giovedì 26 giugno 2014

Sul compito del ricercatore sociale

«A uno che ha fama di avere una cultura universale, resta un’unica grande chance nella vita: non averla».[1] Fra poco sarà chiaro il senso di questa citazione. Il sociologo Carlo Bordoni, sul Corriere (cfr. http://lettura.corriere.it/la-sociologia-e-morta-e-rinata/), ci racconta della crisi della sociologia, «ultimamente ridotta a ruolo ancillare [?] con le sue incerte previsioni politiche». «Scienza démodée, osservatrice passiva della realtà», avrebbe fallito sul campo, alla prova dei cosiddetti fatti (che non avrebbe saputo prevedere).
Bordoni ci dice che le tentazioni predittive (ma quale scienza non le nutre?), le potenzialità visionarie enfatizzate da Charles Wright Mills nel 1959 in un celebre libro, L’immaginazione sociologica (che a questo punto dobbiamo considerare un tantino azzardato), avrebbero un ostacolo nella cautela di un Durkheim e di un Weber (e cioè dei padri fondatori delle scienze sociali). Weber, soprattutto, si preoccupò di escludere «da questa nuova scienza, così fragile e acerba, ogni tentazione di esprimere giudizi di valore».
Ma che c’entrano i giudizi di valore con gli enunciati predittivi? Che questi ultimi si siano ritrovati falsificati dai fatti non depone a sfavore della sociologia. L’epistemologia ci ha insegnato che le teorie hanno una resistenza, che vengono sostituite quando ne emergono di nuove ecc. Altra faccenda è quella di una sociologia diciamo così ideologicamente orientata, strumento di indirizzo e di controllo sociale. Dove e come fallisce (o muore) la sociologia? Sul piano del metodo o su quello ideologico (quando è presente)?
Bordoni si scorda di dircelo (o di distinguere). Ci dice invece che Bauman, il grande vecchio della sociologia, «con un colpo di teatro, esclude ogni finalità di previsione dalla sociologia» facendone una scienza «per immaginare un futuro alternativo». Non ho letto il colpo di teatro di Bauman (si tratta di un libro intervista uscito quest’anno), ma mi pare di capire che egli assegni alla sociologia un compito critico. Il che non esclude affatto la capacità di prevedere il futuro e di indirizzare gli uomini, ma esattamente il contrario. Inoltre non siamo lontani (tutt’altro) dal compito (ideologico?) che il corpulento Mills assegnava alla sociologia nel suo libro del 1959. Leggiamo infatti il seguente passaggio: «L’immaginazione sociologica permette a chi la possiede di vedere e valutare il grande contesto dei fatti storici nei suoi riflessi sulla vita interiore e sul comportamento esteriore di tutta una serie di categorie umane. Gli permette di capire perché, nel caos dell’esperienza quotidiana, gli individui si formino un’idea falsa della loro posizione sociale […] Riconduce in tal modo il disagio personale dei singoli a turbamenti oggettivi della società e trasforma la pubblica indifferenza in interesse per i problemi pubblici».[2] Che ci tocchi recuperare Mills?
Mi pare tuttavia di capire che per Bordoni (e per Bauman) sia proprio questa la strada che consente alla sociologia di rinascere, di mettersi al servizio degli uomini: «La sua utilità sociale […] è proprio quella di mettere l’uomo in condizione di conoscere e quindi di scegliere di guadagnare la sua utilità sociale». Il sociologo è un «rivelatore» di ciò che è stato occultato (ancora Mills!). Insomma, alla fine avremmo una sociologia che rifiutando di sottomettersi alle imprese, ai politici, alle chiese (qualche pagina di Bauman l’ho letta in verità) finisce per collocarsi ideologicamente da qualche parte, per abbracciare un umanismo, un filantropismo (il che va benissimo purché se ne abbia coscienza).
Ma io credo che Bordoni perda tuttavia l’essenziale dell’argomento di Bauman (se guardo all’introduzione italiana all’intervista col grande sociologo). Una sociologia al servizio dell’uomo (dello sfruttato, del debole) deve attrezzarsi. Detto altrimenti, una sociologia che s’immagini come scienza della libertà deve diventare «esercizio, metodologicamente qualificato di riflessività, cioè di relazionalità».[3]
Tutto ciò mi ricorda la posizione critica che Michel Foucault assunse negli anni Settanta. All’intellettuale universale, maître di verità,[4] egli contrapponeva «l’intellettuale specifico», l’intellettuale che lavora negli ospedali, nelle carceri, nella scuola, a contatto con le famiglie, l’intellettuale che ha guadagnato coscienza concreta dei problemi e delle lotte.[5]


 Note

[1] Karl Kraus, Essere uomini è uno sbaglio, Torino, Einaudi, 2012, p. 16.
[2] Cit. nella Prefazione di Marco Santoro a Andrew Abbott, I metodi della scoperta. Come trovare delle buone idee nelle scienze sociali, Milano, Bruno Mondadori, 2007 p. XIV.
[3] Introduzione italiana a Z. Bauman, La scienza della libertà, Trento, Erickson, 2014, p. 14.
[4] Cfr. anche l’intervista con J.-P. Elkabback, ‘Foucault répond à Sartre’, in Archivio Foucault I, Milano, Feltrinelli, 1996, pp. 191 e ss. Soprattutto il passaggio seguente (p. 194): «La filosofia da Hegel fino a Sartre è stata essenzialmente un’impresa di totalizzazione, se non del mondo, se non del sapere, almeno dell’esperienza umana, e dirò che forse se adesso esiste un’attività filosofica autonoma […] ebbene la si potrebbe definire un’attività di diagnosi. Diagnosticare il presente, dire che cosa è il presente, dire in che cosa il nostri presente è diverso e assolutamente diverso da tutto ciò che esso non è […] È forse a questo compito che oggi è destinato il filosofo».
[5] ‘Intervista a Michel Foucault’ in Michel Foucault, Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977, p. 20.