giovedì 6 novembre 2014

Il riso di Robert Walser

Kafka, racconta Max Brod, leggeva Walser e ne rideva di gusto. Avrà riso anche leggendo lo Jacob von Gunten, per il quale, annota il solito Brod, manifestava ampio apprezzamento. D’altro canto si sa che, «leggendo agli amici il primo capitolo del Processo, Kafka rideva fino alle lacrime» (così, almeno, Ladislao Mittner in La letteratura tedesca del Novecento). Tutto questo ce lo ricorda il bravo Roberto Calasso nel suo breve scritto su Walser (cfr. Il sonno del calligrafo, in Walser, Jacob von Gunten, Milano, Adelphi, 1992, p. 186); e il solo fatto che egli dia risalto a queste risate ci fa sospettare che esse risuonino perlomeno bizzarre alle orecchie dei commentatori.
Prima di dubitare dell’assennatezza di Kafka, dell’assennatezza del Kafka lettore, è forse il caso di meditare questa ilarità. Chiunque legga sorridendo – almeno sorridendo – lo Jacob von Gunten sa bene di ridere dei piccoli, infimi episodi che occorrono al giovane Jakob e di cui il giovane Jakob ride apertamente o più spesso sommessamente, trattenuto – riso trattenuto e perciò stesso tanto più goduto – dal ‘bon ton’ della regola. In altre parole sa bene di ridere, con Jakob che ne ride e ne scrive, delle disavventure dei personaggi che popolano il microcosmo – non senza gli ordinari rimandi al macrocosmo sociale – dell’Istituto Benjamenta. Vorrei dire – mi pare di poterlo sostenere – che questa ilarità è sardonica, è risata sarcastica, ghignante, ghignante a limite per la morte altrui, è un po’ la risata di Odisseo (Cfr. Odissea, XX, v. 302). Si pensi soltanto a come Jakob minacciato dal direttore fugga impaurito dall’ufficio per poi piazzarsi dietro l’uscio a origliare. Il primo pensiero è rivolto alla paura: «Oh sì, a volte c’è proprio da averne paura. Mi sembrerebbe scorretto se non conoscessi la paura, perché allora non avrei neanche il coraggio». Ma quant’è autentica questa paura? Quant’è autentico questo pensiero sulla paura? Non è immediatamente impiccolito, immeschinito e deriso dalle smorfie di Jakob? Leggiamo: «anche stavolta, uscito nel corridoio, mi posi in ascolto al buco della chiave, e anche stavolta regnò il silenzio. Tirai perfino fuori la lingua, in un tipico gesto da scolaretto scimunito, e poi mi venne da ridere. Non ho mai riso tanto credo» (p. 135). Significativo che, quando il direttore diviene davvero aggressivo, il medesimo Jakob atterrito, accostando l’orecchio alla serratura, oda una risata sommessa (cfr. p. 148): le parti, per una volta, si invertono.
Questa risata che risuona nello Jacob von Gunten è espressione della condizione di superiorità, del vantaggio, per così dire, di chi ride. Chi sa di avere un vantaggio, chi sa come le cose andranno a finire, chi come Ulisse sa di avere il favore degli dèi, assume la maschera del riso, la smorfia del riso. Un lettore scaltrito di nome Kafka ride perché conosce il movente nascosto – che condivide – del congegno diegetico walseriano. Non stupisce che Kafka prosegua Walser o che Il Castello riecheggi lo Jakob. Forse è eccessivo pensare che Jakob provochi il proprio direttore per scriverne; quel che è certo è che lo provoca per riderne. In ogni modo Jakob – o Walser, dando per scontata l’identificazione – sa già come andrà – d’altra parte è l’estensore, sincero o sornione poco importa, del proprio diario – e ne gode: «Quando rido così, beh, non c’è nulla che mi stia sopra. Allora, quanto a capire e a dominarmi, sono qualcosa d’insuperabile. In momenti come questi sono semplicemente grande» (p. 135)». Una metafora della scrittura? Ma Walser è uno scrittore ‘infelice’.
