mercoledì 7 maggio 2014

Ištar

Ištar, dea dell’amore e signora dei dolori e dei conflitti, come tutte le divinità della sofisticata mitologia babilonese (derivata da quella sumerica), esibisce due aspetti: - uno benevolo e uno malevolo. La notissima epopea di Gilgameš, tuttavia, ce la mostra quasi esclusivamente nel suo aspetto terribile e vindice. E così probabilmente rimane nella percezione del lettore moderno offrendo un pretesto per le letture ‘moralistiche’ della vicenda; non ultima quella di Lo Bue, dove Ištar, che pure è la dea della fecondità (!!), diviene «incarnazione del puro piacere, senza mutamento, senza bene, senza dono» (S. Lo Bue, La storia della poesia, Milano, Franco Angeli, 2000, vol. 1, p. 111). Ma un inno del 1600 a.C. (circa), che leggo nella bella introduzione di Sandars alla summenzionata epopea, ce la descrive così: «Riverite la regina delle donne, somma fra tutti gli dèi; di diletto e d’amore è vestita, è piena d’ardore, d’incantamento e voluttuosa gioia; dolci sono le sue labbra, nella sua bocca è la Vita, al suo cospetto si prova un gaudio infinito; com’è splendida col capo avvolto di veli, le forme leggiadre, i fulgidi occhi» (cit. in Introduzione a L’epopea di Gilgameš, Milano Adelphi, 1986, p. 37). Ištar ha un senso in virtù di questa sua ambiguità, di questa sua ricchezza, di questa sua pienezza, di questa sua policromia.