mercoledì 28 maggio 2014

Kant e il sogno nei limiti della semplice ragione

«Sie fragen mich, wo der Hang zu der jetzt so überhand nehmenden Schwärmerei herkommen möge, und wie diesem Übel abgeholfen werden könne? [Lei mi chiede donde provenga la tendenza oggi dilagante all’esaltazione e come sia possibile porre rimedio a questo male?]».[1] Così Kant a Ludwig Borowski all’inizio di marzo del 1790. Più serio che faceto, Kant, rilevando l’equipollenza tra le competenze dei medici del corpo (Leibärzte) e quelle dei medici del­l’anima (Seelenärzte), consigliava l’acqua fresca, ovvero prescrizioni solo dietetiche (Vorschriften nur diätetisch); e accusava la risaputa smania di leggere (Lesesucht) innescata dallo Sturm und Drang, dalla pubblicazione del Werther ecc. (A dire il vero non cita né lo Sturm und Drang né il romanzo goethiano, ma questi se ne stanno sullo sfondo e il vocabolo Lesesucht li indica in una qualche maniera). 
Di là dallo sprezzo per l’entusiasta (Schwärmer), di là dal raccomandato silenzio (Stillschweigen) sull’intera questione, la tendenza all’esaltazione (Schwärmerei) preoccupava Kant e il milieu illuminista berlinese. Johann Erich Biester, fondatore e direttore della Berlinische Monatsschrift s’era incaricato di presentare la situazione a un ancora titubante Kant – titubante sul­l’eventualità di un intervento – con una lettera (datata 11 maggio 1786): «È davvero molto strano ciò che da qualche tempo alcuni forestieri affermano circa il modo di pensare berlinese [über die Berlinische Denkungsart]». Biester si riferiva all’atteggiamento ostile di Jacobi e dei suoi supporters scaturito dalla nota controversia tra il medesimo Jacobi e Moses Mendelssohn. Senza entrare nel dettaglio, occorre ricordare che, proprio Jacobi, contro il razionalismo illuminista berlinese, faceva valere la pretesa di un «salto mortale» nella fede quale unico rimedio allo spinozimo (panteismo, ateismo) strisciante. Quell’atteggiamento da fanatico strillone (fanatische Schreier) «con le sue accuse di criptogesuitismo, papismo, eccetera, e con il suo contrabbando su larga scala» e, soprattutto, con la sua Schwärmerei, minacciava da vicino la libertà di pensiero.[2]
Basta contare le volte che nella lettera di Biester ricorre la parola Schwärmerei (fantasticheria, esaltazione) o la parola Schwärmer (visionario, sognatore, fanatico, esaltato). Jacobi & c. sono philosophischen Schwärmer, esaltati filosofici (p. 99), ed anche Genieschwärmer, geni esaltati, in senso deteriore (p. 101). Poche righe dopo Biester si felicita con Kant per «la sua decisione di spendere a tempo debito una parola su questa esaltazione filosofica [philosophische Schwärmerei]». Incombe infatti il pericolo che Jacobi, uno schwärmerischer Kopf, una testa esaltata (p. 104) – e per Mendelssohn, nella lettera al Nostro del 16 ottobre 1785 (p. 82), «un miscuglio assai bizzarro, un parto quasi mostruoso: la testa di Goethe, il corpo di Spinoza, e i piedi di Lavater» (si riferiva allo scritto Über die Lehre des Spinoza, in Briefen an Moses Mendelssohn) –, utilizzi Kant come un trampolino per quel salto mortale nella Schwärmerei: «Esaltazione tramite ateismo!», esclama Biester, Schwärmerei durch Atheismus! (p. 102).
