lunedì 29 settembre 2014

Vanitas vanitatum


Il poema di quest’altro straordinario Vecchio, Qohélet (o L’Ecclesiaste), poema attribuito a Salomone «perché l’oro va sempre al ricco» [1] – il che non significa affatto che piova sempre sul bagnato come potrebbe pensare qualche sempliciotto –, mi pare vicino al pensiero del nostro magnifico Vegliardo (id est Schopenhauer) per certi aspetti, distante per altri.
«Anzi, già il Qohélet, ancora ebraico, ma molto filosofico» (M., p. 1569).
E qui il Vegliardo si sbaglia: non è un libro filosofico quello del Vecchio degli Asmonei; è un libro ascetico, appena sapienziale – ma la sua sapienza è feroce e non ha bisogno di precettare –; è un libro per le orecchie, non per la vista: parola che eccede il nómos (ancora Ceronetti), incommensurabile rispetto alla parola del filosofo concettuale greco. Libro, infine, che al Vegliardo dovrebbe piacere un sacco perché, ancorché testo ascetico, non prescrive né digiuni, né astinenze. Infatti:
I mistici cristiani e i maestri della filosofia Vedanta si accordano anche in un altro punto: ritengono che per il saggio arrivato alla perfezione siano superflue tutte le opere esteriori e le pratiche religiose (M., p. 543).
Lo scopo dell’ascesi (la perfezione del saggio) non è la mortificazione della carne; meglio: è la mortificazione della carne solo in quanto oggettivazione della volontà. Lo scopo dell’ascesi è l’annienta­mento della volontà di vivere, la rassegnazione. Le opere, le astinenze, i digiuni sono solo i mezzi, sono solo il quietivo della volontà. Se la carne non fosse così debole, se la volontà di vivere – ma è la stessa cosa – non fosse così forte, di quelle pratiche non ce ne sarebbe punto bisogno. La sapienza eviscerata del Qohélet non ne ha già più bisogno. Per il Vecchio Semita, «l’ultimo segreto della vita» (M., p. 551) – il dolore, la sofferenza, l’identità di carnefice e vittima – non è più un segreto da un pezzo; per il Vecchio semita, l’ultimo segreto della vita è, anche quello, vanitas vanitatum, fumo di fumi.
Pure, il Nostro lo cita solo tre volte: a pagina 440, a pagina 1569 e a pagina 1580.
P. 440:
In questo senso, cioè in ordine alla conoscenza in generale, non al semplice sapere astratto, intendo e cito il detto del Qohélet: Qui auget scientiam, auget et dolorem.
La versione di Ceronetti suona così:

Sapienza che si accresce
È crescere in tormento
(Qo. 1.18)

La conoscenza viva (intuitiva) è conoscenza del dolore; l’autocoscienza è dolore. Ma l’affinità è autenticamente elettiva:

E il cuore che io davo
Riempito di sapienza
A riconoscere le passioni
E i deliri
Era soffio che ha fame
Anche questo
(Qo. 1.17)

Anche la conoscenza è volontà di vivere! Di questo il Vecchio non sembra essere sempre consapevole; anzi, spesso sembra negarlo. Ma il miracolo di una voluntas che si rovescia in noluntas, l’unica libertà che raggiunge il fenomeno, se non è ancora voluntas – e quindi vanitas – che cos’è?
Ma proseguiamo. P. 1569:
Anzi, già il Qohélet, ancora ebraico, ma molto filosofico, dice giustamente: ‘È meglio la tristezza del riso: la tristezza infatti rende migliore il cuore’ (Ecclesiaste, 7, 3).
Ceronetti:

Meglio se ti corrucci che se ridi
Nell’attristarsi il viso
Più bello si fa il cuore
(Qo. 1. 18)
Accordo perfetto tra i due. Ma, Herr Doktor, scommetto che quest’altro passo la disgusta in quanto espressione dell’ottimismo semitico:

E getta via il tormento dal tuo cuore
Stràppati dalla carne il dolore
Perché è un fiato la giovinezza
Nerezza di capelli un alitare
(Qo. 11. 10)

Proseguiamo:
Perciò l’uomo non ha nient’altro da fare, se non vivere [...] deve dunque gioire della propria vita finché essa dura; esattamente come dice l’Ecclesiaste, 9, 7-10. In breve è l’ottimismo: perciò l’etica di Spinoza è debole, come quella dell’Antico Testamento, anzi è addirittura sbagliata e in parte rivoltante (M., p. 1580).

Tralasciamo Spinoza e leggiamo assieme i versetti incriminati:

Va’ mangia contento il tuo pane
Bevi con cuore grato il tuo vino
Questo che fai è gradito a Dio

Bianca sia la tua veste in ogni tempo
E non manchi di unguenti la tua testa

Passa la vita con una donna amata
Per tutti i giorni che vivrà il tuo soffio
Dato a te sotto il sole
Questo sia a te tra i vivi
Per la pena che soffri sotto il sole

Tutto quello la tua mano
Sarà capace di fare
Fàllo finché ne hai forza
Perché non c’è azione
Non c’è invenzione
Non c’è pensiero non c’è speranza
Nella terra dei Morti dove andrai
(Qo. 9. 7-10)
Ma il tranello ancora più grande è in 8, 15:

E io lodo il piacere
L’unico bene che ha l’uomo sotto il sole
È mangiare bere godere
(Qo. 8. 15)
Il glossatore pietoso (Ceronetti) ha già aggiunto le sue interpolazioni: lo scandalo è scandalo anche per i semiti; e, Herr Doktor, non me ne voglia, lei ha preso un abbaglio: non è una predica immoralistica![2] Per il Predicatore, Dio non è particolarmente crudele – né bontà impagliata, va da sé –; e cogliere il frutto più prezioso sotto il sole – il mangiare-bere-godere – non significa, per lui, avviticchiarsi attorno alla pianta cattiva della volontà di vivere... C’è forse meno rassegnazione, checché ne dica Renan, nel Qohélet che nel Vecchiardo.[3] Ma in fondo, per entrambi, per il Vecchio degli Asmonei e per il Salomone tedesco,[4] la volontà di vivere è sia schiuma alla bocca sia placamento imbambolato... E, Herr Doktor, non me ne voglia, c’è ancora chi (sempre Renan) le rimprovera le scorpacciate all’Englischer Hof; e quelle abbondanti prime colazioni a base di pancetta, uova, formaggi vari, Apfelstrudel, tè e birra.

Note
[1] Guido Ceronetti, ‘La maschera di Salomone’, in Qohélet, Milano, Adelphi, 2001, p. 135.
[2] «Per questo nemico delle parole, una predica immoralista è odiosa come qualsiasi altra predica. Il panegirico del ventre è fatto da una magrezza pura di filosofo» (Guido Ceronetti, ‘Qohélet poema ebraico’ in Qohélet, cit., p. 108).
[3] «Strano errore, in Renan ancora, Qohélet visto come uno ‘Schopenhauer rassegnato’!» (Guido Ceronetti, ‘L’ebreo moderno’ in Qohélet, cit., p. 92).
[4] L’espressione è di Ceronetti. Cfr. Guido Ceronetti, ‘L’ebreo moderno’, in Qohélet, cit., p. 92.