martedì 17 febbraio 2015

Giordano Bruno e la scienza del rinascimento

415 anni fa moriva, arso vivo in Capo dei Fiori, Giordano Bruno. Per ricordare la figura di questo grande e generoso filosofo della natura, pubblico qui una vecchia recensione a Hilary Gatti,[1] Giordano Bruno e la scienza del rinascimento, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001.

La tragica fine di Giordano Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600, al termine di un processo settennale, mentre cominciava, in certo senso, l’Europa moderna, annunciava foscamente la lotta tra quella che avremmo chiamato in seguito l’intolleranza religiosa e il progresso scientifico. Bruno, in conseguenza di ciò, è il martire della nuova scienza astronomica. Bisogna tuttavia chiedersi se quest’immagine canonica della vicenda di Giordano Bruno sia rispondente alla realtà dei fatti, o faccia parte di un’agiografia in cui si crogiola una certa ideologia scientifica e illuminista. Questo perché, verosimilmente, Bruno non muore per una scienza “positiva” e “democratica” che si oppone all’oscurantismo di un Medioevo che non vuole finire; Bruno muore in nome di un sapere quasi segreto e quasi iniziatico (forte è l’idea di una prisca theologica), un sapere che non è ancora la scienza galileiana, impastoiato di Ermetismo e di Neoplatonismo e capace, soprattutto, di un fertile sincretismo: Ficino e Cusano, alti rappresentanti del platonismo rinascimentale; Epicuro e Lucrezio a rinforzare l’istanza naturalistica; ma anche elementi aristotelici, stoici, ebraici, talora con accenti anticristiani; e infine Pitagora. Il pensiero di Bruno non si offre facilmente all’analisi. L’interpretazione che ne dà Fances Yates, nel 1964, costituisce, a giudizio di molti studiosi, un traguardo importante. Il libro della Yates, che si colloca nel clima di un crescente interesse per l’ermetismo di marca rinascimentale (gli studi di Garin), mette, infatti, per la prima volta Bruno in rapporto con la tradizione ermetica, dando luce così ai molteplici e oscuri riferimenti alla magia, alla cabala, all’astrologia delle opere bruniane.
Il ponderoso libro della Gatti è costruito tutto in opposizione all’interpretazione yatesiana. Giordano Bruno, sostiene la Gatti, lungi dall’identificarsi con la figura del mago ermetico rinascimentale, è un filosofo della scienza ante litteram. A sostegno di questa ipotesi la Gatti indica tre ragioni: 1) Bruno non s’impegna in personali osservazioni astronomiche (non è quindi un Galileo, un Keplero, un Gilbert e nemmeno un Bacone); 2) il metodo di Bruno è logico-filosofico, con una forte tendenza alla visualizzazione per immagini e simboli; 3) Bruno è scettico nei confronti della nuova matematica (non accetta le tavole di approssimazione trigonometrica).
I primi due capitoli del libro della Gatti intendono restituire al pensiero di Bruno l’originalità che gli compete. Bruno, secondo la studiosa, sceglie Pitagora e non Ermete Trismegisto (il fantomatico autore del Corpus Hermeticum) quale fondatore e modello della propria scuola. Di questo neopitagorismo bruniano, ostile al dogmatismo sterile della tarda scolastica, l’immanentismo del numero (il numero inteso come causa immanente), l’esistenza di un intelletto universale immanente (contro Platone) e il ciclo delle metempsicosi sono i tre capisaldi. L’identificazione della scuola pitagorica con una forma d’eliocentrismo, ricostruiti i balbettamenti di quella dottrina, che passando per il Timeo, Cicerone e Plutarco, sarà approfondita da Copernico col De revolutionibus orbium caelestium, autorizza Bruno ad avanzare la sua proposta intenzionalmente meno matematica e più filosofica, un’integrazione che vada decisamente oltre Copernico. Così l’abolizione degli orbi celesti aristotelico-tolemaici, la pluralità dei mondi e, da ultimo, l’infinità dell’universo costituiscono i tre capitoli di una riforma concettuale e ontologica che Bruno intende attuare, ma che in un senso differente, indubbiamente più moderno attueranno Keplero e poi Galileo.