Quanto le declinazioni sociali e politiche della libertà di pensiero (Freiheit im Denken) fossero annodate a quelle scientifiche e speculative, l’illuminista Kant, va da sé, non lo ignorava affatto. E nel breve e caldeggiato saggio Che cosa significa orientarsi nel pensiero (Was heißt sich im Denken orientieren?), apparso sulla già citata Berlinische Monatsschrift, nel numero di ottobre del 1786, tracciava un interessante quadro entro le coordinate della sua filosofia della storia, partendo dalla fondamentale premessa che pensare correttamente significa pensare «in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri e che ci comunicano i loro» (p. 62).[3]
Il punto di partenza di un percorso che conduce inevitabilmente all’autoritarismo e alla abolizione della libertà di pensiero è costituito proprio – guarda caso! – dalla Schwärmerei. È il genio – dello stesso genere di cui parlava Biester, dunque un sognatore! – ad abbandonare per primo il filo (Faden) della ragione (Vernunft) in un autoinnamoramento pernicioso, e a coinvolgere o incantare gli altri col proprio sogno, la propria fantasticheria (la Schwärmerei appunto); perché al sogno si legano sempre große Erwartungen, grandi aspettative (ci piace accostare tutto ciò ancora a Simone Weil e alla sua Venezia salva). Ma poiché ciascuno finisce per seguire la propria ispirazione (Eingebung), ecco prodursi la babele delle lingue (Sprachverwirrung) e imporsi i fatti (Fakta) e le tradizioni (Traditionen). Breviter: è «la totale sottomissione della ragione ai dati di fatto, ovvero la superstizione [Aberglaube]» (p. 64). A questo punto è la ragione a ribellarsi e in questa ribellione si rivela perniciosa tanto quanto la Schwärmerei, ancorché sia proprio quest’ultima ad averla resa tale. La ragione speculativa abusa della propria indipendenza (Unabhängigkeit) e persuasa che si debba ammettere «solo ciò che si può giustificare in base a fondamenti oggettivi e a convinzioni dogmatiche», respinge tutto il resto. Essa respinge così il suo proprio stesso bisogno (Bedürfnis) – il bisogno soggettivo di una fede razionale – e incontra la propria incredulità (Unglaube) e il libertinismo (Freigeisterei). In conseguenza di ciò «entra in gioco l’autorità [Obrigkeit], preoccupata che la stessa vita sociale non cada nel disordine più assoluto; e poiché il metodo più spiccio e deciso è per lei giusto il migliore, essa sopprime totalmente la libertà di pensiero [Freiheit im Denken]» (p. 65).
Tutta colpa dei sognatori dunque (ironicamente «Günstlinge der gütigen Natur», favoriti della benigna natura). Contestando alla ragione «il privilegio di fungere da pietra di paragone della verità», ammonisce daccapo Kant nella chiusa del suo articolo, essi privano gli amici dell’umanità (Freunde des Menschengeschlechts) – e ciò a dire i gemeine Menschen, la gente comune – della possibilità di «servirsi della propria libertà in maniera conforme alla legge [e] cioè finalizzata al bene del mondo» (p. 66).
