giovedì 15 gennaio 2015

"Se fossi un pastore" di R. Walser. Un piccolo esempio di narrazione autoreferenziale

Scrive Michel Foucault: «Nessuna tecnica, nessuna competenza professionale può essere acquisita senza esercizio; non si può imparare neanche l’arte di vivere, la τέχνη του βίου, senza una ἄσκησις che bisogna pensare come una formazione di sé da parte di se stessi». Quasi un’ovvietà, ma che nell’Antichità dovette essere teorizzata e valorizzata. Anche predisposta didatticamente, è ovvio. Quali esercizi per conseguire una tecnica? «Astinenze, memorizzazioni, esami di coscienza, meditazioni silenzio, ascolto dell’altro»... Ora, ciò che nota Foucault, e che ci interessa, è che, a un certo punto, «la scrittura – il fatto di scrivere per sé e per gli altri – abbia cominciato ad avere un peso considerevole» (“La scrittura di sé (1983)”, in “Archivio Foucault”, vol. 3, Milano, Feltrinelli, 1998, p. 203)... Stiamo parlando dell’arte di vivere, della vita ascetica e di come questa divenga una scrittura di sé, un diario intellettuale o intimo, oppure corrispondenza, letteratura, un certo genere di letteratura... Lotte spirituali, piagnistei, entusiasmi, farneticazioni, abiure, e poi menzogne, infingimenti, una vita battuta col battipanni o imbastita con lunghi punti di filo – tutto e il contrario di tutto si può dire attorno a queste confessioni, a questi “curricula vitae” ecc. Per esempio: ci credeva davvero Rousseau?  Sarcasmo di Robbe-Grillet...
Ebbene, con quanta leggerezza, légèreté de touche, in una breve e brillante prosa intitolata “Se fossi un pastore”, Robert  Walser manda in corto circuito questa scrittura! Prima aporia: dal titolo sappiamo che il “narratore” – e cioè colui che dice io – non è per nulla un pastore e che finge soltanto di esserlo.
Seconda aporia: fingendosi pastore, calandosi, per così dire, nei suoi panni, il “narratore” rivela, fin dalle prime battute, una buona dose d’ipocrisia e di faccia tosta: «Debbo di nuovo scrivere uno di quei testi che oggi piace mettere sotto il naso, così scrupoloso nell’esaminare e nel palpare, del mondo dei lettori» (“Se fossi un pastore”, in “Storie che danno da pensare”, Milano, Adelphi, 2007, p. 122). Un testo impregnato di decoro, un testo edificante, un testo che gli darà visibilità nella comunità, che gli frutterà un compenso con il quale la moglie potrà acquistare una pelliccia o una collana. Il dissimulatore non tralascia di schermirsi: «Al cospetto di Dio quello che conta è l’operosità, la fronte che suda per gli impegni assunti, il braccio sfinito, gli occhi che il sentimento fa risplendere oltre la morte» (p. 124). Con tutto ciò, non denuncia affatto la propria “incompetenza”, una qualche insopprimibile “bêtise”;  e nemmeno si rende incredibile, tutto il contrario: la maschera del pastore d’anime acquista verosimiglianza.
Terza aporia: questo discorso “pastorale” è fatto tutto di dichiarazioni di intenti, è completamente autoreferenziale, parla soltanto di sé e di come dovrebbe svilupparsi, riuscire, dell’efficacia di certe espressioni, delle proprie “maniere” (qui  Jens Peter Jacobsen, là, forse, Goethe). Paralizzato nella κρίσις (krisis) degli intendimenti e della loro messa in pratica, paralizzato in un rivolgimento riflessivo, nella θεωρία (theoria) della propria realizzazione, questo discorso mai iniziato e mai compiuto esordisce e finisce con la medesima espressione formale e vuota: «Quanto tempo è passato!». Occasione di più per prolungare di una frase ancora il proprio autoteorizzarsi, autoprogettarsi, esercitarsi su sé stesso (narrazione autoreferenziale, autotelica...): «Ci sta bene. La gente dirà che sono un talento di tipo artigianale, che padroneggio la forma, se, come ho appena fatto, alla fine aggiungo in modo incantevole le parole con cui ho esordito» (p. 124).