venerdì 13 marzo 2015

“Danse Macabre” di Camille Saint-Saëns

Danse Macabre, composto da Camille Saint-Saëns (1835-1921) nel 1874, è un breve poema sinfonico. Il compositore s’ispirò all’omonimo poemetto grottesco di Henri Cazalis (sotto ne riproduciamo il testo). Ma di seguito una pagina di Alberto Savinio (su Camillo Saint-Saëns), una pagina sferzante e ironica: «Al tempo in cui Saint-Saëns partorì questa sua “brillante” composizione, gli artisti tiravano soprattutto a far colpo, e le loro opere non acquistavano fama se non per qualche loro trovata, o capriccio, o originalità. Nacque così il Beethoven di Lionello Balestrieri; nacque così il Supremo convegno di Giacomo Grosso; nacque così la Figlia di Jorio di Francesco Paolo Michetti, ove l’originalità consisteva più che altro nella figura in piedi e troncata a mezzo dalla cornice; nacque così la Guerra di Franz von Stuck; nacque così la Pioggia nel pineto, ove l’originalità consisteva soprattutto a chiamare pineto ciò che gli altri chiamano pineta; nacque così questa Danza macabra in cui il silofono s’ingegna a imitare il legnoso tac tac degli scheletri che ballano. Quanto alla Danza macabra in sé essa aveva dalla sua anche la scelta del soggetto, perché la Morte, da Omero a Jeronimo Bosch, e da Virgilio a Cranach, autore di quella “Danza della morte” che è riprodotta in incisione anche su una fiasca da polvere custodita nel museo Poldi Pezzoli di Milano, la Morte interessa, attrae, affascina uomini e donne, vecchi e bambini, mostri d’intelligenza e cretini nati; e la morte per di più è il tema “profondo” di coloro che la profondità non sanno dove stia di casa, e a dire per esempio che “nella farandola della vita, la Morte mena la danza”, si è sicuri nove volte su dieci di fare un effettone. La “Danza macabra” di Saint-Saëns divenne così uno dei “pezzi forti” di quell’arte che non ha interesse come “cosa in sé”, ma interessa e conquide per i riferimenti che risveglia, i ricordi che suscita, gli effetti fisici che produce» (A. Savinio, Scatola sonora, Milano, Ricordi, 1955, pp. 309-310).

Zig et zig et zig, la mort en cadence
Frappant une tombe avec son talon,
La mort à minuit joue un air de danse
Zig et zig et zag sur son violon.
Le vent d’hiver souffle et la nuit est sombre;
Les gémissements sortent des tilleuls;
Les squelettes blancs vont à travers l’ombre,
Courant et sautant sous leurs grands linceuls
Zig et zig et zig, chacun se trémousse.
On entend claquer les os des danseurs;
Un couple lassif s’asseoit sur la mousse,
Comme pour goûter d’anciennes douceurs.
Zig et zig et zag; la mort continue
De racler sans fin son aigre instrument
Un voile est tombé!
La danseuse est nue
Son danseur la serre amoureusement.
La dame est, dit-on, marquise ou baronne
Et le vert gallant un pauvre charron;
Horreur! Et voilà qu’elle s’abandonne
Comme si le rustre était un baron.
Zig et zig et zig, quelle sarabande!
Quels cercles de morts se donnant la main!
Zig et zig et zag, on voit dans la bande
Le roi gambader auprès du vilain
Mais psit! tout à coup on quitte la ronde,
On se pousse, on fuit, le coq a chanté.
Oh la belle nuit pour le pauvre monde.
Et vivent la mort et l’égalité!