martedì 13 maggio 2014

Suoni pitturali

Il Discours préliminaire de l’Encyclopédie assegna alla musica il consueto ultimo posto nella gerarchia della arti:

Infine la musica, che parla allo stesso tempo all’immaginazione e ai sensi, tiene l’ultimo posto nella gerarchia dell’imitazione; non che la sua imitazione sia meno perfetta negli oggetti che si propone di rappresentare, ma perché sembra limitata finora a un piccolo numero di immagini; ciò che si deve meno attribuire alla sua propria natura, che alla carenza dell’invenzione e delle risorse nella maggior parte di quelli che la coltivano.[1] 

A giustificare la posizione nella gerarchia c’è la ristretta capacità di mimesi, un’asma della fantasmagoria immaginifica, un’insufficienza tecnica che è bensì possibile imputare alla mancanza di talento dei musicisti, alla giovane età dell’arte dei suoni – ad uno stadio infantile ancora all’epoca di Lully[2] –; ma anche, e soprattutto, all’umiltà delle origini – un’umiltà da riscattare. 
La musica, infatti, 

che nella sua origine era forse destinata a rappresentare soltanto il rumore, è diventata, poco a poco, una specie di discorso o anche di lingua, con la quale si esprimono i diversi sentimenti del cuore o meglio le sue diverse passioni (DP., p. 103). 

All’inizio non c’è che il rumore, l’onoma­topea come grado zero della musica. Piano piano la musica acquisisce la proprietà della lingua, delle parole, di significare qualcosa, di esprimere qualcosa; non idee di oggetti ma idee di stati dell’anima, di stati interiori. Queste idee degli stati interiori – delle passioni – sono precisamente ciò che la musica, allo stato attuale, è in grado di esprimere. 
Ma non è questo ancora un limite? Non è un limite che la musica si riduca ad esprimere l’idea di una passione, un’idea priva di un contenuto rappresentativo, un’idea accessoria, per dirla con i logiciens di Port-Royal? «Perché ridurre questa e­spres­sione alle sole passioni e non estenderla, per quanto è possibile, fino alle sensazioni stesse?» 
La posizione d’Alembert, ispirata ai principi di un empirismo estetico, domanda alla musica di sperimentare precisamente in questa direzione. Basta partire dalla semplice constatazione che 

sebbene le percezioni che riceviamo dai diversi organi differiscano tra loro quanto i rispettivi oggetti, possiamo tuttavia compararle mediante il piacere o il turbamento che mettono nel nostro animo. Un oggetto spaventoso, un rumore terribile producono ciascuno in noi un’emozione mediante la quale possiamo fino ad un certo punto avvicinarli e che designiamo spesso, nell’uno e nell’altro caso, o con lo stesso nome o con sinonimi.

Basta partire da qui, da quest’esperien­za; ai musicisti si chiede solo un po’ di coraggio: 

Non vedo dunque perché un musicista che avesse a dipingere un oggetto spaventoso non potrebbe riuscirvi cercando nella natura la specie di rumore che può produrre in noi l’emozione più simile a quella che questo stesso oggetto vi stimola (DP., pp. 103-104). 

Concediamo che la faccenda è alquanto complicata perché sono in gioco oggetti, emozioni e segni. La fenomenologia dell’emo­zio­ne ci presenta le parentele e le somiglianze fra le emozioni. È la premessa della loro surrogabilità entro certi limiti. Questa surrogabilità può essere messa a profitto dal musicista. Come dipingere in musica un oggetto spaventoso? Cercando in natura un suono che produca un’emozione similare, cosicché l’emozione che esso suscita in noi possa svolgere la funzione di segno dell’e­mozione che susciterebbe l’oggetto spaventoso. 
Ecco come, a giudizio di d’Alembert, la musica potrebbe arrivare a dipingere anche gli oggetti. Non si discute sul fatto che la musica sia pitturale:[3] allo stato attuale essa già dipinge gli affetti; si tratta di potenziare i suoi mezzi tecnici, di farla progredire abbastanza perché possa dipingere tutta la belle nature.[4]

(Lorenzo Leone)
www.appiasnero.it

Note

[1] Jean Le Rond d’Alembert, Discours préliminaire de l’Encyclopédie, Vrin, 2000, p. 103, trad. mia (d’ora innanzi cito direttamente nel testo con la sigla DP.).
[2] Cfr. Jean Le Rond d’Alembert, De la liberté de la musique (1760), tr. it. La libertà della Musica, Roma, Signorelli, 1993.
[3] «Qualsiasi musica che non dipinga nulla è soltanto un rumore; e, senza la pratica che ‘denatura’ tutto, essa non farebbe più piacere di un seguito di parole armoniose sonore private di ordine e di collegamento» (DP., p. 104).
[4] Il classicismo ne faceva la norma fondamentale dell’arte: le belle arti, insegnava l’abate Batteux, sono imitazione della belle nature.