sabato 14 febbraio 2015

L'albero di Kant

Nella Critica del giudizio (1790) Kant esclude «la finalità esterna», oggettiva della natura. L’erba non esiste allo scopo di nutrire gli erbivori e questi ultimi non esistono allo scopo di nutrire i predatori carnivori. Qui la finalità oggettiva, l’erba per l’erbivoro, l’erbivoro per il carnivoro, è solo convenienza di una cosa per un’altra e non una «finalità oggettiva delle cose in se stesse». Dunque una finalità (e causalità) relativa, accidentale, e la cosa a cui la si attribuisce è, rispetto al suo utilizzo o alla sua convenienza, «semplice materia bruta» (§63, p. 190).[1]
Se guardiamo all’uomo, la cui causalità è libera, la situazione non cambia. Le penne colorate degli uccelli non sono fatte per i cappelli, né il cavallo per la monta, né il bue per l’aratro, né la neve per le slitte trainate dalle renne del lappone, né l’olio di certi cetacei per riscaldare il groenlandese. (Nessuno legge più la Geografia di Kant, lamenta Alexis Philonenko: «È ancora un doppio errore. Da un lato si scarta una dimensione realmente scientifica e utile, dall’altro si dimentica che la geografia di Kant è il fondamento dei resoconti storici della sua epoca»).[2] Sempre e soltanto una finalità relativa che «sebbene accenni ipoteticamente a fini naturali, non autorizza alcun giudizio teleologico assoluto». Se così non fosse, insiste Kant, bisognerebbe ammettere assiomaticamente che «gli uomini debbono vivere sulla terra» e quindi non mancare di mezzi. Ma per quanto vi sia qui «un meraviglioso concorso di molte relazioni della natura ad un scopo, che è il groenlandese il lappone, il samoiedo […] in generale non si vede perché in quei luoghi debbano vivere uomini».[3] Anzi, supporre una finalità esterna e oggettiva della natura in questa direzione sarebbe presuntuoso e temerario (vermessen und unüberlegt) perché solo l’ostilità e la discordia fra gli uomini spiegano queste marginalizzazioni.
Se una finalità oggettiva non è ravvisabile nella natura, l’antropologia e la geografia antropologica men che meno manifestano una finalità nell’operare umano e nella storia. Esse attestano più la stoltezza[4] che la ragionevolezza del genere umano. Ebbene, si domanda Alexis Philonenko, «se ogni interpretazione che riposa sul concetto di finalità in senso dogmatico deve essere scartato, la storia non diviene inconcepibile come unità e totalità organica»?[5]
Ora, sarebbe agevole rispondere che non si vede perché la storia debba essere concepita come un tutto organico, ma sprecheremmo così l’occasione di capire che cosa sia la storia chez Kant. O almeno la storia chez Kant secondo Philonenko. E cioè un qualcosa che obbedisce a un principio di adattamento (p. 33). Seguendo il percorso argomentativo di Kant, Philonenko incappa, al § 64, nell’esempio che ritiene «altamente significativo» dell’albero. Un esempio che gli interpreti kantiani non avrebbero capito, immaginando qui che Kant intendesse occuparsi della finalità, questa volta interna, dell’individuo vivente. L’albero appunto, sostiene Philonenko, non è un individuo bensì «una collettività di momenti che sono in rapporto di finalità esterna gli uni in rapporto agli altri» (p. 40).
L’esempio kantiano, in effetti, è singolare. L’albero, dice Kant, cresce nel senso che si produce da sé, trasformando la materia «in modo tale da darle la qualità che ad essa è specificamente propria e che il meccanismo della natura ad essa esterna non può fornire». Questa materia è, in altre parole, «un suo proprio prodotto». Inoltre l’albero producendosi da sé rende interdipendenti la parte e il tutto al punto che colpendo la parte ne va della conservazione del tutto. E tuttavia un innesto a occhio produce su un soggetto estraneo una pianta identica a quella da cui detto occhio è stato prelevato. Ne viene che in un albero ogni ramo e ogni foglia possono essere considerati come alberi di per se stessi e come dei parassiti (vivono parasitisch, parassiticamente, dice Kant) sopra un altro albero. (Avvertiamo in questa pagina tutta l’ammirazione – ammirazione, Bewunderung, è parola kantiana – del filosofo-naturalista per il regno vegetale: «Si trova però – scrive Kant –, circa la scelta e nuova composizione della materia rozza, tanta originalità in questa specie di esseri naturali nella facoltà di scegliere e di comporre, che ogni arte ne resta infinitamente lontana, quando cerca di ricostituire quei prodotti del regno vegetale con gli elementi ottenuti dall’analisi di essi, o con la materie che la natura fornisce per nutrirli»).[6]
L’esempio dell’albero vorrebbe chiarire che cos’è un fine della natura (Naturzweck). Che cos’è, in effetti, un fine della natura? «Una cosa esiste come fine della natura quando è la causa e l’effetto di se stessa (sebbene in doppio significato) [Ein Ding existiert als Naturzweck, wenn es von sich selbst (obgleich in zwiefachem Sinne) Ursache und Wirkung ist]» (ibidem). L’esempio dell’albero illustra davvero bene tutto questo: l’albero produce se stesso relativamente alla specie, produce un esemplare della stessa specie (è il τέλος aristotelico); ma, lo abbiamo visto, l’albero produce se stesso anche come individuo (als Individuum), e rami e foglie possono essere interpretati come alberi innestati. Da ciò risulta indebolito il concetto stesso di individuo. «L’individualità come tale – soggiunge Philonenko – non è che un momento nel processo generatore di questo complesso di finalità esterna […] e appare quando dico, con ragione, questo albero». Ma, soprattutto, «devo tenere conto della possibilità universale dell’innesto», possibilità che fonda «il concetto di finalità esterna in senso trascendentale», perché l’innesto istituisce «un rapporto dinamico finale, manifestamente aperto, tra due momenti estranei».[7]
Tutto bene sennonché, seguendo Kant (§ 65), le cose in quanto prodotti naturali e in quanto cause ed effetti di se medesime (in quanto obbedienti a cause finali), in quanto fini della natura, esibiscono, in questo senso, una finalità esclusivamente interna, che attiene al loro corpo, al loro essere: «In un simile prodotto della natura ogni parte è pensata come esistente solo per mezzo delle altre, e per le altre e il tutto, vale a dire come uno strumento (organo); il che però non basta (perché potrebbe essere anche uno strumento dell’arte, e quindi essere rappresentata come uno scopo possibile in generale); dev’essere pensata come un organo che produce le altre parti (ed è reciprocamente prodotta da esse), mentre nessuno strumento dell’arte può essere così, ma solo quello della natura che fornisce tutta la materia agli strumenti (anche a quelli dell’arte); solo allora e solo per questo un tale prodotto, in quanto essere organizzato [organisiertes] e che si organizza da sé [sich selbst organisierendes Wesen], può essere chiamato un fine della natura [Naturzweck]».[8]
Vero è che più avanti, § 82, Kant arriva a connettere la finalità esterna con la finalità interna degli esseri organizzati, ma la riconosce in un unico caso e cioè nell’organizzazione dei sessi nella procreazione: «tutto organizzante, sebbene non un tutto organizzato in un corpo solo» (p. 243). E nemmeno va fraintesa l’analogia (consegnata a una nota) che Kant traccia tra la natura organizzata degli esseri naturali e la «trasformazione di un grande popolo». Questa analogia, avverte Kant, «si trova più nell’idea che nella realtà» (ibidem). Né va enfatizzata quell’altra ricorrente analogia con l’arte umana, «sebbene noi stessi, nel senso più largo, apparteniamo alla natura» (§ 65, p. 197).
Che significa tutto ciò? Significa che il modello dell’essere organizzato, di quell’essere che possiede una forza formatrice (§ 65, p. 196), non può essere generalizzato, non può essere esteso alla struttura morale dell’uomo e alla collettività umana, alla società, non può costituire un paradigma per rileggere la storia come una unità e totalità organica come pure Philonenko è propenso a credere.
Beninteso, non intendo qui rigettare la tesi di Philonenko. Una tesi formulata non senza riserve, non senza precauzioni, che, peraltro, ha il merito di evidenziare il problema della connessioni tra due momenti fondamentali: quello naturale e quello etico – e dunque tra la natura e l’idea, o, per riprendere i termini già utilizzati, tra il τέλος e l’σχατον.
Tuttavia – penso – la perfezione interna della natura (p. 197), ossia la natura organizzata, è solamente un passaggio che affranca e autorizza il giudizio riflettente della teleologia. Si parte da lì, dalla forma interna del filo d’erba, per utilizzare un altro esempio kantiano tratto dal mondo vegetale (§ 67, p. 200), e si giunge «all’idea dell’intera natura come un sistema secondo la regola dei fini», e cioè come un sistema teleologico; si giunge ancora a considerare l’uomo «non soltanto come un fine della natura, come tutti gli esseri organizzati, ma come lo scopo ultimo [letzten Zweck] di essa sulla terra» (§ 83, p. 247); e si giunge allo scopo finale (Endzweck), all’uomo ma come noumeno (Mensch, aber als Noumenon), «l’unico essere della natura in cui possiamo riconoscere, come suo carattere proprio, una facoltà soprasensibile (la libertà) ed anche la legge della causalità e l’oggetto di questa che egli si può proporre come fine supremo (il sommo bene del mondo)» (§84, p. 252).