Il terzo capitolo del libro della Gatti è interamente dedicato all’analisi testuale della Cena delle ceneri (il dialogo cosmologico di Bruno che con il De la causa, principio e uno e il De l’infinito universo e mondi forma la prima trilogia italiana). La difesa bruniana di Copernico non lesina efficacissime argomentazioni che rivelano l’attenzione di Bruno per l’animato dibattito coevo; tuttavia, l’ultimo dei cinque dialoghi di cui è composta la Cena, con l’esposizione del concetto di infinito e di una cosmologia biologica e animistica (i corpi celesti sono grossi animali), naviga decisamente oltre il Capo di Buona Speranza rappresentato dal De revolutionibus.
Il quarto capitolo prende in esame il De Immenso, la terza opera che compone la cosiddetta trilogia di Francoforte. Ancora una volta Bruno avverte, secondo la studiosa, l’insufficienza del modello copernicano centrato sull’aspetto matematico.
Il capitolo quinto affronta invece i rapporti di Bruno con il circolo di Gilbert; il che offre alla Gatti la possibilità di sondare i legami tra Bruno e l’Inghilterra elisabettiana.
Il settimo e l’ottavo capitolo (con l’analisi del De infinito universo e mondi e del De triplici minimo et mensura) sono dedicati al problema dell’universo infinito e della pluralità dei mondi. Sempre in aperta polemica con la Yates, la Gatti rivendica la specificità dell’universo infinito bruniano. Contro i testi ermetici e le versioni di compromesso degli autori più recenti (Digges, Patrizi e Palingenio) l’universo di Bruno non ha confini, né eterogeneità ontologiche (in virtù della teoria atomistica della materia), e nondimeno contiene ordine e intelligenza divini. Ora, poiché non c’è dualismo tra mondano e oltremondano, in Bruno non c’è “gnosi” come voleva la Yates. Proprio la teoria atomistica della materia (la materia è composta di atomi in cui il principio formante, l’intelligenza divina, consente l’aggregazione di corpi caldi, i soli, e di corpi freddi, i pianeti) costituisce il naturale compendio del modello cosmologico bruniano e apre la strada al problema epistemologico.
Il nono e il decimo capitolo, infatti, sono dedicati all’epistemologia bruniana. Non è possibile qui approfondire l’analisi che la studiosa effettua della matematica, discutendo ampiamente ancora il De triplici minimo et mensura, della mnemotecnica e dell’arte combinatoria bruniane; cioè delle metodiche che, a parere della studiosa, darebbero vita al tentativo, in parte contraddittorio, in parte fallimentare, di costruire un’epistemologia per la nuova scienza. Tutta l’incertezza del filosofo di Nola nel trattare le matematiche, tutta l’oscurità delle applicazioni dell’arte della memoria (soprattutto in campo cosmologico) che, a giudizio della Yates, consegnano Giordano Bruno all’epoca “prescientifica”, per la Gatti, all'opposto, sono il sintomo di un atteggiamento critico e razionale. Nel passaggio dalla prescienza magica e animistica alla scienza matematica e meccanicistica (tra il XVI e XVII secolo) Giordano Bruno non è il mago ermetico alle prese con un sapere sempre meno formulabile in termini ermetico-eruditi; è la coscienza intellettuale e critica, inquieta e passionale, che enuncia un’epistemologia di crisi, consapevole da un lato che la magia è consegnata al passato e dall’altro che la matematica e la logica (che saranno di Galileo) non bastano, perché la natura non si lascia imprigionare in leggi astratte se non a prezzo di una “scissione psichica” o “dissociazione della sensibilità” (secondo le parole di Eliot), che separa il pensiero dall’immagine, la mente dal corpo. Tutto ciò consente alla Gatti di avvicinare Giordano Bruno al paradigma post-einsteiniano sorto con la relatività e con la meccanica quantistica. Bruno tra Popper e Feyerabend? Piuttosto i problemi dell’epistemologia contemporanea trovano nel Rinascimento di Bruno un’eco secondo il meccanismo di un virtuoso feedback.
La postilla finale propone un’originale interpretazione dei tre dialoghi morali di Bruno: lo Spaccio della bestia trionfante, la Cabala del cavallo pegaseo e gli Heroici furori.

Note


[1] Hilary Gatti, docente all’Università “La Sapienza” di Roma, si occupa, da oltre un decennio, di Giordano Bruno e della cultura rinascimentale. Tra i suoi lavori: The Renaissance Drama of Knowledge: Giordano Bruno in England, London 1989; The Natural Philosophy of Thomas Harriot, Oxford 1993