venerdì 21 novembre 2014

Alessandro il falso profeta

Non verrebbe fatto di collocare Alessandro di Abonutico tra i ‘sognatori’. Oppure no? Si consideri intanto che persino il suo unico e definitivo biografo, Luciano di Samosata, gli riconosce, a dispetto delle soperchierie, dei maneggi fraudolenti, degli inganni – con il contorno di una esuberante semiotica dell’ornamento, del trucco e dell’acconciatura –, una capacità di «rivolgere la mente alle imprese più grandi» (Luciano di Samosata, Alessandro o il falso profeta, Milano, Adelphi, 1992, 4). E grande e arrogante è l’impresa, concepita da Alessandro, di edificare un oracolo. Al punto che, scrive il grecista Dario del Corno nella sua introduzione (p. 22), sorge «il dubbio che lo stesso Alessandro fosse in preda a una patologia di autosuggestione, a un delirio di profetica onnipotenza». Qui, come nel caso di tanti altri profeti dell’Antichità in disfacimento, come nel caso del ciarlatano Gesù (Cfr. Celso, Discorso vero, 1, 71), c’è appunto tutta un’enfasi sul ‘tipo’ irraggiante, carismatico, emettente il fatidico heko (ἥκω), «eccomi, sono arrivato», autoproclamantesi dio e salvatore (cfr. Alessandro, 18 e 43), e reclamante una pistis (πίστις), ovviamente orba, nel kerygma (κήρυγμα). C’è, intollerabile a un Luciano, implacabile ‘razionalista’, l’atteggiamento sfacciato del sognatore che sogna il potere, la potenza: il sogno del­l’ύβριστής.
Mette tuttavia conto considerare che l’impresa alessandrina, esteriore e interiore ‘drammaticamente’ al suo scopo inconfessato e inconfessabile (la potenza, la gloria ecc.), manca di una sua riuscita estetica. Ma è la riuscita estetica rilevante ai fini di quel conseguimento?
E l’interrogativo vale quand’anche si volessero accostare la bellezza e la bontà delle opere (dei mezzi) secondo un locus cummunis della tradizione greco-cristiana-ortodossa – che fa dire all’ortodosso Florenskij che le opere buone menzionate in Mt. 5, 16 non sono affatto «atti buoni in senso moralistico [ma] ‘atti belli’, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale» (P. Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, Milano, Adelphi, 1977, p. 50). Non dimentichiamo, per incidens, che il passaggio matteano è rivolto ai profeti! L’interrogativo vale dunque anche dopo queste puntualizzazioni, ma meglio sarebbe dire: soprattutto dopo queste puntualizzazioni.
In effetti la bellezza, la forma canonica, armoniosa, la bella διάταξις (composizione, disposizione), a lungo ha testimoniato della bontà divina; è stata miracolo, specchio e sguardo («miracolo, specchio e sorriso» dice Julia Kristeva da qualche parte), contatto ontologico. Detto ciò, quello che del Corno chiama «il dissesto semantico degli enunciati di Alessandro» (p. 21), diciamo la glossolalia di Alessandro, come pure il suo sgangherato sincretismo, il collage di elementi mitologici, infine la mise en scène cui abbiamo accennato sopra – insomma l’operari di Alessandro, per definire il quale non troviamo altra parola che la parola Kitsch, testimonia invece di un contatto interrotto, di una circolazione interrotta, di un male, di una cancrena (necessita ricordare che una cancrena uccide Alessandro). Il Kitsch è l’anticristo dice non per caso Hermann Broch (Cfr. H. Broch, Il male nel sistema di valori dell’arte, in Il Kitsch, Torino, Einaudi, 1990).
Il Kitsch dei mezzi, dei segni – il venir meno del carattere metafisico della materia, direbbe Florenskij (p. 106 e ss.) – rivela l’estraneità del buon fine (dell’idea) all’opera, l’assenza della teurgia, l’inanitas, il vacuum dell’idolo roso dai topi, della gamba vanitosamente crisografata rosa dai vermi. Inoltre tradisce lo scopo effettivo, l’idea effettiva, cui il Kitsch, la διάταξις di quel Kitsch è preordinata: la potenza, la gloria, la cupidità ecc. Eppure l’operari è inteso a conseguire, senza tradirsi, l’effettivo fine di Alessandro simulando di tendere al buon fine di Alessandro (il bene degli adepti, la benedizione della comunità). Il che comporta – e rispondiamo così all’interrogativo posto sopra – che l’operari non è inceppato dalla sua mancata riuscita estetica e cioè dal Kitsch. Kitsch che è piuttosto la sua riuscita estetica. Lo spettacolo è per il credulone, per il fanatico devoto del santone – per quello che Umberto Eco ha definito una volta il Kitsch-Mensch –, affatto compiuto e affatto convincente.
E qui sta il punto. La mancanza di un’intelligenza ermeneutica dei segni, delle criptografie destinali, un ottundimento dell’apex mentis, quegli occhi e quelle orecchie solo per le cose ingombranti e chiassose, la stessa profana impazienza e quell’accalcarsi e transitare continui da un varco all’altro (cfr. Alessandro, 16), traversando il sacello del fachiro – tutto ciò non condanna la moltitudine tanto quanto il demiurgo trecchiero ordinatore del cosmo?
Luciano, filosofo e intellettuale ellenico di umile origine sira, prosaicamente – ma quanto efficacemente! – un ammaestramento lo aveva prodigato ai creduloni semiciechi e semisordi tendando di azzannare – ma verrebbe da dire saggiare – la mano di Alessandro-Glicone (cfr. Alessandro, 55); suggerendo, in altre parole, il banale controllo empirico. Anche quello dei creduloni – anche quello di Alessandro – è un sogno fraudolento della ‘ragione’, di una ragione che oltrepassa i propri limiti, la propria misura. Ciò che più lo condanna è quella certa diabolica complicità nell’(auto)inganno.