Note

[1] I. Kant, Critica del giudizio, Bari, Laterza, 1982, § 63, p. 190.
[2] A. Philonenko, La théorie kantienne de l’histoire, Vrin, Paris, 1986, p. 12.
[3] I. Kant, Critica del giudizio, cit., § 63, p. 191.
[4] Gli scopi o i proponimenti degli uomini, dice Kant (§ 63, p. 190), sono spesso stolti (törichten) o, ripete ne La fine di tutte le cose, si risolvono in stoltezza (Thorheit). Le stesse parole per uno stesso topos Fra gli esempi di scopi stolti riferiti da Kant vi sono le piume nei cappelli e il belletto. Ragionevole gli appare invece la monta del cavallo, l’impiego dell’asino, del bue e persino del maiale nell’aratura.
[5] A. Philonenko, La théorie kantienne de l’histoire, cit., p. 39.
[6] I. Kant, Critica del giudizio, cit., § 64, p. 193.
[7] A. Philonenko, La théorie kantienne de l’histoire, cit., p. 40.
[8] I. Kant, Critica del giudizio, cit., § 65, pp. 195-196. Ed ecco la definizione di finalità interna (§ 66, pp. 197-198): «È un prodotto organizzato della natura […] in cui tutto è reciprocamente scopo e mezzo».