venerdì 10 ottobre 2014

Due più due cinque

Il pharmakon, secondo Derrida, e secondo Platone, è (anche) la scrittura e (anche) la memoria. In quanto partecipano della natura ambigua del pharmakon, la scrittura e la memoria sono il luogo anteriore, o sotterraneo, il sottosuolo in «cui si oppongono gli opposti», sono «il movimento e il gioco che li mette in rapporto l’uno con l’altro, che li inverte e li fa passare l’uno nell’altro» (J. Derrida, La farmacia di Platone, Jaca Book, Milano, 1985 e 2007, p. 121). L’uomo del sottosuolo – è sufficientemente chiaro che sto parlando degli Zapiski iz podpol´ja (memorie, ricordi, note dal sottosuolo) – non è affatto quella coscienza malata o malvagia che pure egli dichiara di essere: «Sono un malato... Sono un malvagio» (F. Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, Adelphi, Milano, 1995, p. 13); [1] ma anche, immediatamente, di non essere giacché «sentivo [...] dentro di me di non essere, nonché malvagio, neppure arrabbiato» (p. 14). L’uo­mo del sottosuolo è, segnatamente, l’interprete fragile, competente e incompetente a un tempo, di questo gioco pericoloso che muove gli opposti (anima e corpo, verità e menzogna, bene e male).
Ma che significa che l’uomo del sottosuolo è inter­prete di questo gioco? Banalmente che è un attore che recita la sua parte: parte o ruolo di autocoscienza confessante, monologante, compulsivamente e aggressivamente parolaia, ipertrofica e solipsista, prevalente nel racconto tanto da far pensare a una tipologia attoriale psicologizzante. Ma d’altra parte l’assoluta prevalenza di questo solo attore fa sì che questa sola figura di personaggio, con le sue figure di mondo, le sue azioni, i suoi enunciati (mores, facta e dicta), s’inca­richi di (non sia che un pretesto per) riaffermare l’intero sistema preliminare di valori del sottosuolo; ne è, in altre parole, l’inter­pretante esemplare: esemplare è questo suo percorso isotopo (addizione o concatenamento ideale di tutti gli abiti di risposta)[2] corrispondente al tema prestabilito e persino, va rilevato, pre-esposto nella prima parte del racconto intitolata, non a caso, «Dal sottosuolo».
In questa esemplarità non è in gioco tanto il talento dello scrittore. Piuttosto è da rilevarsi che a questa esemplarità si costringe il personaggio medesimo, il quale, allo scopo, seleziona e presenta, nella seconda parte del racconto intitolata «A proposito della neve fradicia», alcuni episodi (mores, facta e dicta) della propria vita. In questo sforzo d’interpretazione dell’inde­cidibile, e cioè del sottosuolo, sta appunto la grandezza, l’esem­plarità, del personaggio dostoevskiano. Tale sforzo esemplare, voglio dire, vale come argomento.
Ovviamente questo sforzo di interpretazione cui il protagonista si costringe è essenzialmente una coazione a scrivere. Questo sforzo si risolve in una scrittura fluviale, senza fine, in fondo ingiustificata: una confessione che apparentemente non ha bisogno di passaporti, fossero pure le blande scuse preliminari di Thomas de Quincey o il questionabile atto di sincerità di Jean-Jacques Rousseau: «Voglio ora raccontarvi, signori, vi piaccia o non vi piaccia sentirlo, come mai io non sia riuscito nemmeno a diventare un insetto» (p. 17). L’avverti­men­to conclusivo: «Basta, non voglio più scrivere ‘dal Sottosuolo’», è immediatamente smentito da un poscritto attribuibile a un anonimo curatore ovvero all’autore degli Zapiski iz podpol´ja: «Ma i ‘ricordi’ di questo cultore di paradossi non finiscono qui. Egli non s’è tenuto e ha seguitato. Però a noi sembra che qui si possa far punto» (p. 176).
Una scrittura ingiustificata e apparentemente non bisognosa di giustificazioni... È proprio così? «Signori, si capisce, io scherzo, e so da me che i miei scherzi non sono riusciti, ma pure non si può tutto prendere a scherzo quello che dico. Io forse scherzo colla bava alla bocca. Signori, c’è dei problemi che mi tormentano; risolvetemeli» (p. 50). Ma la soluzione, secondo scienza e buonsenso, è immediatamente contestata, si direbbe in anticipo. I problemi dell’uo­mo del sottosuolo sono insolubili; e l’appello a prendere sul serio il gioco – ciò che giustificherebbe il gioco o lo scherzo della scrittura – è un espediente atto a far risaltare la stupidità o pretestuosità della soluzione. Infatti, quale supervantaggio nella soluzione secondo scienza e buonsenso, cioè secondo un procedimento prestabilito (è il famoso esempio del due più due quattro), piuttosto che secondo il ghiribizzo irresponsabile di una «volontà indipendente»?[3] Il due più due quattro intanto è «assolutamente insopportabile»...
Qualcuno ha mai notato che questo due più due quattro risultava odioso anche ad Agostino bambino? «‘Uno più uno due; due più due quattro’ era per me una formula odiosa; il cavallo pieno di armati e l’in­cendio di Troia e ‘l’ombra di Creusa stessa’ un delizioso spettacolo vaneggiante».[4] Ovviamente l’adulto condanna il bambino e giura che è preferibile dimenticare Enea piuttosto che le regole della grammatica o dell’aritme­­tica. Sono le regole che l’uomo del sottosuolo non smette di contestare: «Due più due cinque è talvolta una cosuccia graziosissima» (p. 53). Inoltre, e riprendo il filo, due più due quattro è anche mortifero: «Questo due più due quattro non è più la vita, signori, bensì il principio della morte» (p. 52). Tirare le somme, conchiudere un ragionamento, far punto, remittere stylum – tutto ciò significa morire. Due più due cinque, invece, è un non voler chiudere i conti, un voler continuare a scribacchiare, a tracciare «in eterno e senza posa una via, anche se non si sa dove meni» (p. 50), giacché «l’importante non è dove meni ma soltanto che, insomma, proceda (p. 51)». Due più due cinque è il principio della vita?

