sabato 31 gennaio 2015

La scrittura nomade di Robert Walser

Gli scrittori sono talvolta indotti, nei loro racconti, a parlare di letteratura. Capita cioè che la tentazione di parlare di letteratura li afferri mentre la esercitano. Non che si improvvisino critici letterari. Piuttosto è tutto un borbottare attorno all’attività (o all’arte) dello scrittore, attorno all’identità, al servizio, ai compiti dell’attività letteraria e qualcosa che, in alcuni casi, somiglia a un’autogiustificazione. E questo, lo ripeto, avviene nel racconto, nell’apertura ai mondi possibilitati dalla narrazione, in una specie di riflusso o di ritorno: dalla vicenda narrata alla vicenda della scrittura. Allora i fatti, gli avvenimenti, gli incontri del racconto stanno per le difficoltà, le possibilità e le impossibilità, l’efficacia, la significatività dell’attività di scrittura. Lo svolgimento di questo fenomeno complesso io lo vedo in opera nella prosa di Robert Walser.
Forse una letteratura che si parla addosso, che si parla sopra, è una letteratura fragile. L’autorevolezza che una data epoca le attribuisce (già non più la nostra) non è che l’autorevolezza che questa rivendica per sé. Alla letteratura non può bastare. In Il ragazzo morto e le comete, suo romanzo d’esordio, Goffredo Parise mi sembra alludere a questa fragilità. Il viaggio in pallone dell’ineffabile Antoine è la metafora di una scrittura, o di una letteratura, che si consegna interamente a se stessa, alla propria illusione, al proprio sogno, perché «ormai soltanto l’assurdo è la speranza, l’estrema salvezza» (Milano, Adelphi, 2006, p. 94). E tuttavia l’epilogo è scettico: «Caro mio […] hai fatto male a crederci, sapevi che non era possibile. Anch’io una volta credevo in tutte quelle belle cose: il pallone, i meravigliosi vestiti di Antoine, i morti che aiutano i vivi [che altro sono questi morti se non i libri, la biblioteca degli antenati?]; sono menzogne, credi a me […] I morti sono stati gentili ma in fin dei conti mi hanno mandato via; forse è giusto così» (p. 158).
Non appena la fragilità della letteratura, del suo statuto, diventa la fragilità dello scrittore, ecco che lo scrittore si pone il problema della propria competenza – della propria competenza non già nelle cose letterarie bensì nelle cose del mondo. Un “clin d’oeil” indirizzato al lettore non basta più; egli vuole convincere il lettore di saperne abbastanza per scriverne, di non essere un principiante, di essere «en chemin depuis l’origine des choses», per dirla con Anatole France (ma Anatole France parlava della noia). Sorprendiamo così Flaubert compiere un’escursione notturna nell’orto (cfr. Correspondance, VII, Paris, Louis Conard, 1930, p. 211, lettera dell’11 ottobre 1874 alla nipote Caroline) per sperimentare come appaiono le verdure di notte alla luce di una candela – sguardo dalla consistenza tutta “mondana”, “veggente” nell’aldiquà. E tutto questo solo perché Bouvard e Pécuchet, i protagonisti del romanzo eponimo, compiono un’analoga escursione alla fine del primo capitolo. Ecco il passaggio: «Anche se era mezzanotte, Pécuchet ebbe l’idea di fare un giro nell’orto. Bouvard non si tirò indietro. Presero una candela, e riparandola con un vecchio giornale, andarono a passeggiare lungo le aiuole. Che piacere poter chiamare con il loro nome gli ortaggi!» (Bouvard e Pécuchet, in Opere, II, Milano, Mondadori, 2000, p. 959). Anche l’esclamazione finale indica la “conquista” di un concetto di realtà più “evoluto”, di un “aperçu” più esatto da parte dello scrittore. Meglio: la pretesa che una tale conquista sia avvenuta o possa o debba avvenire.
Meno catafratto del titanico e alacre Flaubert, il morbido e sfaccendato Robert Walser si tiene in disparte, rinuncia ad aggredire il mondo – e cioè a descriverlo. La sua scrittura sfiora il creato, o la vita, in un periplo che non vorrebbe avere fine. Ma di preferenza si ripiega su se stessa, si pianta qui o lì, dietro o allato della vicenda, e la sostituisce di soppiatto e si riproduce... Questa “abdicazione” annuncia l’incompetenza del narratore. Cosciente di questo stato di fatto, di questa sua condizione, il narratore – parlo ovviamente di Walser –, esercita talvolta un sarcasmo buffonesco contro gli uomini pratici e mondani. In La passeggiata, l’antagonismo tra la competenza dell’artigiano e l’incompetenza del cantastorie dà luogo a un battibecco comicissimo. L’antagonista è un sarto, un marchand tailleur, che confeziona un abito per il protagonista (l’io narrante). E che cosa oppone quest’ultimo all’indiscussa maestria, all’indiscussa professionalità di quello? Un lungo sproloquio, una lunga, grottesca descrizione dell’indumento che, dando prova dell’eccellenza del narratore, vorrebbe negare quella dell’artigiano.
L’ironia di Walser (il suo sarcasmo) né taglia le ali né si lascia indurre a tenere svenevolezze (non è, per intenderci, quella Ironie des Herzens, quella liebevolle Ironie di cui parla Thomas Mann). L’ironia di Walser è sempre una forma di autoironia, un’autoironia che contiene un pizzico di indulgenza. (Il ne faut pas être trop cruel, specialmente con se stessi, specialmente quando non si vuole smettere di scrivere). Raccontando dunque la propria vicenda di scrittore, la propria “scrittura”, Walser si guarda con distacco ma anche con condiscendenza. È tutto nella “parabola” di Simon Tanner, il protagonista de I fratelli Tanner, il primo romanzo del Nostro. Quanto è calzante il commento di Kafka! Lo leggo in un risvolto di copertina dell’edizione Adelphi compilato dal solito Calasso: «Corre felice dappertutto, fino alla punta dei capelli, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore».
Inseguendo il giovane Simon Tanner capiamo bene che lo scrittore è un flâneur, che la scrittura è nomade; che la scrittura – qui nient’altro che l’attività dello scrittore, la pratica dello scrittore – è curiosa, leggera, irresponsabile e umile: sempre pronta a sottomettersi a un nuovo padrone, all’idea, per mettersi alla prova (spesso tentati di indossare la livrea del domestico sono i personaggi di Walser che per un certo periodo svolse mansioni di maggiordomo), e a emanciparsi annoiata non appena abbia dato prova di sé, della propria efficacia; sempre desiderosa di esperienze, incapace di specializzarsi: «Ho sempre paura che possa sfuggirmi anche una sola esperienza di vita» dice Simon (I fratelli Tanner, Milano, Adelphi, 1977, p. 216). Se bisognosa e povera, disposta a deprezzarsi, perché le esigenze vitali sono più artistiche, «artistiche in un senso ancora più alto e nobile» – e allora non rinuncia a una certa insolenza, all’insolenza di chi avvalora la propria superfluità. Come Simon Tanner, lo scrittore (o la scrittura) non cessa di declinare le proprie generalità e di giustificare, in un modo o nell’altro, la propria esistenza, la propria consistenza: «Non sono nient’altro che uno che ascolta e attende, come tale però perfetto, perché ho imparato a sognare mentre attendo». E più avanti: «Il mondo intero vola con me, la vita intera! Così è bello. Solo così! Niente è mio al mondo, ma io non ho più nemmeno desiderio di nulla» (p. 275). E questo è tutto.