mercoledì 24 settembre 2014

Spiegare il caso

Schopenhauer ha sempre riconosciuto Kant e Platone come i maestri indiscussi che hanno ispirato la sua ricerca. Eppure, a dire il vero, l’incontro con Kant non fu dei migliori. In una glossa consegnata al suo diario, nel 1810, il giovane Schopenhauer annota:

Uno racconta una bugia: un altro, che sa la verità, dice che quella è una menzogna e una truffa e che la verità è così e così. Un terzo che non sa la verità, ma che è molto acuto, mette in mostra le contraddizioni e le affermazioni impossibili di quella bugia e dice: per questa ragione quella è una menzogna e una truffa. La bugia è la vita, l’uomo acuto è soltanto Kant, la verità è stata detta da qualcuno, ad esempio da Platone.[1]

Il giovane avrebbe cambiato presto idea e all’epoca della stesura della Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente la meditazione sarebbe stata attenta e profonda; l’ammirazione autentica.[2]
Essa ammirazione, tuttavia, non fu mai quella incondizionata del devoto. Schopenhauer non risparmiò mai critiche – talvolta dure – al filosofo di Königsberg.
Già all’epoca della prima stesura della Quadruplice radice – Schopenhauer ventiseienne – i nodi di un disaccordo profondo vennero al pettine. Mi riferisco alla ‘confutazione’ della dimostrazione del principio di causalità kantiano e alla ‘esposizione di una nuova dimostrazione, orientata nello stesso senso’[3] (QR., pp. 65-87). Orientata nello stesso senso: Schopenhauer non intende in alcun modo contestare l’impostazione idealistico-trascen­dentale kantiana; ciò nondimeno rifiuta la dimostrazione del ‘maestro’.
La dimostrazione (di cui Schopenhauer fa una parafrasi liberissima, ma che noi riportiamo nella veste originale) suona così:

Ogni conoscenza empirica richiede la sintesi del molteplice mediante la capacità d’immaginazione, sintesi che è sempre successiva; nella capacità d’immaginazione, cioè, le rappresentazioni si susseguono sempre. Ma nella capacità d’immaginazione la successione non è affatto determinata secondo l’ordine (in cui qualcosa deve precedere e qualcos’altro seguire), e la serie delle rappresentazioni che si susseguono può essere assunta tanto regressivamente quanto progressivamente. Se questa sintesi è invece una sintesi dell’apprensione (del molteplice di un’apparenza data), l’ordine risulta allora determinato nell’oggetto, o per parlare con maggiore precisione, c’è allora nell’apprensione un ordine della sintesi successiva, il quale determina l’oggetto, e secondo il quale alcunché deve necessariamente precedere e, una volta posto ciò, qualcos’altro deve necessariamente seguire. Se perciò la mia percezione è destinata a contenere la conoscenza di un evento, ossia di qualcosa che accade realmente, tale percezione deve essere allora un giudizio empirico, in cui si pensa che la successione sia determinata [...].[4]

In buona sostanza Kant ritiene che una successione (di rappresentazioni di oggetti) diventi obbiettiva (mi faccia conoscere un ordine necessario) soltanto allorché interviene l’intelletto con la sua regola a priori, la causalità appunto. Pertanto è solo nel giudizio empirico che incontro la conoscenza di un evento – dove evento sta per successione obiettiva di rappresentazioni. Per Kant è la legge di causalità a fondare l’obiettività della successione degli oggetti reali.
Ora, affinché l’intelletto possa applicare la causalità alla successione delle percezioni nell’ap­pren­sio­ne, l’ordine deve essere determinato, deve cioè vincolare l’apprensione medesima, come quando registro le diverse posizioni di una nave che scende lungo un fiume (l’esempio è di Kant – cfr. CRP., p. 267-268); viceversa ho solo una successione soggettiva, come quando lascio liberamente vagare lo sguardo su una casa dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto (altro esempio di Kant – cfr. CRP., p. 266-267).
Che cosa non convince qui il giovane Schopenhauer?
Schopenhauer, intanto, non ritiene che tra i due casi (quello della nave e quello della casa) vi sia una qualche differenza di rilievo; ritiene piuttosto «che entrambi siano eventi la cui conoscenza è obiettiva» (QR., p. 68); che in entrambi casi, cioè, si tratti di «una conoscenza di mutamenti di oggetti reali, che sono conosciuti in quanto tali dal soggetto» (QR., ibid.). Nel caso della nave si ha il mutamento obiettivo tra la posizione della nave e la corrente del fiume; nel caso della casa si ha il mutamento obiettivo della posizione dell’occhio (che è un oggetto tra gli oggetti, ancorché un oggetto immediato) rispetto alle varie parti della casa stessa. Si ha quindi una successione obiettiva in entrambi i casi.
A giudizio di Schopenhauer, allora, non è necessario che le successioni di rappresentazioni di oggetti reali, per essere obiettive, siano causali, mentre per Kant – lo abbiamo visto – vale esattamente il contrario.

Esco dalla porta di casa – scrive Schopenhauer – e dal tetto cade una tegola che mi colpisce; ora, tra la caduta della tegola e il mio uscire di casa non vi è alcun nesso causale, e tuttavia la successione [...] è determinata nella mia apprensione obiettivamente e non soggettivamente, secondo il mio arbitrio: il quale altrimenti avrebbe ben rovesciato la successione (QR p. 71).

Con la sua dimostrazione Kant non è in grado di spiegare il caso (Zufall), cioè la successione di eventi nel tempo che non vedono un nesso causale tra loro.

Note

[1] Arthur Schopenhauer, Der handschriftliche Nachlass, cit. in Rüdiger Safranski, Schopenhauer, gli anni ruggenti della filosofia, La Nuova Italia, 1997, pp. 159-160.
[2] Com’è noto, la Quadruplice radice non è una ma due: c’è il breve saggio giovanile, asciutto e limpido, d’impostazione kantiana (la tesi di dottorato jenese); e c’è lo stesso saggio emendato, integrato e riscritto trentaquattro anni dopo. In quel torno di tempo, Schopenhauer pubblica la sua opera maggiore, Il mondo come volontà e rappresentazione, il trattato Sulla volontà della natura (1836), il volume I due problemi dell’etica (1841), una nuova edizione del Mondo con l’aggiunta di cinquanta capitoli di Supplementi (1844). Vale a dire: compila e consegna ai posteri – i contemporanei parevano allora ignorarlo – la sua intera opera filosofica. Schopenhauer non è pensatore delle svolte, delle seconde maniere; Schopenhauer è tutto d’un pezzo, è il pensatore di un unico pensiero.
[3] Cfr. Arthur Schopenhauer, La quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, Guerini e Associati, 2002, pp. 65-87 (d’ora innanzi cit. QR. nel testo).
[4] Immanuel Kant, Critica della ragione pura, Bompiani, 1987, I, p. 274 (d’ora innanzi cito direttamente nel testo con la sigla CRP.).