’espressione tedesca blauer Dunst, letteralmente foschia, fumo blu, metaforicamente inganno, truffa, designa il romanticismo e, se vogliamo, la degradazione del romanticismo – la décadence, il nichilismo rinunciatario, bisognoso di consolazione (nostalgia, utopia, cristianesimo...). Ma se il romanticismo, che, non dimentichiamolo, è l’ultimo grande movimento spirituale, l’ultimo impegnato a salvare la tradizione (Benjamin) – se il romanticismo prende (anche) una simile piega, esponendosi al sarcasmo di uno Heine e di un Nietzsche, per citare solo la discendenza diretta – se dunque prende una simile piega è perché reagisce alla scoperta sua fondamentale, talvolta solo presentita: l’im­possibilità di una philosophia perennis. 
Ora, non per questo il romanticismo fu realmente un inganno o un abbaglio. Esso fu invece un’operazione lucida, un’o­perazione assai più consapevole di quanto generalmente non si ammetta. Che fosse intempestiva (inattuale)? Così la taccia ancora Walter Benjamin quando definisce il suo tentativo «prematuro» e foriero di «un’apertura assurdamente orgiastica di tutte le fonti segrete della tradizione che avrebbe inondato incessantemente l’umani­tà».[1] Di esso tentativo, nondimeno, venne sentita l’ur­gen­za che fu, insieme e tempestivamente, urgenza della sintesi, dove il passato è alimento (questo vale anche per il pensiero dialettico), e urgenza quotidiana del trionfo: la vittoria «à l’ordre du jour», scrive Novalis, «risultato dell’ar­te più misurata, più esatta».[2] Fu piuttosto quando credé il trionfo facile, la sintesi definitiva a portata di mano, il lavoro concluso – tentazioni queste, si badi bene, presenti sin dall’ini­zio – che il romanticismo prese quella piega conservatrice e reazionaria, svuotò i contenuti della sua propria intenzionalità, incappando nel Kitsch, o nello chic e nel poncif (per dirla con Baudelaire), nella cartapesta, nell’oleo­grafia, nel sogno pernicioso, dileguò nei fumi blu... 
La fumisteria romantica, il mostruoso, l’esotico, la macchina, il brutto, o eufemisticamente l’interessante[3] – tutto ciò, debbo ripetermi, era lì fin dal primordio. Ma il romanticismo – il complesso della poesia romantica, delle allegorie, delle metafore e delle similitudini – non giocava, come pure immaginava il nostro Leopardi, con gli artifici dell’incivilimento, con la scienza e con la metafisica per amore dell’effetto o del cattivo gusto.[4] Il Kitsch, l’ho già detto, sorse quando il romanticismo perdette il suo slancio. Finché non diede il suo progetto per accompli, il romanticismo restò ciò che era: il moderno. E come tale esso continua a interpellarci.

Note

[1] W. Benjamin, Lettere, Einaudi, Torino 1978, pp. 28-29.
[2] Novalis, Opera filosofica, Einaudi, Tornino 1993, vol. I, p. 261.
[3] Tutti grandi scopritori, questi romantici, «nel regno del sublime, e anche del brutto e dell’orrido, scopritori ancor più grandi nell’effetto, nel mettere in mostra, nell’arte delle vetrine [...] virtuosi in tutto e per tutto, con misteriosi accessi a tutto quanto seduce, attira, costringe, sconvolge, costituzionalmente ostili alla logica e alle linee rette, bramosi dell’inusita­to, dell’esotico, del colossale, del distorto», ecc (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano 1968 e 1977, p. 173).
[4] Cfr. G. Leopardi, Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, in Id., Opere, Mondadori, Milano 1988, p. 366.