giovedì 25 settembre 2014

Pessimismus und Optimismus

Immagine di Odilon Redon
Sostiene Nietzsche che il pessimismo filosofico sia una cosa comica.[1] Il fiero cipiglio, l’intona­zio­ne polemica dei suoi commenti, l’assenza totale di sense of humour non fanno ancora di Arthur Schopenhauer un lugubre (comico) pessimista bilioso; tutt’al più, ça va sans dire, ne fanno un gran rompiscatole… Ma poi, se gli chiedi cosa ne pensa del gran commercio sotto il sole, egli trae dal cappello una grande bilancia e su un piatto vi pone tutta la sofferenza degli uomini, sull’altro tutta la loro malvagità. Pareggio![2] La volontà (Wille) è autofaga e gli uomini sono come lupi che affondano i denti nella propria carne. È pessimismo? Solo per chi crede che questo sia le meilleur des mondes possibles.[3] E per gli hegeliani, naturalmente...
Questo riferimento al migliore dei mondi mi dà agio qui di convocare per un istante il fantasma di Voltaire. Il Candide, questo cattivissimo romanzetto, sollevò all’epoca del suo ingresso nella società dei beati possédants e bien-pensants – di cui, nota bene, l’autore faceva parte – le più vive polemiche: quant’era perverso intellettualmente e moralmente questo Voltaire! Quant’era superficiale questo genio, peraltro autentico, ripeteva negli anni ‘70 l’abbé Nannotte! «Voltaire – annota Rousseau nelle sue Confessions –, pur mostrando sempre di credere in Dio, non ha mai invero creduto se non al Diavolo».[4]
Un po’ di sano ottimismo non allenisce la vita?
La [...] vita oscilla [...] come un pendolo, tra il dolore e la noia, che sono infatti i suoi due costitutivi essenziali (M. p. 442).
Pessimismo? Ma non è la frase di un moralista! Però dobbiamo meditare la vita dei santi:
È bene dunque che si meditino la vita e gli atti dei santi! (M. p. 575).
I santi? Certo, i santi per i quali la vita pare essere un oceano di quiete. Dobbiamo meditarla per accorgerci, «lo riconosciamo francamente» (corsivo mio) che «dopo la totale soppressione della volontà» resta «il vero nulla, il nulla assoluto» (M. pp. 575-576).
I santi, l’ascesi, la soppressione della volontà, il nulla, il nulla del mondo... Lasciamola pure questa ginnastica, lasciamola ai santi e ai fachiri; e torniamo a solcare le vie del mondo sotto il sole – diranno molti di noi –, al «sogno felice del mendicante» (M. pp. 497 e 557) – velo di fumo, fumo di fumi, buéè des buées, havèl havalìm, vanitas vanitatum, il gioco più grazioso della Maya, ma non per questo il meno crudele –, torniamo a commerciare e a competere, torniamo ad «ammazzare il tempo» (M. p. 443)...
Ma quello di Schopenhauer non è un invito a seguire la strada impervia dei santi: è un invito a meditarci sopra: «Noi però, noi che ci atteniamo scrupolosamente al punto di vista della filosofia» (M. p. 574, corsivo mio)... ed ancora: «Non è dunque necessario, ad un santo, di essere filosofo, come non è necessario che il filosofo sia santo»... Si mediti sul fatto che, per i santi e per tutti quelli che hanno soppresso la volontà di vivere, è questo mondo qui, «così reale con i suoi soli e le sue vie lattee ad essere nulla» (M. p. 576).
Ovvio che questo mondo e quello dei santi siano lo stesso nulla, giacché il senso dell’unico mondo (come volontà e come rappresentazione), senso che appare come nulla, non è una cosa di questo mondo! Pessimismo? Solo per chi crede che questo mondo (il suo senso complessivo) sia valutabile (impossibilità di un ‘bilancio eudemonologico’...)! Solo per gli ottimisti forzati; ma per i veri pessimisti,[5] quelli biliosi, quelli che vedono incombere la catastrofe ovunque e che, in fondo in fondo, la sperano, quello del Vegliardo[6] è un pessimismo non commisurato al loro fabbisogno.
E qui hanno ragione Horkheimer e Adorno: Nietzsche accusava a torto Schopenhauer e l’autore del Candide quando diceva di loro che sanno «travestire il loro odio per certe cose e certe persone da compassione per gli animali».[7] Non c’è questo odio, non c’è questa volontà di persecuzione nella pietà di Schopenhauer per le bestie; e se non c’è odio, né ripugnanza, se non c’è misantropia, non c’è neppure alcun bisogno della tana, né di icone da baciare, né di rose da potare, né di francobolli da collezionare, né di altre... consolazioni.
Sbaglia di nuovo Nietzsche quando afferma che Schopenhauer è ancora dominato dai valori cristiani; talché, avendo egli perduto Dio, la cosa in sé diventa giocoforza cattiva e stupida...[8] Il Vegliardo è solo molto riservato; ha buone gambe e fa lunghe passeggiate solitarie; saluta portandosi una mano al cappello:
Meglio così, che non illudere il nostro terrore, come fanno gli indiani, i quali si appagano di miti e di parole vuote di senso, come, ad esempio, l’as­sorbimento nel Brahman o il Nirvana dei buddisti (M. p. 575).
E non c’è qualcuno da incolpare... o da adorare?
Nonostante tutti gli sforzi e i sofismi di S. Agostino, la responsabilità del mondo e di tutte le sue miserie ricade sempre su Dio; il quale ha creato tutto, assolutamente tutto, e sapeva inoltre come sarebbero andate le cose (M. p. 569).
Come dire: se hai bisogno di un Creatore, finirai pure per attribuirgli tutta la miseria e tutto il male del mondo; quindi:
Non appena si faccia astrazione dal dogma fondamentale del giudaismo, e si riconosca che l’uomo non è creazione di un altro essere, ma opera della propria volontà.
Della propria volontà? Cioè: chi è causa del suo mal, pianga se stesso!
«Il pianto dunque è pietà di noi stessi: è pietà richiamata al punto di partenza» (M., p. 529)
Il che presuppone che un cammino di ‘redenzione’ (dalla volontà di vivere) – un primo strappo al velo di Maya, un innalzamento al di sopra del principium individuationis – sia cominciato: «Essere guarito dall’il­lusione e dall’inganno della Maya e praticare le opere dell’amore è tutt’uno» (M., p. 524). E questo cominciamento – questo il punto!  anche all'autore del Mondo dovette apparire bastevole