Note

[1] In un altro punto, l’uomo del sottosuolo afferma che la coscienza medesima è malattia (p. 18). Essa impedisce l’azione, la paralizza come un veleno, impedisce il soddisfacimento dei cosiddetti bisogni: in effetti, dice Dostoevskij, «per i bisogni dell’uomo sarebbe d’avanzo una comune coscienza umana, ossia la metà, la quarta parte di quella che tocca a un uomo evoluto del nostro infelice diciannovesimo secolo» (p. 17); e ciò a dire all’uomo europeo – vi si scorga pure il prototipo dell’uomo d’oggi – «tocco dal progresso e dalla civiltà» (p. 28). Ci s’immagini dunque l’effetto paralizzante di una coscienza «raffinata» o «superiore»...
[2] Che cos’è un interpretante? È appunto un abito di risposta: la ‘consuetudine’ di prendere l’ombrello prima di uscire di casa se il cielo è nuvolo. L’e­sempio è di Carlo Sini (cfr.  C. Sini, L’origine del significato. Filosofia ed etologia, Jaca Book, Milano, 2004, pp. 26 e ss). Allo stesso modo vanno letti gli atteggiamenti contradditori, i tic, i discorsi, le memorie, gli appunti, le note dell’uomo del sottosuolo: essi sono abiti di risposta acquisiti nel o, meglio, dal sottosuolo.
[3] «L’uomo ha soltanto bisogno d’una volontà indipendente» (p. 42).
[4] Agostino, Le confessioni, bur, Milano, 1994, libro i, cap. xiii, p. 81.