mercoledì 21 maggio 2014

Gilgameš, dove ti affretti?

Gilgames ed Enkidu uccidono il Toro del cielo
Gilgameš è ‘l’uomo civilizzato’. Edificatore di templi, guerriero e avventuriero, per due terzi dio e per un terzo uomo, è il saggio sovrano di Uruk; ma ne è pure il tiranno. Troppa forza, troppa potenza, una specie di υβρις lo rendono molesto ai suoi sudditi, capriccioso; lo rendono atto alla battaglia, allo scontro, alla grande impresa; ne fanno un facitore di storia, un costruttore di memoria. Compiuto il suo lungo periplo, Gilgameš incide tutta la sua vicenda sopra una pietra.
Enkidu è ‘l’uomo naturale’. Sorto dalla terra, cascato dal cielo, non ha storia alcuna alle sue spalle. È tutt’uno con la natura; si accompagna agli animali selvaggi, alle fiere, di cui compendia le destrezze, la forza; gioisce dell’acqua come un infante, si nutre di erbe come le gazzelle e gioca burle all’uomo cacciatore. È l’amplesso con una donna, con una prostituta (o un’Eva), a renderlo uomo, a infondergli la conoscenza, a farlo transitare nell’età adulta, a renderlo consapevole. Enkidu perde così il suo pelo arruffato e si cosparge di olî, indossa le vesti di un uomo e pare uno sposo. Enkidu diviene anche debole perché i pensieri degli uomini sono in lui; e simile a un dio perché in lui alberga la saggezza. Per Enkidu si tratta ora di sfruttare la propria corrente evolutiva, di mutare la debolezza in forza e di misurarsi con gli altri uomini, con il più forte degli uomini e ciò a dire con Gilgameš.
Lo scontro e il sodalizio (l’amore omoerotico) con Gilgameš appaiono del tutto ovvi. Le imprese dei due eroi sono un’unica medesima impresa e risulta impossibile stabilire il contributo dell’uno o dell’altro nella vittoria. Paure, pianti e incertezze, slanci, eccessi e audacie appartengono all’uno e all’altro. Una medesima υβρις li conduce ad uccidere Humbaba, a sfidare Ištar, ad abbattere il Toro del cielo. Sono le gesta gloriose che rendono eterno il nome dei due eroi, le imprese che Gilgameš, stanco, esausto, incide sopra una pietra.
Ma questa baldanza tutta giovanile che sconfina nella tracotanza, questo desidero di lasciare, di incidere un segno, questa voglia di avventura e di supremazia – tutto questo non eclissa il destino umano, mortale di Gilgameš e di Enkidu. Anzi, è chiaro fin dall’inizio che il destino glorioso di Gilgameš accoglie la morte dell’eroe; e per una ragione banalissima: l’immortalità non gli è stata concessa. La morte di Enkidu, in questo senso, non è diversa dalla morte di Gilgameš: è la morte di tutti gli uomini – è afflizione e dolore, è il sonno dell’anima, è l’oscurità, è il verme che rode la carne.
Le reazioni di Enkidu e di Gilgameš di fronte alla morte sono espressione delle attitudini dei personaggi là dove questi sembrano differenziarsi. Enkidu rimpiange l’uscita dallo ‘stato di natura’, Gilgameš ha bisogno di un sovrappiù di conoscenza e s’incammina alla ricerca di Utnapištim, l’uomo a cui è stato concesso il privilegio della vita eterna, per interrogarlo sui vivi e sui morti. Ma né la nescienza né la superconoscenza, in quanto inattingibili, salveranno l’uomo. È quanto la ninfa Siduri appalesa a un Gilgameš ancora inesausto: «Gilgameš, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgameš, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua làvati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo».

Note

L’epopea di Gilgameš, a cura di N. K. Sandars, Milano, Adelphi, 1986, p. 134. Il che mi richiama alla memoria il seguente passaggio del Qohélet (mi avvalgo della bella traduzione di Guido Ceronetti, Milano, Adelphi, 2001): «Va’ mangia contento il tuo pane / Bevi con cuore grato il tuo vino / Questo che fai è gradito a Dio / Bianca sia la tua veste in ogni tempo / E non manchi di unguenti la tua testa / Passa la vita con una donna amata / Per tutti i giorni che vivrà il tuo soffio / Dato a te sotto il sole / Questo sia a te tra i vivi / Per la pena che soffri sotto il sole / Tutto quello la tua mano / Sarà capace di fare / Fàllo finché ne hai forza / Perché non c’è azione / Non c’è invenzione / Non c’è pensiero non c’è speranza / Nella terra dei Morti dove andrai» (Qo. 9. 7-10). Ed anche il seguente: «E io lodo il piacere / L’unico bene che ha l’uomo sotto il sole / È mangiare bere godere» (Qo. 8. 15).