Note

[1] «Il valore complessivo del mondo non è valutabile, e quindi il pessimismo filosofico è una cosa comica» (Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, Adelphi, Milano, 1979, fr. 11[72]).
[2] Per l’immagine della bilancia cfr. Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Mondadori, Milano, 2000, p. 495 (da qui in poi citato direttamente nel testo come M.).
[3] Scrive Schopenhauer (M., pp. 458-459): «Prendiamo il più ostinato degli ottimisti, facciamogli fare un pellegrinaggio attraverso gli ospedali, i lazzaretti e gli ambulatori chirurgici: attraverso le prigioni, le camere di tortura e gli ergastoli; sui campi di battaglia, e sui luoghi di esecuzione capitale; schiudiamogli i tetri tuguri ove la miseria si nasconde agli sguardi dei curiosi indifferenti: facciamolo entrare nella prigione di Ugolino, nella torre della fame; egli finirà senza dubbio, per comprendere di che razza sia questo meilleur des mondes possibles».
[4] Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni, Milano, Garzanti, 2006, p. 446.
[5] Per esempio per un Cioran? «Per parte mia, sono certo che la storia non è la via del paradiso. Eppure, se sono un vero scettico, non posso neanche essere sicuro della catastrofe... diciamo che ne sono quasi sicuro! Ecco perché mi sento distaccato da qualsiasi paese, da qualsiasi gruppo. Sono un apolide metafisico, un po’ come quegli stoici della fine dell’Impero romano che si sentivano ‘cittadini del mondo’, il che è come dire che non erano cittadini di nessun luogo» (Intervista con F. Savater in E. M. Cioran, Un apolide metafisico – Conversazioni, Adelphi, Milano, 2004, p. 31).
[6] Mi ostino a immaginare Schopenhauer – il quale è comunque vissuto a lungo – come un vecchio, ma la sua filosofia «è opera di un giovane»; e, per ciò stesso, «porta l’impronta di quell’età in cui l’elemento erotico è dominante» (Thomas Mann, ‘Schopenhauer’, in Nobiltà dello spirito e altri saggi, cit., p. 1236).
[7] Cfr. Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino, 1966, p. 270.
[8] «Contro la supposizione che un ‘in sé delle cose’ dovesse essere necessariamente buono, beato, vero, uno, l’interpretazione di Schopenhauer dell’‘in sé’ come volontà era stato un passo essenziale; però egli non aveva saputo divinizzare questa volontà: era rimasto fermo all’ideale morale cristiano. Schopenhauer era ancora a tal punto dominato dai valori cristiani, da essere costretto a vedere la cosa in sé – dopo che essa non risultò più per lui ‘Dio’ – come cattiva, stupida, assolutamente da rifiutare. Non aveva compreso che ci possono essere infinite forme del poter-essere-altro e finanche del poter-essere-Dio» (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, cit., fr. 9[42]).
[9] Redenzione (per negazione del volere) e peccato originale (per affermazione del volere) vanno però intesi in senso pickwickiano«Bisogna sempre concepire Gesù Cristo dal punto di vista universale, come simbolo o personificazione della negazione del voler vivere» (M., p. 567).