Calasso, che pure cita il riso di Kafka, dimentica quello di Jakob-Walser... D’altra parte, si è detto, Walser era un uomo infelice. Ricoverato dal 1933 presso il sanatorio di Herisau, non scrive più nulla. All’amico Carl Seelig, che gli rende visita, confessa una volta di sentirsi uno zero e di voler essere dimenticato. Walser l’inerme, Walser l’annientatore di se stesso. Eppure, prima di quel trasferimento a Herisau, scrive moltissimo e ininterrottamente, in un corsivo minuto chiamato Sütterlin. Ecco perché Calasso, che si scorda di menzionare la specialissima abitudine, lo soprannomina ‘il calligrafo’. Proprio questa sua passione calligrafica, parrebbe insinuare Calasso, rivelerebbe qualcosa del Walser scrittore: «Parlando di Walser è d’obbligo render conto innanzitutto della sua maniera, che è un continuo condurre e condursi fuori strada, che ci allontana frettolosamente da ogni senso nascosto o evidente e si placa solo nell’avvicinarsi alla quiete dell’insignificante. Lo scrivere è nato dallo scarabocchio e ad esso deve tornare» (p. 172). Ecco la debolezza di Walser, ecco la sua ‘infelicità’ – che è forse felicità dell’auto-seppellimento, dell’autoaffondamento nel mare dei segni, dei grafemi, spegnimento del pensiero, sonno del calligrafo…
Felice o infelice, Walser avrà riso mentre scriveva in quel suo corsivo minuto, mentre esercitava quella sua concentrazione yoghica, quella sua ginnastica da flâneur – e flâneur Walser lo fu e ‘professionista’. Non so se qualcuno abbia paragonato la scrittura di Walser alla passeggiata del flâneur e tuttavia, e dopo quel che si è detto, forte è la tentazione di vedere nelle sue osservazioni – nella sua lezione – sulla flânerie una metafora della scrittura. Il flâneur, scrive ne La Passeggiata, deve «essere capace di tenere a distanza i suoi propri lamenti, bisogni, mancanze, rinunce come un valoroso e provetto soldato pieno di zelo osservazione e di abnegazione. Diversamente egli passeggia solo con metà del suo spirito, il che invero vale assai poco» (La passeggiata, Milano, Adelphi, 2011, p. 66). Ora, quanto poco la flânerie – e cioè (anche) la scrittura –, in quanto esercizio dello sguardo, apertura alla serendipity, stato mentale imperturbato da ombre ‘libidiche’, sia incompatibile con il riso, con la risata, Walser lo enuncia sornionamente in un racconto intitolato Kutsch: «Dio mio, per oggi basta, devo uscire di qui, devo fare una salto giù tra la gente, devo andare a ridere in faccia a qualcuno, devo andare un po’ a passeggio. Ah, vivere è così piacevole» (Storie che danno da pensare, Milano, Adelphi, 2007).
Calasso, recensendo, lo Jacob von Gunten, insiste molto sul sonno – un po’ come noi abbiamo insistito sul riso. Il sonno, la Gelassenheit, l’abbandono, la sospensione del tempo: ecco gli arcani del romanzo di Walser. Gli allievi dell’Istituto Benjamenta somigliano un po’ ai Sette Dormienti della XVIII sura del Corano; il direttore dell’istituto è un Cronos-Saturno deposto che, con le parole di Plutarco, «dorme rinchiuso in una caverna profonda dentro una roccia color dell’oro» (Il volto della luna, Milano, Adelphi, 1991, p. 105, 941F). La mitologia nella prosa di Walser! L’idea è affascinante. Immaginare che Walser vi giunga involontariamente, «amministrando la prosa con grazia disgregatrice» (p. 183) è ancora possibile… Ma a quella professione di non-pensiero lo Jakob non vi giunge affatto in maniera involontaria, conducendosi «fuori strada», allontanandosi «da ogni senso nascosto o evidente» ecc.; vi arriva deliberatamente, scoprendo forse il proprio gioco: «Conformarsi è più elegante, assai più elegante che non il pensare. Chi pensa s’impenna, è questo è sempre brutto, è pregiudizievole alle cose. Sapessero solo quante cose corrompono, i pensatori! Uno che si applica a non pensare fa qualche cosa: ebbene, proprio quella cosa è più necessaria» (p. 95). E qui ha ragione Calasso: Walser amava lo Jakob giudicandolo un po’ temerario perché temeva «di avere, nonostante tutto, rivelato troppo nella sua favola» (p. 175). Ancora: «Egli deve averlo sempre saputo, se una volta sola nella sua vita di scrittore – con lo Jacob von Gunten – affrontò ciò che in seguito lo avrebbe lentamente annientato» (p. 187). Qui l’eccezionalità dello Jacob von Gunten.