giovedì 16 ottobre 2014

Il giardino futuribile di Rozanov

Nell’Apocalisse del nostro tempo, Rozanov riscontra l’assenza di preghiere nel Vangelo. L’unica ben nota eccezione, il Pater noster, scrive Rozanov, è così «ragionevole» e «precisa» da parere «logica» più che preghiera: «menzione di questa e quella cosa, ma priva di mistica tenerezza, senza uno iota di fervore». Una logica: «È come una specie di diluito ‘due più due fanno Dio’» (Rozanov, L’apocalisse del nostro tempo, Milano, Adelphi, 1979, p. 142). E questo è il punto. Il Vangelo è vuoto di preghiere ma pieno di parabole e forse il suo segreto, il segreto della sua numinosità, è riposto proprio «nella sostituzione della musica della preghiera con il ‘ cogito ergo sum’ della teologia» (p. 144). Il razionalismo del Vangelo è «freddo», anzi, «indifferente», anzi, è un «armadio sul petto». Che altro sono Paolo, Agostino d’Ippona, Giovanni Crisostomo? Perciò l’avvento del Cristo produce una «civiltà di gemiti» (p. 150), produce nichilismo, «un mondo senza ripieno», il deserto (p. 106). Infine il Vangelo sbocca in uno «strano estetismo»: «nella castrazione senza via d’usci­ta» ché «non si ha bisogno nemmeno di partorire». La logica del Vangelo, il due più due uguale Dio, è un chiudere con l’essenziale, un accontentarsi di quisquilie, un perdere la sostanza. «Per uno strano caso [la verità evangelica] non sfocia nella dovizia, nella gioia e nella pienezza del mondo, ma in un arresto, in un silenzio» (p. 109).
La reiterazione, l’anafora della preghiera, ordinata ad attualizzare incessantemente l’occasione propizia per il futuro, giacché, «detto altrimenti, il mondo del secolo venturo è definibile per eccellenza come accoppiamento» (pp. 155-156; cfr. anche p. 92), si oppone alla laconicità del ragionamento teologico, o alla sua sterilità, al suo ridursi, a conti fatti, a un discorso gravido di nulla, equivalente al silenzio. Ovviamente l’anafora della preghiera non patisce il silenzio in sé, o la morte, il sottosuolo. Sa che il silenzio, l’inverno, la tomba, il sottosuolo sono (possono essere) gravidi di vita futura, di una vita nuova – quella della farfalla fuoriuscita dal suo bozzolo egiziano, quella dell’anima carnalmente odorifera. Il sottosuolo, il campo d’oltre tomba è un «giardino futuribile»; «e allora è giusto dire: ‘quando il prato ingiallendo ondula / [...] / Io scorgo nei cieli Iddio’» (p. 157. I versi citati sono di Lermontov).
Il bruco nel suo bozzolo «sembra morto» (p. 160), il bruco nel suo bozzolo ricostruisce i propri tessuti. Spiegazione non affatto «fisiologica, bensì cosmica» (p. 90). In effetti, potrebbe darsi che l’uomo del sottosuolo sembri morto quando invece con la sua preghiera-pharmakon ricostruisce, reinterpreta i segni, le tracce iscritte sul suo corpo e sulla sua anima; segni e tracce che hanno ‘deciso’ del suo corpo e della sua anima e che dunque lo hanno esposto all’indecidibile (sul tema dell’indecidibile cfr. Sini, L’origine del significato. Filosofia ed etologia, Milano, Jaca Book, 2004, pp. 79 e ss). È possibile che sotterra egli lavori seriamente, che il suo gioco cominci «a essere qualcosa», per dirla con Derrida, prenda senso nella catastrofe di tutte le figure di mondo, nella desertificazione del suolo. Sarebbe una via d’uscita dal nichilismo rinunciatario, dal nichilismo cristiano...