venerdì 27 giugno 2014

Squerloz lo squinternato (su un personaggio di Goffredo Parise)

Mi domando se nel personaggio di Squerloz, lo strambo costruttore di barche di Il ragazzo morto e le comete (Milano, Adelphi, 2006), il giovanissimo Goffredo Parise non intendesse rappresentare la follia, l’uomo uscito folle. (Ma contano le effettive intenzioni dell’autore?). Strambi, è vero, lo sono un po’ tutti i personaggi di questo romanzo d’esordio dello scrittore veneto; tuttavia, e se così posso esprimermi, Squerloz raccoglie in sé tutti i semi della follia. Voglio indicare qualcuno di questi ‘rivelatori’.
Intanto questa sua claustrofilia che lo spinge a murarsi in una cantina e a meditare il proprio interramento, la propria inumazione (chiara allusione al suicidio), è già chiaramente il segnale di una sconnessione dal mondo. Nel buco dove dimora egli rinchiude in soprappiù degli animali (un barbagianni, una vecchia civetta e un topo bianco). Squerloz è un grande innamorato delle bestie, ma il suo innamoramento è eccentrico, non prevede cure, l’accudimento si limita alla clausura. Si direbbe che il campo d’azione di questi animali non abbia una configurazione zoomorfica: i resti del topo vengono conservati in una scatola di latta sigillata dalla cera, gli occhi della civetta e del barbagianni vengono apprezzati perché la notte sembrano «altre cose» (p. 18). Soddisfatto dei suoi uccelli notturni, Squerloz vorrebbe un pappagallo colorato per il giorno perché completerebbe l’arredo. E quando infine riesce a trascinare una ragazza (la giovane Edera) nella sua stanza, dopo averla spogliata, la riveste dei suoi pennuti (p. 60).
Per terzo, la pretesa che le cose siano come le ha immaginate. Non c'è dimostrazione che tenga e la follia non tituba (sorta di tracotanza ontologica). Così il topo morto, perché tutti i segni ne confermano il decesso, torna a vivere, e se il giovane amico del nostro mattoide non ne comprende la ragione è per mancanza di esperienza: «Il topo è sbucato fuori e tu hai visto è quello vecchio; capisci, caro, quanta poca esperienza hai?». Non ha alcun senso domandarsi a quale esperienza Squerloz si richiami. «Purtroppo – constata ironicamente l’autore – questa è una conversazione interrotta dal brusio di tante altre voci impreviste» (p. 23).
Nell’abbigliamento, nella complessione e nella gestualità di Squerloz riconosciamo i tratti dell'eccentrico, dello squinternato o di una sua caricatura (si tratta pur sempre di stereotipi). Porta una barba a punta, inforca occhiali a pince-nez o un monocolo, indossa il pastrano di un soldato straniero, calzoni di pigiama, calza sandali, in testa porta un colbacco. Benché probabilmente misantropo, s’intrufola nella sala da ballo per nascondersi sotto il banco del guardaroba: «Quando il maestro di ballo lo scorge vorrebbe cacciarlo via ma non fa in tempo perché lui, più lesto, sgattaiola da sotto il banco: con i due piedi e una mano per terra e con l’altra mano che percuote una coscia, Squerloz se ne va; in questo modo scende le scale al buio, fino alla cantina» (p. 17). E quando gli regalano un pavone, lo assicura sopra la testa con una cordicella legata al collo.
Da ultimo, Squerloz vive a contatto con l’acqua.[1] C’è una strana parentela tra l’acqua e la follia. I valori ambigui dell’acqua, scriveva Foucault, sono «stati da tempo usati per essa, contro di essa» (‘L’acqua e la follia’ in Archivio Foucault I, Milano, Feltrinelli, 1996, p. 74). L’acqua in tutte le sue forme (liquida, gassosa, solida, come vapore, come bruma, come umidità ecc.) rende conto della follia in tanti sensi: è fattore eziologico, è cura (l’idroterapia sotto forma di bagni caldi o freddi, di docce ecc), infine, e soprattutto, ne è l’immagine. La spelonca di Squerloz, costruttore di barche, è al livello dell’acqua. Il primo tentativo di suicidio di questo personaggio avviene nel fango, nella melma.
Mi interrompo qui. Ho lasciato intendere che le effettive intenzioni dell’autore non avessero importanza. In effetti ciò che importa è il (con)testo, il testo come scrittura, come cultura, come mitologia, il testo dei cui effetti bisogna tenere conto.

Note


[1] Il ragazzo morto e le comete, dice Silvio Perrella nella sua postfazione, «è un libro liquido, immerso nel liquido placentare». Prosegue Perrella: «Andrea Zanzotto ha paragonato la vita intuitiva ed espressiva di Parise a quella del ‘sughero che ondeggia sul cupo liquor dell’esistenza facendosi spia delle correnti nascoste che lo travagliano’» (p. 170).