mercoledì 25 giugno 2014

La passione di Michel Foucault

Il 25 giugno di trent’anni fa scompariva Michel Foucault. Chi era Foucault? Per ricordarlo e per “raccontarlo”, non mi pare inutile far uscire la recensione al libro di James Miller (non esattamente una biografia, non esattamente una monografia) che stilai dodici anni fa e che per ragioni “imponderabili” non trovò modo di essere pubblicata.  

Con il titolo La passione di Michel Foucault,[1] James Miller[2] propone uno studio curiosamente ibrido, a mezza strada tra la biografia e la monografia, sul più celebre filosofo nietzschéen della nostra epoca.
Miller ricorda che l’idea di un libro che raccogliesse episodi della vita di Foucault e analisi delle sue opere gli passò per la mente la prima volta quando venne a conoscenza di una infamante diceria che, a pochi anni dalla morte, avvenuta il 25 giugno 1984, girava sul conto del filosofo francese. Secondo tale diceria Foucault, già malato di AIDS, e consapevole di esserlo, avrebbe frequentato le saune gay di San Francisco esponendo i suoi partner occasionali al rischio del contagio. Sebbene completamente infondata, racconta Miller nel suo Post scriptum, fu proprio questa diceria a spingerlo a interrogarsi su quel concetto di “esperienza-limite” che tanta importanza ha Foucault e che Foucault aveva mutuato soprattutto da Bataille (altro eminente nietzschéen).
Miller è convinto che Foucault avesse preso “in modo assai serio, sotto certi aspetti anche più seriamente di Nietzsche, l’ingiunzione di diventare ciò che si è”. Ne è talmente convinto che la assume a mo’ di epigrafe gnomica dell’attività del filosofo francese. Secondo Miller, l’“esperienza-limite” non è semplicemente il tema di una ricerca intellettuale e accademica; secondo Miller, Foucault tenne dietro, per tutta la sua vita e per quanto gli fu possibile, alle esperienze-limite: le cercò nelle droghe, nel suicidio (che tentò nel ’48), nell’erotismo sadomasochista e forse nell’AIDS. La passione di Michel Foucault obbedisce a una natura erotica e thanatosica; avvolge il personaggio di un’aura di maledettismo filosofico.
A questo punto è ovvio che l’A. ponga l’accento sulle influenze che maggiormente confortano la sua tesi: non Canguilhem, Dumézil, Hyppolite, Husserl, Bachelard, al cui insegnamento Foucault si era direttamente o indirettamente formato, ma Sade, Nietzsche, Bataille, Blanchot, Klossowski, Artaud. È facile immaginare, anche per chi conosce solo sommariamente l’opera del francese, come tutto questo si rifletta sull’esegesi dei testi. Studi come Histoire de la folie, Surveiller et punir, La Volonté de savoir vengono catturati in una rete di allusioni. Secondo Miller in Naissance de la clinique Foucault “storicizzava” la sua ossessione per la morte; in Histoire de la folie, “esorcizzava” la propria personale follia; e come non ritrovare il gusto per la “dominazione”, il “controllo” e la “punizione”, propri delle pratiche S/M, in un libro come Surveiller et punir?
Il libro di Miller rischia di lasciare perplesso più di un lettore. I dubbi, peraltro, si addensano proprio attorno alla tesi fondamentale del libro: quest’idea che l’opera di Foucault possa trovare un principio di intelligibilità nell’esperienza personale e, in particolare, nella sessualità dell’uomo Foucault, nelle sue predilezioni per l’erotismo sadomasochista o semplicemente omosessuale, sta veramente in piedi? E l’insistenza sulle abitudini sessuali non rischia di limitare la portata delle idee di uno dei maggiori filosofi del secolo che si è appena chiuso?
In effetti, il testo di Miller, ce lo dice lui stesso, è stato tacciato persino di omofobia. Si tratta di una polemica molto yankee, di una polemica antisessista come solo se ne fanno oltre Atlantico e di una polemica per noi poco comprensibile, vista l’assenza di una qualsivoglia ostilità dello scrittore per gli omosessuali. Omofobia sì, omofobia no, Foucault per primo non avrebbe gradito che le sue ricerche fossero collocate nel raggio d’azione di una sessualità eterodossa. E quello di Miller, come ha notato più di un critico, è un autentico Ecce homo! Ma soprattutto, ciò che a noi importa di più, l’A. può essere accusato di “dilettantismo filosofico” o quantomeno di una certa “superficialità” nella trattazione dei contenuti specificatamente filosofici.
E tuttavia, di là dalla tesi alquanto temeraria che lo informa, e di là dal dilettantismo, il libro di Miller è molto interessante. Soprattutto offre un panorama molto ricco della vitale intellettualità francese, e non solo francese, del XX secolo: registra puntualmente la dittatura intellettuale di Sarte e le influenze richiamate sopra; chiama in causa gli “amici” e i “nemici” del filosofo francese (Deleuze, Guattari, Derrida, Habermas, su su fino ai cosiddetti nouveaux philosophes); tratteggia brillantemente, con stile giornalistico, il clima degli anni della contestazione e del dopo contestazione. Insomma, abbiamo un quadro veramente esaustivo del clima culturale e degli interessi di Foucault nei circa tre decenni della sua attività. Credo sia questo il maggiore contributo del testo di Miller in un panorama editoriale (mi riferisco al panorama italiano) costellato da una miriade di contributi che, con l’esclusione della recente monografia di Stefano Catucci, dello studio di José G. Merquior, in larga parte ostile, e del meraviglioso saggio di Gilles Deleuze, in misura maggiore o minore illustrano temi specifici della ricerca foucaultiana.


Note

[1] James Miller, La passione di Michel Foucault (The Passion of Michel Foucault), tr. it. Elena Campominosi, Longanesi, Milano 1994, pp. 553.

[2] James Miller è critico letterario e musicale.  Insegna alla New School for Social Research. Tra i suoi saggi ricordiamo Democracy Is in the Streets.