L’ottimismo di maniera di tanto illuminismo appare qui (e altrove) superato. Pure Kant non intende rinunciar a una finalizzazione della storia, a quella che, nello scritto Der Streit der Fakultäten (1798) avrebbe chiamato una storia (Menschengeschichte) predittiva (vorhersagende) e profetizzante (wahrsagende) e però natürlich,[4] consapevole delle enormi difficoltà di un itinerario per così dire post-diluviale nella universale indigenza. «Muoio per manifesto miglioramento» potrebbe dire col malato curato dal medico benevolmente rassicurante l’uomo liberale gettando uno sguardo agli atlanti; e tuttavia, si sa, Sero sapiunt Phryges, tardi sono i Frigi nell’apprendere: «Le conseguenze dolorose della guerra attuale – prosegue Kant – possono imporre a colui che fa pronostici politici l’ammissione di una svolta imminente del genere umano verso il meglio» (p. 293).[5]
Viene così in primo piano questa idea dell’orientamento nel pensiero che funge un po’ da acqua gommata, da legante di tutti gli argomenti irrecusabili (peraltro già affiorati nella nostra discussione): quello del limite dell’esperienza mondana, di ogni esperienza possibile (Che cosa significa orientarsi…, p. 49), e del pericolo insito nel suo superamento, nella pura sfacciataggine (Vorwitz), nel sogno del visionario (per parafrasare un noto titolo kantiano), nella chimera, nella fantasticheria (Träumerei) (pp. 51-52); quello dell’autonomia della ragione e dell’uomo e cioè  il prometeismo kantiano come lo chiamava Hamann);[6] quello della sterilità di un pensare sistematico e del bisogno razionale ma soggettivo del sovrasensibile (giacché «non importa se essa [la ragione] nella ricerca dei suoi principi, venga guidata da una cognizione oppure da un mero bisogno e dalla massima della propria convenienza» ‹ibid.›); dunque il tema di una fede razionale (Vernunftglauben) basata «sui contenuti della ragione pura» che guidi la ragione medesima pur non costituendo mai un sapere (Wissen) (p. 57). Ciò che consente a Kant di respingere la Rivelazione (Offenbarung) e ogni forma di misticismo, giacché il concetto di Dio e della sua esistenza «non ci vengono forniti in anticipo né da un’ispirazione [Eingebung] né da una novella [Nachricht] comunicataci da un’autorità, per quanto grande» (p. 59), ma anche di dirne «un mucchio [Haufen] di douceurs» come scriveva Hamann a Jacobi il 15 marzo 1786 da Königsberg.[7]
L’Oriente del pensiero (segnavia e bussola, Wegweiser e Kompaß) è dunque questa fede razionale; essa è la formula che permette all’homme moralisé la stesura della carta topografica, la tessitura dell’arazzo della propria esistenza, della figura o via (Weg) «perfettamente adeguata […] all’intero fine della sua destinazione [Bestimmung]» (p. 59), il suo incontro con gli oggetti sovrannaturali (übersinnlicher Gegenstände). Tutto ciò, bisogna ribadirlo, non costituisce un sapere e corrisponde a quell’uso regolativo delle idee di ragione previsto da Kant nell’Appendice alla dialettica trascendentale
Un sogno dimidiato, ma pur sempre un sogno.


Note

[1]  I. Kant, Werke, Berlin, B. Cassirer, 1923, vol. X, p. 12. Trad. it in Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Milano, Adelphi, 1996, p. 118.
[2] Il lettore troverà la lettera di Biester in I. Kant, Werke, Berlin, B. Cassirer, 1923, vol. IX, pp. 306 e ss. Per la trad. it cfr. sempre Che cosa significa orientarsi nel pensiero, cit., p. 100 e ss.
[3]  I. Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, cit., p. 62. D’ora in avanti il numero delle pagine seguirà la citazione tra parentesi nel testo. Ho consultato il testo originale in I. Kant, Werke, Berlin, B. Cassirer, 1922, vol. IV, pp. 349 e ss. 
[4]  Cfr. I. Kant, Il conflitto delle facoltà, in Scritti di filosofia della religione, Milano, Mursia, 1989, p. 282. Ho consultato il testo originale in I. Kant, Werke, Berlin, B. Cassirer, 1922, vol. VII, pp. 391 e ss.
[5]  Per restare al saggio sull’orientarsi, Kant, nell’ultima nota in calce, sottilizza su quanto laborioso sia illuminare un’epoca piuttosto che un singolo.
[6] E contenuto, per esempio, tutto nella seguente frase: «La pietra ultima di paragone per stabilire l’ammissibilità di un giudizio va cercata esclusivamente nella ragione [allein in der Vernunft]» (p. 56).
[7]  J. G. Hamann, Briefwechsel mit Friedrich Heinrich Jacobi, Gotha, Perthes, 1868, p. 265.