mercoledì 18 giugno 2014

A causa di questa vibrazione...

Michel Foucault racconta che l’idea di una raccolta – o di un erbario come lo chiama – di notizie attorno alla vita di uomini singolari, folli, infami, gli venne il giorno in cui gli capitò di leggere alla Bibliothèque Nationale un paio di notizie (una la riporto sotto) contenute in un registro di internamento del XVIII secolo. Documenti non dissimili, insiste Foucault, gli avevano suggerito parecchi anni prima la stesura della celebre Storia della follia (1961). L’antologia intitolata La vita degli uomini infami (1977), indulge ancora il filosofo, nasceva da una medesima impressione fisica o vibrazione – «C’est sans doute à cause de cette vibration […]» – di fronte alla forza icastica di questi piccoli testi in cui divampa e si consuma la vita di emarginati, di miserabili. Ma ecco la notizia promessa sopra, scintilla e fomite dell’iniziativa foucaultiana: «Mathurin Milan, mis à l’hôpital de Charenton le 31 août 1707: ‘Sa folie a toujours été de se cacher à sa famille, de mener à la campagne une vie obscure, d’avoir des procès, de prêter à usure et à fonds perdu, de promener son pauvre esprit dans des routes inconnues, et de se croire capable des-plus grands emplois’».[1]
Possiamo certamente far nostri, di là dallo stupore, gli interrogativi che il filosofo si pone: donde nasce la preoccupazione per un usuraio lunatico? Perché impedire a taluni di andare a zonzo per strade sconosciute? La risposta sta nel sistema o nel dispositivo di potere sorto alla fine del XVII secolo; sistema – o dispositivo – che ha prodotto o sfruttato procedimenti e prassi quali la denuncia, la querela, l’inchiesta, il rapporto di spionaggio, l’interrogatorio (l’elenco è di Foucault). Se il potere politico e amministrativo si occupa di un usuraio bisbetico o di un ubriacone violento, di un marito infedele ecc., è perché tale potere e la vita ordinaria e quotidiana delle persone trovano un punto d’incontro, un luogo d’incontro, un palcoscenico e un linguaggio comuni. Le suppliche, le lettres de cachet, le ordinanze reali, l’internamento, i rapporti di polizia (anche questo elenco è di Foucault) sono l’armamentario complicato e minaccioso di questo rendez-vous per nulla sporadico tra il potere e il quotidiano delle persone.
Abbiamo detto punto di incontro. Non bisogna pensare, in effetti, che il potere si abbatta come una folgore, o come un’aquila, sul quotidiano. Le lettres de cachet sono le risposte alle suppliche, alle richieste che persone comuni rivolgono al monarca; mettono in moto tutto un meccanismo amministrativo-poliziesco ma l’impulso proviene dal basso: da una moglie infelice, da un padre vilipeso, da un parroco sdegnato, dalle rabbie e dalle paure, dalle miserie della gente comune.
Il monarca accanto al popolano, sullo stesso palcoscenico, per una stessa messinscena! Ovviamente questo incontro ‘astratto’ e incredibile, eppure consueto e tangibile negli effetti, temibilmente tangibile, accoglie inevitabili disparità, la più notevole delle quali risiede nel linguaggio. Proviene da qui tutta quella retorica esornativa della supplica, dell’invettiva, della rappresentazione, del responso: volgendosi al sovrano, «il discorso politico della banalità non poteva essere che solenne» (p. 237). E tuttavia questo linguaggio tradisce anche la rozzezza, la violenza, le collere e i tumulti degli animi umili, plebei, da cui parte l’appello alla forza del potere. Scrive Foucault: «Una vibrazione [vibration] e un’intensità selvaggia fanno vacillare le regole di questo discorso affettato e si fanno strada con le maniere di dire loro proprie» (p. 258).
E così, in qualche modo, torniamo alla vibrazione essenziale da cui abbiamo preso, con Foucault, le mosse… La ripetizione della parola vibration non è, immagino, dovuta al caso. Vien fatto di pensare che la ‘vibrazione’ collerica e violenta di quelle esistenze anonime e plebee, scavalcando i secoli, raggiunga il filosofo nella Bibliothèque Nationale. C’è però un altro fatto da tenere in considerazione. Questi testi, i testi che il filosofo raccoglie a causa della vibrazione che suscitano in lui, perché gli afferrano lo stomaco, riecheggiano Racine, Bossuet, Crébillon (a dircelo è lo stesso Foucault).[2] Detto altrimenti, sono dotati di una loro qualità letteraria, sono ‘letterarî’; e questo ingrediente si compone con il primo. Foucault confessa il suo imbarazzo: «Confesso – scrive – che queste ‘novelle’ […] hanno scosso in me più fibre di quanto non possa fare quella che normalmente si chiama letteratura, senza che io possa dire se mi ha commosso maggiormente la bellezza di questo stile classico […] o invece gli eccessi, la mescolanza di oscura ostinazione e di scelleratezza di queste vite» (p. 246).
Il fatto che Foucault si sia lasciato sedurre da questi testi pseudo-letterari non è un mancanza, un cedimento all’estetismo. L’entusiasmo, l’inquietudine l’engagement intellettuali non ne vengono menomati. Non sarà un caso che la ricognizione si concluda con una parentesi – che ha un po’ il sapore di una perorazione – sulla letteratura. Se la letteratura è organica al «grande sistema di costrizione mediante il quale l’Occidente ha obbligato il quotidiano a mettersi in discorso», essa si è tuttavia schierata generalmente dalla parte della rivolta e della trasgressione: «Più che qualunque altra forma di linguaggio essa rimane il discorso dell’‘infamia’: a essa spetta dire il più indicibile – il peggiore, il più segreto, il più intollerabile, lo spudorato» (p. 261).


Note

[1] Il lettore troverà il testo che commentiamo in Archivio Foucault II, Milano, Feltrinelli, 1997, pp. 245 e ss. Di seguito la traduzione del passaggio testé citato (p. 246): «Mathurin Milan, messo all’ospedale di Charenton il 31 agosto 1707: ‘La sua pazzia è sempre stata di nascondersi alla famiglia, di condurre in campagna una vita oscura, di subire dei processi, di concedere dei prestiti a usura e a fondo perduto, di portare a spasso il suo povero spirito per strade sconosciute, e di credersi capace delle cose più grandi’».
[2] Cfr. p. 258.